IL DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO

Ciascuno di noi sa di avere certe piccole manie. Le ha, ma non ne parla: per pudore o per semplice automatismo. Vediamone qualcuna.
Ecco un uomo che prima di andare a dormire compie i suoi soliti riti: in cucina ruota con cura la maniglia del gas per sincerarsi che sia chiusa; poi va al portoncino d'ingresso, infila la chiave e la gira nella toppa tre volte; nella stanza dei bambini sistema i giocattoli in un certo ordine rigoroso; prima di distendersi sistema le sue scarpe parallelamente l'una all'altra. Una volta a letto, ripensa un attimo ai gesti compiuti e solo se questi sono stati eseguiti alla perfezione (cioè senza alcuna variazione rispetto ad uno schema preordinato) riesce infine ad addormentarsi. Si tratta di piccole manie del tutto innocue, di cui infatti si parla poco. In effetti esse ci affliggono, e tuttavia preferiamo fingere di ignorare la loro sottile tirannia. Sono per noi ovvie e abituali.

Ma poniamo che uno dei compiti rituali prescritti non sia stato eseguito alla perfezione: cosa può accadere a questo punto? In taluni casi (i casi affetti da quella sindrome che il DSM IV classifica come DOC, Disturbo Ossessivo Compulsivo) può accadere, che la situazione psicologica si aggravi improvvisamente. Ecco allora che il nostro uomo non riesce più a dormire: è tormentato dall'angoscia; la mancata esecuzione della sequenza rituale gli provoca un'ansia incontenibile. Infine, solo se si rassegna ad obbedire e a completare il suo rito egli potrà recuperare una certa calma e con essa, forse, la pace del sonno. Di fatto, egli deve obbedire a un comando invisibile. Questo comando è una "compulsione": un impulso poderoso e incontrovertibile. E' dentro di noi, nella nostra mente, e tuttavia non è sotto il controllo della nostra volontà. Ci domina. Se ci opponiamo ad esso ne usciamo sistematicamente sconfitti. Con la compulsione siamo passati, impercettibilmente, dalle "piccole manie" al "tormento ossessivo". Il tormento ossessivo dimostra che ciò che sfugge alla nostra volontà e ci domina è il senso di colpa. Se non obbediamo all'invisibile comando di eseguire il nostro rito, ci sentiamo in colpa: è nostro dovere obbedire, pena un tormento senza fine. Perché?

Se si analizza nel dettaglio il rito da eseguire, ci si accorge che esso ha sempre a che fare con un dubbio: il dubbio di poter causare danno a persone amate o a valori condivisi. Il nostro uomo deve sincerarsi di aver chiuso la rondella del gas perché se non l'avesse fatto ciò potrebbe causare la morte dei suoi cari; deve chiudere a tripla mandata la porta perché da lì potrebbero penetrare in casa dei malviventi e danneggiare le persone o i beni di famiglia; deve porre in ordine i giocattoli dei bambini, perché lasciarli nel disordine sarebbe come abbandonare i figli a se stessi.

Il tormento ossessivo, dunque, riguarda sempre l'atroce dubbio morale di essere insensibili al male di persone e cose amate o persino (e ciò è ancora più terribile) di agire desiderando quel male. Preso atto di questa terribile possibilità, la coscienza morale (coscienza che la psicoanalisi ha denominato Super-Io) ci impone l'esecuzione di rituali che attestino la nostra devozione assoluta, l'obbedienza cieca, ai doveri nei confronti dei quali ci si sente inconsciamente e tuttavia angosciosamente in difetto.

L'esorbitante crudeltà dei sensi di colpa diviene, infine, palese nei casi in cui l'intera vita di un uomo può essere rinchiusa in una prigione di comportamenti rituali imprescindibili. In questi casi, allo scopo di eliminare alla radice la fonte dei sensi di colpa, che è l'ansia di poter scegliere il male piuttosto che il bene, il soggetto ossessivo si chiude in una gabbia di prescrizioni mentali e comportamentali che, nelle sue intenzioni, dovrebbe portarlo appunto al totale e tranquillizzante annullamento della sua personale libertà di scelta.

L'ossessione del lavoro e la ricerca del successo

Esiste un'altra forma di strutturazione ossessivo-compulsiva della personalità, forma invisibile in quanto apparentemente "positiva" e "virtuosa". Chi n'è prigioniero spesso non sa di esserlo; di solito, anzi, è convinto di vivere e di agire nella più piena libertà interiore, anche perché chi lo osserva condivide con lui, il più delle volte, la stessa impressione. La prigione psicologica, la gabbia mentale cui mi riferisco è, in questo caso, l'ossessione del lavoro e la ricerca del successo. "Successo" che può essere inteso, ovviamente, secondo le forme più varie ed eterogenee: per alcuni è il raggiungimento del grado massimo di una carriera (col suo corrispettivo economico); per altri è il pieno riconoscimento di straordinarie qualità pratiche e morali; per molte donne è lo splendore della propria virtù rappresentato da una casa specchiata o da figli perfetti.

La nevrosi del successo è tesa tra due polarità opposte e sinergiche che la rendono una prigione sottile e implacabile: da una parte il miraggio di raggiungere la vetta, l'eccellenza, e di essere così gratificati dall'ammirazione altrui; dall'altra l'angoscia di essere sconfitti nella "lotta per la vita", precipitando così al livello inferiore dell'umanità fino a rivelare la negatività assoluta della propria immagine interna. Questo radicale e tormentoso "senso d'inferiorità" è l'energia dinamica che alimenta la corsa incessante della nevrosi del successo. Corsa senza fine: perché più ci si sottomette al ricatto del dovere più si condanna e si rimuove nell'inconscio la naturale tendenza alla libertà affettiva e istintuale, che così continua ad alimentare "dal basso" l'insoddisfazione e l'infelicità.

L'ossessione del lavoro e la nevrosi del successo costituiscono la variante più moderna e più diffusa della tradizionale nevrosi fobico-ossessiva: il lavoro, coi suoi ritmi, le sue esigenze prestazionali, la sua restrizione monotematica della vita, assolve alla stessa funzione dei rituali e delle compulsioni tipici della psicopatologia ossessiva più grave. L'unica differenza è che la prigione fobico-ossessiva classica tende alla staticità, quella moderna è viceversa una "prigione dinamica", fondata sul movimento incessante. I suoi effetti negativi non sono da sottovalutare: chi n'è affetto è perennemente scontento, per cui da un lato può vivere in un regime depressivo infraclinico costante; dall'altro può sviluppare una personalità sottilmente o palesemente sadica attraverso la quale si vendica su altri della propria frustrazione.


Ossessività e reazioni di panico

Dovrebbe essere evidente, a chi è avvezzo alla sintomatologia propria del DAP (disturbo da attacchi di panico), che una quota rilevante - anche se non maggioritaria - dei soggetti che sviluppano attacchi di panico appartiene alla categoria suddetta degli ossessivi iperattivi. L'attacco di panico sopraggiunge, in questi casi, nel momento in cui una parte della personalità si ribella alla dittatura della virtù (lavoro, volontariato, prestazioni varie) e "cede", scompensando il sistema e facendo scivolare l'io verso i valori inferiori della scala: debolezza, pigrizia, disordine, immoralità: il terrore che in tal modo diventi palese l'immagine interna negativa provoca una reazione di panico che argina e paralizza l'incipiente ribellione.

Il DAP di tipo nevrotico (non psicotico) può originare, dunque, sia da una struttura di personalità isterica che da una ossessiva (nella proporzione rispettiva del 70 e del 30 % circa). La differenza sostanziale fra il DAP originato dal disturbo ossessivo compulsivo e quello originato dall'isteria consiste nella struttura dell'io: riflessivo ed ego-centrato nell'ossessivo, relazionale e quindi etero-centrato nel dappista isterico. L'ossessivo, in sostanza, è un tipo che si guarda dentro in solitudine; l'isterico è un individuo che ha bisogno di un altro con cui è in relazione per capire cosa c'è dentro di sé. Quindi la strategia dei sintomi, la strategia che il Super-io (la coscienza morale) adotta per controllare e inibire l'io, si organizza secondo la specifica e peculiare struttura dell'io. Nel disturbo ossessivo il soggetto è riflessivo ed è quindi almeno in parte consapevole del dubbio morale da cui è tormentato: egli "intuisce" o "sa" di ospitare dentro di sé impulsi ostili verso ciò che ama, ed è proprio a causa di questa "consapevolezza" che egli si chiude in una gabbia di idee e di comportamenti che annullano la sua possibilità di agire, cioè di fare del male. Per contro, il soggetto isterico, la cui autocoscienza dipende da una relazione, non ha consapevolezza diretta del proprio mondo interno, sicché la possibilità di attaccare gli affetti e di fare del male così come gli é resa cosciente da un altro, allo stesso modo solo da un altro gli può essere inibita. In sostanza, mentre l'ossessivo si chiude in una gabbia di idee e comportamenti rituali, l'isterico si chiude in una gabbia relazionale, una gabbia le cui sbarre sono rapporti umani che hanno per lui un valore affettivo o simbolico.

Secondo la Psicopatologia Dialettica, il nucleo patogenetico (produttore di malattia) delle due sindromi psicopatologiche (il DOC e il DAP) è lo stesso: ed è l'angoscia di poter fare del male a persone o valori amati. Differente é solo la modalità inibitoria rappresentata dalla struttura dei sintomi: intrapsichica nel caso del DAP di origine ossessiva, relazionale in quello di origine isterica.

Diventa allora necessaria una puntualizzazione sui gruppi di mutuo aiuto.
Poiché in questi gruppi il DAP è stato affrontato a partire dalle sue relazioni con l'isteria, e - soprattutto - con la "mentalità" isterica (in grado d'intendere solo il problema di relazione), si é creduto di poter individuare sempre nella storia del soggetto ammalato un "colpevole". In conseguenza di ciò, spesso le "interpretazioni" spontanee presenti nella cultura dei gruppi sono state mirate a individuare nell'ambiente del malato una persona importante che, con una sua azione esplicita o subdola, stia all'origine del disturbo. In tal modo, si é alimentata una cultura del risentimento, della rivendicazione e talvolta della vendetta che ha ampificato i sotterranei sentimenti di colpa, contribuendo a cronicizzare i sintomi.

In realtà, nel DAP il "responsabile" sia della dipendenza sia dell'inibizione psichica non è mai - sic et simpliciter- un partner o un parente; è sempre, invece, il rigido sistema morale del soggetto stesso. Se talvolta, dunque, l'attacco ai legami è utile, perché può rigenerare il sentimento di indipendenza, perlopiù esso è dannoso, perché laddove il soggetto è predisposto ai sensi di colpa l'attacco ai legami incrementa o cronicizza la produzione di sintomi.

In sintesi, l'attribuire la responsabilità del DAP (dipendenza, insicurezza e panico) univocamente a un partner o a un genitore ha comportato la confusione fra sana conflittualità emancipativa e pura distruttività vendicativa. In tal modo ha erroneamente avallato un'ideologia della guarigione fondata su:

1) attacco ai legami affettivi, 2) idealizzazione della forza e del successo o addirittura della vendetta, con 3) conseguente accentuazione del senso di colpa e dei sintomi a funzione inibitoria (ansia e attacchi di panico).

In conclusione, il gruppo di mutuo aiuto si dimostra utile nell'analisi e nell'accompagnamento della risoluzione terapeutica del disturbo da attacchi di panico e del disturbo ossessivo compulsivo se non si limiti all'analisi delle relazioni e all'individuazione di "responsabili", ma si allarghi piuttosto alla comprensione dello scenario interno dell'individuo ammalato, delle sue insicurezze e intime contraddizioni.

Per altre informazioni, inviami un'e-mail mail


Copyright © 2003-2004-2005 Nicola Ghezzani - Roma - Tutti i diritti sono riservati.
E' vietata la riproduzione totale o parziale senza il consenso scritto.

Valid HTML 4.01!