ANSIA, FOBIE E ATTACCHI DI PANICO
Il disturbo da attacchi di panico"Non dormo dal 1984 per una depressione ansiosa con attacchi di panico", ci scrive Alberto. "Inutili le cure con antidepressivi e ansiolitici. Sono farmacodipendente e se stacco ho vomito e sudorazioni; pensieri incontrollabili mi assalgono e ho paura di morire: c'è qualcuno che può aiutarmi?". La lettera di Alberto, troppo succinta perché gli si possa rispondere puntualmente, ha tuttavia il pregio di segnalare una sofferenza ansiosa tanto diffusa quanto nascosta: il DAP, il "Disturbo da Attacchi di Panico". Vediamo di che si tratta. Un uomo è in riunione di lavoro con un suo superiore. Tutto sembra nella norma; poi, d'improvviso, l'uomo é colto dal pensiero impulsivo, fulminante, di compiere un gesto anormale, folle, e di rovinarsi così l'avvenire. Uno strano "gelo di morte" d'un tratto lo paralizza, cui segue a cascata un crescendo di sintomi mai sperimentati prima: fame d'aria, brividi, sudorazioni, vertigini, palpitazioni, dolori al torace, il violento e repentino terrore di morire o di impazzire. Se non fuggisse dalla stanza accampando una scusa, l'uomo finirebbe per "crollare" in un pianto disperato o in una non meno vergognosa ammissione di "malattia mentale". Infine, per placare l'angoscia, egli corre in Pronto Soccorso, dove scopre che è sano come un pesce, che non ha alcuna patologia organica: né cardiaca, né neurologica, né altro. Il malessere che l'ha aggredito è in realtà un disturbo psichico: si chiama attacco di panico. Per quanto apparentemente organico, l'attacco di panico ha una spiegazione psicologica: esso subentra nell'orizzonte mentale di un individuo nel momento in cui egli intuisce o sospetta dentro di sé impulsi psichici incontrollabili tesi a dissolvere (ad attaccare o a distruggere del tutto) l'ordine nel quale egli vive. L'attacco di panico, dunque, sopraggiunge come "campanello di allarme" per le possibili conseguenze di impulsi ed atti incontrollati. Nel caso menzionato, l'uomo potrebbe essere precipitato nel panico per il timore di rivelare impulsivamente in riunione una propria inferiorità professionale o morale o una segreta avversione nei confronti del capo; in sostanza, egli è stato folgorato dal terrore di rivelare una "identità interna negativa", mentalmente o moralmente anormale. Ovviamente la spiegazione psicologica delle cause del disturbo non è mai immediata: di solito occorre scoprirla ricostruendola pazientemente in ciascun soggetto. L'attacco di panico é stato di recente considerato come una sindrome a sé stante (DSM IV). Posto che ciò sia vero, non bisogna trascurare il fatto che esso prima che una sindrome é un sintomo. Proprio come sintomo, infatti, esso si rivela di carattere trasversale ad ogni sindrome psicopatologica. Non esiste sindrome psicopatologica che non presenti la possibilità della sua comparsa. Esiste, dunque, un panico nevrotico (isterico, ossessivo, depressivo, maniacale...), come esiste un panico psicotico (delirante). Preso in se stesso, il panico é un segnale di
allarme il cui fine é produrre nella personalità una pressione
incoercibile a rompere, a inter-rompere, un processo che va nella direzione
di un conflitto di motivazioni, quindi verso uno squilibrio emotivo. Alla reazione di panico fa di solito seguito la tattica dell'evitamento della situazione che lo ha scatenato, e di tutte le situazioni che anche lontanamente lo possano evocare per somiglianza o contiguità, trattenendo così il soggetto in un equilibrio apatico e tranquillizzante, che egli conosce bene e sa come gestire. Il DAP è curabile mediante la psicoterapia; anche se talvolta questa va associata ad una modica e temporanea terapia farmacologica. L'agorafobiaIl termine "agorafobia" é un termine composto e deriva dal greco "agorà" che significa "piazza" (nel mondo greco antico la piazza era il luogo di incontro dei cittadini liberi) e "phòbos", che significa "paura". Presa alla lettera, dunque, la definizione é molto precisa: l'agorafobia é la paura di essere o divenire liberi. Di questa sindrome esistono descrizioni psichiatriche
esaurienti da più di un secolo. Cito Westphal (1872, in Jaspers
1913-59, p.147): D'altra parte, la definizione dell'agorafobia come paura della libertà é nel contempo una definizione generica e non priva di insidiose ambiguità. Libertà di cosa? Libertà da cosa? A considerare il fenomeno con più attenzione, la condizione di angoscia e di panico agorafobici si realizza non solo in senso generico, cioé approssimandosi a spazi aperti, ma anche in senso specifico, cioé allontanandosi da quei luoghi o quelle persone che integrano l'identità del soggetto. Infatti, si può avere una sensazione agorafobica anche da soli in casa, nel momento in cui si percepisce la propria radicale solitudine e l'assenza degli abituali rumori di riferimento. Questa esperienza sta al cuore della agorafobia: indica che l'oggetto dell'angoscia non é la libertà intesa in senso generico; l'oggetto dell'angoscia agorafobica é la libertà intesa come isolamento dal proprio contesto umano di riferimento: la libertà, dunque, intesa come perdita, provocata o subita, del bene supremo costituito dalla socialità. Se la libertà in se stessa viene intesa dal soggetto agorafobico nel senso della paura di perdere la socialità di riferimento ciò non può dipendere che da un unico fattore psicologico: il soggetto é strutturato su un sistema morale che gli fa avvertire intima contraddizione fra la sua appartenenza ad un determinato sistema sociale (sistema di affetti e di valori) e una libertà da egli stesso pensata in termini opposti a quel sistema. A questo punto, il sistema morale esprime attivamente la sua "volontà", si manifesta cioè come super-io, e proibisce al soggetto quella libertà. Ovviamente non proibisce ogni libertà, bensì solo quella oggettivamente in attrito col sentimento di appartenenza sfidato; solo di conseguenza, e per generalizzazione, ogni altra libertà che evochi la prima. L'agorafobia, dunque, proibisce la libertà in
astratto, cioè in termini generali, solo nella misura in cui questa
rappresenta la libertà in concreto pensata dal soggetto: quella
antitetica al suo sistema morale profondo, il sistema che media gli interessi
altrui nella sua personalità. Lo scioglimento del nodo agorafobico
sta tutto qui. La claustrofobiaLa paura claustrofobica é la reazione di angoscia che segue alla sensazione del soggetto di essere claustrato (chiuso) all'interno di qualunque cosa evochi una situazione irreversibile. Claustrazione, dunque, all'interno di oggetti fisici (ascensori, stanze chiuse a chiave, sale affollate...), ma anche all'interno di situazioni socialmente rigide (cerimonie, file in uffici pubblici, attese ai caselli autostradali...). A ben vedere, dunque, la prigionia é determinata dalla stessa identità psicosomatica (corpo e/o anima) che per motivi i più vari avverta con sofferenza e angoscia un sentimento di prigionia in un determinato ruolo (e particolarmente, é ovvio, nei doveri attinenti ad esso). A questo sentimento di prigionia segue - in un processo perlopiù inconscio - una vera e propria rabbia eversiva (che accosta la claustrofobia alla paura di impazzire e alla paura di commettere crimini). A questo punto, attivandosi in conseguenza della percezione somatica della rabbia la paura dell'esclusione per indegnità (cattiveria, incontrollabilità, follia) l'intero processo può esitare nel panico, il quale provoca una immediata azione di fuga dallo stimolo attivatore primario. Dunque la claustrofobia si gioca per intero fra la polarità della paura di essere chiuso entro un certo inflessibile sistema di doveri e la paura di essere es-cluso dalla socialità a causa della propria intima ribellione ad esso. L'ipocondriaIl termine deriva dalla medicina greca, nella quale indicava organi posti "al di sotto" o comunque "vicino al cuore", dove appunto si credeva fosse localizzata la malattia. Presa in senso metaforico, la definizione è approssimativamente vera, perché indica proprio gli organi più coinvolti dalla somatizzazione ansiosa e quindi dalla paura di malattia e di morte (cuore, stomaco, viscere). L'ipocondria è la paura smodata e incontrollabile di ammalarsi o di morire. Paura che può sembrar ovvia all'osservatore ingenuo (infatti, chi può dirsi del tutto immune da essa?), ma che ovvia non è affatto. Innanzi tutto, essa ha mille manifestazioni diverse. Ogni soggetto affetto dalla fobia ipocondriaca ha le sue occasioni "preferite". Alcuni temono le affezioni più banali: un'influenza che blocca per una settimana può esser vissuta come un tormentoso ostacolo all'efficienza lavorativa; o, al contrario, può essere "interpretata" come la manifestazione subdola di un processo tumorale in atto, convinzione che nessuna visita medica o esame clinico riesce a debellare, pronta a rifare capolino, intatta e terribile, alla prossima infreddatura. Molti hanno paura di fare sforzi fisici, dunque di esprimere a pieno regime le loro competenze organiche o le più ovvie esigenze vitali, per il terrore di essere fulminati da un infarto o da un ictus, vivendo pertanto in una senescenza depressiva inadeguata anche a soggetti anziani e malati. Altri non escono di casa per paura di incorrere in incidenti mortali, e così via, all'infinito. A questo quadro clinico già abbastanza serio occorre aggiungere che i soggetti ipocondriaci sono per lo più non meno ansiosi che depressi e che i loro stati d'animo possono divenire uno strumento sottilmente persecutorio nei confronti di parenti e amici, vessati da uno stillicidio incontinente di lamentele e di dubbi. Per darci una spiegazione di tale disturbo occorre riflettere sul fatto che malattia e morte sono eventi organici in cui il soggetto è passivo: egli non può interferire su di essi. Ciò, realisticamente, è solo in parte vero: di fatto, ciascuno di noi può interferire sull'una e sull'altra. L'ipocondriaco, tuttavia, vive i due stati come condanne schiaccianti e non interferibili. In realtà essi sono continuamente interferiti - e lo potrebbero anche di più - in tutti quei casi nei quali curiamo una malattia, alleviamo il dolore, commettiamo suicidio, o pratichiamo a noi stessi o ad altri una eutanasia ecc. Interferiti anche su un piano emotivo, ogni qual volta siamo contenti d'essere malati (se questo ci dà per esempio l'opportunità di sottrarci a un dovere sociale), contenti di soffrire (se questa sofferenza dà per esempio la misura di un amore, o di un eroismo o di una santità), o gioiamo di morire (perché cessiamo una vita sofferente o noiosa o perché siamo curiosi di sapere cos'è la morte, o di vedere cosa c'è "oltre", o perché otteniamo in quel momento, come bambini febbricitanti, le massime attenzioni umane mai ricevute, o per altri mille motivi). Di fatto, dunque, interferiamo in continuazione sia con la malattia che con la morte, ma questa evidenza è totalmente negata alla consapevolezza dell'ipocondriaco. Di fronte alla malattia e alla morte, il soggetto ipocondriaco si sente come minacciato da una potenza implacabile, che esige la sua sofferenza o la sua distruzione definitiva, potenza di fronte alla quale il suo potere è zero. Colta da questa angolazione, l'ipocondria rivela di essere, dunque, una condanna psichica: condanna a dipendere da altri e a soffrire di fronte a loro (nel caso della malattia), condanna a morte nell'altro caso. Una attenta analisi psicologica individuale potrà allora rivelare la fantasia auto-punitiva nascosta, relativa a conflitti più o meno consapevoli che il soggetto non ha mai risolto, e di cui, nell'intimo, si colpevolizza. Utile, in questi casi, la paziente tranquillizzazione da parte del medico e l'invio in psicoterapia. Utili anche i gruppi di mutuo aiuto nei quali confrontare e sdrammatizzare le identiche esperienze. La fobia sociale"Mi chiamo Alberto, ho 25 anni, abito a... ed ormai
ho acquisito una gran carriera di crisi e disagi di tipo psicologico.
La "fobia" è una paura intensa, irragionevole, incontrollabile, suscitata da determinate situazioni, da un oggetto o da una sensazione. La "Fobia sociale" è la fobia più appariscente e invalidante che scaturisce nei normali rapporti sociali come: essere presentati ad uno sconosciuto; incontrare una persona importante; servirsi del telefono; ricevere visite a casa; essere osservati mentre si svolge un compito; essere stuzzicati; pranzare a casa con conoscenti; scrivere sotto lo sguardo altrui; prendere la parola in pubblico... La Fobia Sociale si differenzia dalla timidezza perché è così grave che influisce sul comportamento quotidiano: al lavoro, a scuola, nel tempo libero e nei rapporti familiari e/o sentimentali. Per chi soffre di questo tipo di fobia... non esistono "scambi tranquilli". Ogni frase, ogni passo, ogni stretta di mano è come un esame orale al cospetto di una commissione spietata. Schemi di pericolo del tipo "quelli giudicano severamente", "non mancheranno di dar prova di aggressività, disprezzo o ironia se scoprono le mie debolezze", sono profondamente radicati nel suo spirito. Da tenere presente anche il fatto che la fobia sociale è spesso all'origine di complicazioni psicologiche come: ansia generalizzata, agorafobia, attacchi di panico, depressione, alcolismo, tossicodipendenza, ecc." La fobia sociale è paura di essere dolorosamente "incastrato" dai rapporti umani. Essa è, in fondo, una claustrofobia riferita ai soli rapporti umani: ho paura di essere "circondato" dai miei simili e "identificato", "smascherato", "scoperto" nella mia diversità rispetto a loro ("debole", "timido", "ostile", ecc.). Dunque, alla base della fobia sociale c'è un confuso sentimento di diversità che di solito il fobico drammatizza, recependolo unicamente nel suo versante negativo. La reazione fobica può essere un modo per liberarsi della costrizione sociale (la costrizione ad essere in un certo modo piuttosto che in un altro): il soggetto si "difende", come fa il timido, con una barriera di isolamento. Ma poiché egli non riesce a valutare in che cosa si senta diverso, e pertanto non sapendo se il conflitto con l'ambiente sia o meno giusto, il risultato è un isolamento privo di autenticità, segnato da vergogna, angoscia, insicurezza, sentimenti di indegnità e di colpa, la somma dei quali finisce per trasformare ogni occasione di contatto in una tortura senza fine. Dunque, in senso profondo, colui che è affetto da fobia sociale tenta di allontanarsi dagli altri per meglio capire e scoprire se stesso, ma non essendo consapevole di questa ricerca, si vergogna e si colpevolizza, fino a precipitare nel panico. Angosce e fobie in gravidanza e nel puerperio (teratofobia)La cosiddetta Teratofobia (dal greco "thératos", che significa mostro, e "phòbos", che significa paura) è il nome di una sindrome ansiosa, che colpisce un numero considerevole di donne gravide, incentrata sulla paura di generare figli dalle caratteristiche fisiche o psichiche mostruose. Parliamone. L'esperienza tipicamente femminile di gravidanza, parto e puerperio è sempre stata considerata il "banco di prova" dell'esistenza di ogni donna. In tutte le società umane i codici educativi si sono preoccupati di fornire alla bambina e poi alla ragazza pubere i "riti" (cioè le informazioni) necessari perché, divenute grandi e gravide, potessero affrontare la situazione senza eccessive angosce. Ciò è inevitabile, perché la gravidanza produce timori molto specifici, che una società sensibile deve essere in grado di alleviare. Fino a pochi anni fa la gravidanza era un'esperienza "al buio": del feto nel grembo materno non era possibile sapere nulla; esso era nascosto allo sguardo, e la madre poteva solo "immaginare". Oggi, le tecniche strumentali consentono di vedere il feto e di valutarne la vita e la salute. Nondimeno, la paura principale della donna gravida non si è di molto modificata: è la paura di ospitare dentro di sé un mostro. Tale paura, resistente alla diagnosi strumentale, si articola secondo due modalità, l'una apparentemente razionale, l'altra totalmente irrazionale. In primo luogo, la paura di ospitare un mostro è relativa all'idea ossessiva di far nascere un bimbo handicappato. In secondo luogo, la paura si esprime nell'idea non meno ossessiva di poter generare un individuo esteticamente orribile e moralmente crudele. E' evidente che il carattere ossessivo delle paure è tale da resistere ad ogni tranquillizzazione, rivelando così un retroscena psicologico. La donna che ha simili paure teme in realtà di esternare col parto la propria immagine interna: in un caso debole e condannata alla dipendenza, nell'altro cattiva e moralmente condannabile. In un caso, dunque, l'insicurezza, nell'altro i sensi di colpa, si sovrappongono all'esperienza reale. Ovviamente, una donna può essere coinvolta in questa sintomatologia ansiosa quanto più è inconsapevole del fatto che l'esperienza della maternità é investita da angosce relative alla propria identità psichica, non meno che da angosce relative all'integrità fisica del bambino. Il punto è che gravidanza, parto e puerperio sono esperienze che limitano drasticamente l'autonomia soggettiva: quindi, la personalità della donna dovrebbe essere in grado di tollerare questa limitazione senza scompensarsi. Se, viceversa, per problematiche proprie o per deficit ambientali, la limitazione è vissuta come insopportabile o persino dannosa, la donna sperimenterà il riaffiorare di sentimenti angosciosi d'insicurezza o di negatività e di colpa non risolti in passato, vivendo l'esperienza in modo altamente drammatico. E' questo fenomeno psicologico che spiega l'elevato numero di scompensi fobici e di sviluppi depressivi o anche psicotici nella successiva fase puerperale. Per altre informazioni, inviami un'e-mail Copyright © 2003-2004-2005 Nicola Ghezzani - Roma - Tutti i diritti sono riservati. |
Il disturbo da attacchi di panico
torna ad inizio pagina
Home