L'ARTE COME TERAPIA

kafka1.jpg

La scrittura creativa terapeutica

1 Pensare e sentire. Elogio dell'immagine

Il famoso motto cartesiano recita "Cogito ergo sum": "Penso, dunque sono". Cartesio ricavava la certezza dell'esistenza soggettiva dall'attività del pensiero; per l'esattezza, dal pensiero d'essere vivi.
Molto è stato detto a proposito di questa asserzione dogmatica: di recente è stata criticata per la sua posizione drasticamente razionalista, tale da squalificare tutta quell'attività dell'essere psicologico e della realtà stessa che non possa essere ricondotta al pensiero razionale.
All'apice di questa critica, la psicobiologia moderna ci ha riportati a una concezione della vita più antica e più immediata, esprimibile nell'assioma "Sentio ergo sum", "Sento, dunque sono": io deduco la mia esistenza dal fatto di sentire, di essere dotato di una sensibilità che nell'atto del porre in rapporto il mio corpo soggettivo con il «corpo» oggettivo del mondo reagisce fornendomi «sensazioni». Queste sensazioni sono la base del sentimento di esistere.

Sentire, allora, significa essere in contatto: attraversare un paesaggio e intuirne l'intima struttura, essere catturati dal sorriso di un anziano e sospettarne la saggezza, stupire di fronte al gioco d'un bambino, apparentemente privo di una logica costruttiva, eppure colmo di un senso assoluto.

Sentire significa anche lasciare che dalla nostra mente emerga un'immagine, che, in se stessa, contenga l'essenza, il nocciolo, d'un significato, d'una intuizione, d'una riflessione. Un'immagine che, pur nella sua apparente insignificanza, può contenere la profondità di un sentimento, la complessità di una situazione, o magari un intero universo, una cosmologia, concentrandoli nell'istante e nello spazio d'una singola apparizione.
Come la realtà stessa, infatti, l'immagine sfugge alla presa della ragione, che vorrebbe dotarla di un solo significato: e va in molte direzioni, afferra molti sensi, molti significati con la qualità plastica, morbida, inafferrabile della sua essenza. Il potere delle immagini, dunque, consiste nella capacità di evocare il nodo di pensieri e sentimenti che la nostra sensibilità produce a contatto con ogni singolo evento, ogni singola cosa del mondo e della vita, e nella capacità di operarne una mirabile sintesi, che semplifica il fenomeno percepito senza nulla perdere della sua complessità originaria.
Raccogliere immagini e raccontarle, attraverso gli strumenti simbolici dell'arte e della cultura fa sì che la vita ci si sveli in tutte le sue sfaccettature, in tutte le sue dinamiche.

Le storie immaginate e narrate possono allora essere cariche di gioia o di speranza, ma anche rivelare ciò che la mente talvolta rifiuta di ammettere: la presenza della sofferenza e del dolore, il lato oscuro delle cose. Un dolore tanto lacerante da indebolire o danneggiare la struttura di una personalità;un'oscurità tanto dirompente da offuscare le categorie logiche e i sistemi di valori che adoperiamo ogni giorno per vivere.
E allora le immagini (i sentimenti, i sogni, le visioni, i pensieri, le idee, i ricordi, le fantasie) espresse nell'arte del racconto, della poesia, del romanzo, della pittura, del teatro, del cinema, e quant'altro, ci mettono nella condizione di dare forma ai dubbi e ai turbamenti, ai tormenti e alle ossessioni, fino a dispiegarle sotto i nostri occhi in una vita simbolica oggettiva, autonoma dal nostro controllo cosciente.

Le "storie che vivono" diventano allora "storie che curano". Attraverso la finzione, la simulazione, la recitazione in cui esse prendono esistenza, possiamo portare all'estremo un complesso di sentimenti, valutarne le infinite diramazioni e possibilità, fino a scoprire che il problema conteneva già in se stesso la sua soluzione, e la conteneva già in origine.

Arte come terapia significa catarsi nel senso dato a questa parola dal teatro greco. Ogni passione - dice la cultura greca - contiene in sé per intero uno sviluppo drammatico, sintetizzabile nella forma di una "tragedia": perché l'intensità della passione nasconde una dimensione "asociale", antagonistica nei confronti di questo o quell'aspetto della vita di relazione. Catarsi significa allora consentire che, dietro la finzione artistica, l'elemento "negativo" della passione si metta in scena, manifestandosi compiutamente. In tal modo, esso giunge a "dichiararsi", mostrando due cose di fondamentale importanza. La prima: che un sentimento espresso in forma estetica(*) si rivela sempre come universale; viverlo esteticamente significa che non si è più soli. La seconda: che le emozioni "negative" che compongono quel sentimento, essendo universali, riflettono di un aspetto della natura umana, dunque devono contenere potenzialità «positive», civiche, nascoste al loro interno.

Le passioni dell'animo, dunque, rappresentate nella loro veste scenica drammatica, comunicate e socializzate, vengono sfrondate dell'elemento "selvatico", "anarchico", "autarchico", che le accompagna, divenendo così passioni estetiche e civili.

L'esperienza di un lustro dedicato alla psicologia, e di gran parte della vita votata all'espressione intellettuale e artistica, mi ha portato a dedicare una parte della mia pratica all'arte come terapia.
In questo senso, seguo individualmente o attraverso situazioni di gruppo persone che desiderino conoscersi e sperimentarsi mediante l'arte; e che desiderino dare alla loro psiche la consistenza dell'arte. E ciò particolarmente mediante la scrittura (dalla letteratura al testo teatrale fino al brano filosofico), ma anche mediante il disegno, la pittura, la musica.


2 L'irruzione delle parti nascoste

goya

Siamo una civiltà che non legge più libri. Perlopiù, riceviamo informazioni o fantasie attraverso gli schermi (dei televisori, dei cinema, dei computer), dove prevalgono le immagini sulle parole, le sensazioni sui sentimenti, le suggestioni sui concetti.
Le creazioni dello schermo sono come vascelli fantasma che attraversano alla cieca, senza senso né direzione, il mare informazionale contemporaneo. Nulla a che vedere coi libri del passato, i quali invece erano vascelli pieni di gente e di mercanzia di cui conoscevamo la provenienza e la destinazione.
Questi moderni vascelli fantasma (di cui Edgar Allan Poe ha prefigurato l'apparizione) portano con sé costumi e oggetti senza tradizione, piante ornamentali senza radici. Cercano radici nella liquidità degli scambi, nella frugalità dei contatti. Si muovono per il mondo come non avessero bisogno del «supporto umano», di cui invece divengono gli involontari parassiti. Ignorano che la loro esistenza, in quanto inconsapevole e meccanica, urla ovunque la necessità di un nuovo rinascimento della persona, d'una nuova disciplina dell'armonia: il loro vuoto evoca il bisogno di cercare e ritrovare la forma umana nell'infinita frammentazione comunicativa.
Ma anche i libri che leggiamo occultano le loro radici, e noi (figli dello schermo) non le cerchiamo, pensiamo persino che non esistano. Leggiamo indifferentemente un autore americano o coreano, indiano o giapponese, come possano equivalersi; e così li consumiamo.

Se diventiamo scrittori, scriviamo storie d'individui generici, individui qualunque di paesi qualunque con storie qualunque, anche quando immaginiamo improbabili serial killer o trame violente e passionali. I nostri scritti diventano così vascelli fantasma in cui vivono personaggi che sono piante ornamentali senza radici.
Kafka, creando l'universo kafkiano, ha descritto il sentimento dominante del mondo moderno: il panico, l'angoscia, che é la sofferenza senza radici, senza origine né senso. Beckett ha elevato questo sentimento proprio di un'umanità perduta alla dimensione della parodia, dando alla nostra angoscia la sottile cromatura dell'ironia.
Ma gran parte della letteratura moderna aggiunge angoscia all'angoscia, scava il pozzo della disperazione, anche quando riesce nel suo intento di intrattenere, di divertire, perché evita la ricerca della radice personale (psicologica o storica) del lato oscuro delle cose. Essa piuttosto gioca sul già visto, sul già letto, riproducendo astratte formule retoriche: l'amore romantico, la coppia in crisi, il santo eroismo, la solidarietà nella società multietnica, il serial killer, il rito dell'indagine, il bene e il male contrapposti, il cinismo universale, la normalità dei diversi, funzionali al senso comune e quindi al mercato. Ma si tratta di formule retoriche che si fanno eco l'un l'altra senza concedere all'uomo reale (nel suo dramma o nel suo lirismo) la possibilità di rappresentarsi e testimoniarsi.

La scrittura creativa terapeutica, come io la concepisco, è la ricerca della radice. Nella pagina devo privilegiare l'elemento tellurico, sotterraneo, la visceralità della mia storia traslata nei personaggi o nell'io narrante.
La scrittura diviene così irruzione delle parti nascoste, che contraddicono l'immagine bella di «testa pensante», testa senza cuore, di cui si compiace l'intellettuale moderno; e che del pari contraddicono l'immagine di un "cuore senza testa" tipica del moderno sentimentalismo, unica ideologia "positiva" offerta all'anonimo individuo della società dello schermo.
La mia storia, storia di passioni e di bisogni, storia di lotte riuscite e mancate, ha lasciato un solco ed una traccia. Questa traccia è la radice della mia pianta. Una radice può dare germogli, per quanto sia umiliata e sprofondata. Una pianta senza radice, una pianta ornamentale, è invece una cosa morta, la cui bellezza è simulazione e inganno, e genera un solo sentimento: l'angoscia.

La scrittura creativa terapeutica come io la intendo, la pratico e la uso qualora qualcuno me la proponga nel suo percorso terapeutico, è la ricerca di questo senso profondo, che dalla radice rinvia direttamente al seme che ne contiene il disegno generale.

(*) Glossario: cosa significa "Estetica"? Il termine italiano estetica deriva dal greco antico, nel quale la parola aistesis significava sensibilità. L'estetica è dunque la facoltà umana di dare forma ai dati della sensibilità. Non solo ciò che noi percepiamo coi sensi, ma anche ciò che sentiamo con le emozioni è suscettibile di essere rappresentato mediante una forma appunto estetica: una frase, un verso, un disegno, un quadro, una scultura, un romanzo, un film... Estetizzare un sentimento significa portarlo fuori dall'animo individuale e renderlo oggettivo, osservarlo, fruirlo e farlo fruire.

Per altre informazioni, inviami un'e-mail mail


Copyright © 2003-2004-2005-2006 Nicola Ghezzani - Roma - Tutti i diritti sono riservati.
E' vietata la riproduzione totale o parziale senza il consenso scritto.

Valid HTML 4.01!