ARTE COME TERAPIA 2

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Una riflessione generale

Sono molti anni ormai che l'arte è stata associata alla psicoterapia fino alla creazione dell'arte-terapia. L'arte-terapia è una disciplina che si va imponendo come uno fra i metodi più originali di conoscenza e cura della psiche. Come sempre accade con le idee forti e innovative, l'arte-terapia è andata incontro a sviluppi molteplici, alcuni banali e deludenti, altri invece pregni di interesse e molto stimolanti.
Va notato che un gran numero di psicologi e psichiatri, sentendosi offesi e persino minacciati da questa novità, hanno espresso giudizi molto severi su di essa. Sovente se ne parla e se ne scrive come di una disciplina confusa e cialtronesca. Simili giudizi mi hanno sempre lasciato molto perplesso. Dopo averci riflettuto a lungo, sono giunto alla conclusione che gran parte dei giudizi ostili che questi professionisti esprimono nei confronti di tutte le «terapie non convenzionali» (arte-terapia, autoterapia, auto mutuo aiuto, per fare alcuni esempi) dipendano dal bisogno che essi hanno di tutelare in senso corporativo il metodo che li rappresenta e li promuove ai vertici della vita intellettuale della società. Penso, dunque, che siano solo i professionisti più culturalmente poveri e perciò più corporativi quelli suscettibili di sentirsi offesi e minacciati dalle novità.
La creatività artistica è una opzione che nulla toglie all'importanza della psicoterapia e anzi, se ben indirizzata, può trasmettere utili informazioni sulla qualità profonda dell'esistenza individuale e sulla psiche in generale.
Urge, dunque, approfondire il livello della riflessione. Con questa seconda pagina dedicata all'argomento tento di avviare una più attenta e puntuale analisi del fenomeno, avvalendomi, nella seconda parte di questo scritto, della testimonianza letteraria di una interessante poetessa italiana contemporanea.

Che il processo della creazione artistica abbia virtù terapeutiche è un dato di fatto incerto e contestabile. Talvolta esso può rivelarsi persino pericoloso. La creazione artistica avviene, infatti, perlopiù secondo modalità impulsive, talvolta improvvisate e comunque senza il controllo di persone esperte nelle dinamiche sane e patologiche della psiche.
La potenziale pericolosità dell'uso dell'arte come mezzo di contatto con la psiche dipende dunque dal fatto che, a differenza della psicoterapia, la quale viene somministrata da un soggetto a un altro (da uno psicoterapeuta - o una equipe di psicoterapeuti - a uno o più pazienti), il processo artistico avviene di solito in totale solitudine. Ciò, se da un lato comporta un contatto profondo e veritiero con la propria vita interiore, dall'altro espone il soggetto all'impatto drammatico coi propri vissuti e ricordi, con le fantasie e i desideri.

donna

Il processo artistico, dunque, in virtù del suo potere di smuovere la trama profonda della psiche, si rivela come una situazione più rischiosa di quanto in genere, con una certa ingenuità, si preferisca credere. (Molti artisti hanno avuto personalità disturbate o del tutto malate; molti sono finiti male, alcuni si sono suicidati). Nondimeno, il confronto fra esperienza artistica e psicoterapia mostra quanto la prima sia più libera da pudori censori o da ideologie normalizzanti rispetto alla seconda; evidenziando in tal modo come essa possa essere utile al fine di raggiungere un più pieno e diretto contatto con le proprie personali verità.

Va notato che proprio questo carattere intimo e veritiero fa sì che la creazione artistica sia, per alcuni, preferibile alla stessa psicoterapia. Da qui anche la recente espansione dell'arte-terapia e di altre tecniche psico-espressive.

La possibilità di creare in solitudine e comunque secondo un presupposto di totale libertà fa sì che mentre la psicoterapia classica risulta talvolta paralizzante in quanto suscettibile di indurre dipendenza (e sta all'abilità e all'onestà del terapeuta esperto risolvere tale dinamica), la creazione artistica al contrario espone sempre il soggetto ad una radicale e inquietante autonomia.
Nel corso della creazione immaginaria il soggetto è solo con se stesso, sfida i suoi fantasmi a farsi avanti, a mostrarsi in piena luce, e alla fine non solo egli deve averli resi domestici, ma deve aver conferito loro il compito di comunicare al mondo sociale le ragioni che stanno alla base della propria individualità e il processo dinamico della propria maturazione personale.

Il processo artistico rimette all'opera il fondamento conflittuale dell'identità, la storia (il dramma) del proprio io, la forma compromissoria del proprio equilibrio, e va alla ricerca di un equilibrio formale e psicologico più aderente ai propri bisogni fondamentali.
Questo è il motivo per cui l'arte può essere utilizzata per conoscere e guarire la psiche propria e altrui. Ed è anche il motivo per cui val la pena studiare e disciplinare il processo artistico, renderlo un evento consapevole, perché possa essere utilizzato in modo funzionale al progresso psicologico piuttosto che rivelarsi incontrollato e dannoso.

Dopo aver scritto e pubblicato il mio Autoterapia. Guarire la propria psiche con strumenti personali (Franco Angeli, 2005), mi sono accorto di aver io stesso attraversato nel corso della stesura del libro un processo creativo di natura filosofica e letteraria nel quale ho rimesso in gioco alcuni dei punti fermi della mia vita (i miei «significanti identitari»), per esempio il mio rapporto con la psicoterapia e la cultura psicologica, modificandoli alla radice. L'uomo che io ero quando cominciai a scrivere quel libro non era più lo stesso al momento in cui lo ebbi terminato. Il processo creativo mi aveva profondamente trasformato.
Il processo creativo (sia artistico che filosofico) ha questa straordinaria potenzialità: di costringerci a guardare al fondo di noi stessi, fino a individuare, definire e modellare i momenti traumatici che hanno contribuito ad essere ciò che siamo.

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Scrivere la propria esperienza

Tempo fa mi contattò via e-mail una poetessa che mi aveva scovato facendo ricerche fra i nomi dei premiati di un premio letterario nazionale (che mi era stato in effetti conferito nel 97, per la sezione narrativa). A una serie di contatti sempre per e-mail seguì l'invio di un paio di suoi libri di poesia, che mi colpirono per la semplicità e la forza dello stile e per l'evidenza del tema autobiografico.
Decisi di proporle che una pagina del mio sito riprendesse il tema dell'arte come terapia attraverso alcune delle sue poesie.
Liliana Valentini ha ora accettato. Trascrivo qui di seguito, con solo un brevissimo commento, tre sue poesie che mi paiono dotate di alto valore testimoniale e rappresentativo.
Le poesie sono tratte dal libro Un filo di parole (Edizioni Helicon, 2004).

Giochi

Guardali:
noi non saremo più
così belli;
forse lo siamo stati
e la malinconia
è un sogno dolce
ove cullarsi un po',
ma non dà spinta.
I bambini possono darti
ciò che hai lasciato
(e non perduto).

Hanno in sé
una bellezza speciale:
forza, entusiasmo,
innocenza.
Può sembrare bello
perfino l'egoismo,
ridotto a regola essenziale,
primordiale,
d'affermazione di sé.
(1977)

L'oggetto di questo componimento sono i bambini, i quali «possono darti / ciò che hai lasciato / (e non perduto)», cioè qualcosa della verità del tuo essere uomo che sta alle tue spalle, nel tuo passato, ma che può essere ricordato. I bambini, infatti, sono in grado di far «sembrare bello / perfino l'egoismo, / ridotto a regola essenziale, / primordiale, / d'affermazione di sé».
L'intera poesia si sviluppa grazie allo strumento del dialogo con un «tu» impersonale nel quale potremmo vedere la poetessa che ammonisce se stessa, come guardandosi in uno specchio.

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In tono ha un respiro di tipo morale. L'oggetto del discorso sono i bambini, l'origine della psiche soggettiva adulta. Circondati dagli affetti che occorre «servire», che è «morale» servire, i bambini, con la loro vitalità e il loro egoismo, appaiono all'io narrante come «primordiali», dunque in fondo negativi. L'affermazione di sè, ovvero l'autonomia, rappresentata dai bambini è segnata di un segno negativo, che spiega il tono depressivo che assumono le poesie di quegli anni. L'individuo, soprattutto se ha sensibilità e intelligenza, non può cercare la felicità in se stesso, non può godere delle qualità di cui dispone, deve piuttosto far l'analisi del proprio egoismo, e assume la voce teologica (petrarchesca o leopardiana) della condanna dei mali della gioventù.

Ma andiamo avanti. Ecco la sorpresa.

Godot

Aspetti Godot
e corri alla porta;
un balzo: alla finestra;
resti per strada,
aspetti il postino.
Aspetti Godot
e cerchi nei libri,
nel vivo d'incontri,
la forza e i gesti
di una Penelope.
Ancora tesseresti la tela,
la trama di incontri
e di vita...
Ma l'ora è avanzata.
Un nodo ti chiude
la gola. Deciditi:
sei tu il tuo Godot.
(1996)

Il paesaggio poetico e morale della poesia, a distanza di vent'anni (1977-1996) è completamente mutato. Il riferimento non è più la voce salmodiante dell'ammonimento morale, ma quella del discorso diretto, dell'esortazione alla lotta. Il riferimento a Beckett, autore della piece teatrale «Aspettando Godot» è illuminante: l'autore della paralisi decisionale dell'uomo contemporaneo, uomo non ancora «moderno» che resta nell'attesa di una provvidenza che conferisca un significato alla sua vita e ne determini l'azione, viene qui evocato nel suo potenziale di sfida e di superamento. In effetti la poesia indica come nel corso dei vent'anni che sono trascorsi dalla prima poesia molti cambiamenti siano avvenuti. La poetessa non attende più l'ispirazione sentimentale: costruisce la sua poesia; la donna non dipende più dall'arbitrio dell'uomo: va nel mondo con le sue gambe; l'uomo contemporaneo non attende lumi sull'esistenza da un dio nascosto e misterioso o dall'idolo politico del momento: si muove sulla base della sua autonoma volontà. Il percorso di individuazione è così compiuto.

Beckett

Quanto è costato a questa donna e a questa poetessa il suo percorso di individuazione è chiaro da tutta la sua opera. Basti citare alcuni versi, recenti, che Liliana Valentini mi ha inviato per e-mail:

Il pozzo

Sono il pozzo e sono il secchio
(legato alla catena ) che scende;
la forza che gira la carrucola.
E sono l'acqua oscura del fondo,
che all'ultimo limite il secchio
raccoglie, le dà forma e lento
fa salire. La luce è intorno
e l'acqua esce e si fa chiara.
(2004)

La poetessa ormai controlla per intero i suoi strumenti; ma l'azione è ancora quella di drenare il fondo di un dolore e di un mistero non ancora risolti, cui tuttavia la forza dell'azione poetica è in grado di conferire forma di rappresentazione e luce di matura consapevolezza.

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Domande e risposte

Nel corso di un dialogo per lettera, a mie domande sulla funzione del'arte nella gestione della propria vita psicologica ecco cosa Liliana Valentini mi ha risposto.

D.: La poesia o comunque la letteratura le sono servite ad affrontare e in parte risolvere vecchi o recenti problemi psicologici, quindi a promuovere la sua maturazione psicologica?

R.: Dal lato della fruizione (ascolto, interesse, uso di schemi e forme, per fare confronti e paralleli...) la poesia e la letteratura sono stati riferimenti importantissimi nella mia vita. Qualcosa di utile per sostenere, agganciare, alimentare la mia riflessione. Qualcosa di buono, avvicinato a me da persone, che in tanti anni e situazioni, mi hanno trasmesso questa passione.
Riguardo ad inventare qualcosa, c'è stato un andamento intermittente, sia per altri impegni (studiavo per il mio posto di maestra, poi lavoravo, mettevo su famiglia, mi ammalavo...) sia per insicurezza.
Ad ogni modo solo nel 1997 ce l'ho fatta a fare il primo concorso letterario.
Però questo filo di riflessione, tra me e me, l'ho sempre mantenuto.

D.: Secondo quali dinamiche la poesia o la letteratura le sono servite per la sua maturazione psicologica?

R.: Questo «filo di parole» (come ho intitolato il libro) o filo di pensieri (come avevo scritto da giovane) come nasce e agisce?
Il prof. Bonifazi, che ha curato la pubblicazione del mio libro, parla di «guida». In effetti, io dentro di me discuto molto. Ho sempre da vagliare le idee delle letture (che in qualche modo ho cercato) e metterle alla prova delle mie piccole esperienze e scrutarle alla luce delle mie intuizioni, in un continuo ripensamento.
Qualche volta mi capita di «metterla» in un modo che mi pare lampante e chiaro (almeno per me). Una piccola sintesi, proprio mia. ( Come dicevano a scuola: "con parole tue"). Sarà poesia?
Peccato che questa limpidezza dura poco e siamo presto da capo. Poi c'è di nuovo il bisogno di confrontare.

D.: In che termini consiglierebbe ad altri di usare lo strumento artistico per la propria vita interiore?

R.: Questo punto mi è più difficile. Magari la posso vedere da maestra.
Vivi e cerchi l'armonia, naturalmente. Ma anche respirare è naturale e a volte l'angoscia lo rende difficile.
Dunque, come?
Certo l'educazione ha tempi lunghi. Forse educazione è parola adatta, per quel rapporto dentro- fuori. (E dialettica è appropriato).
Quindi serve tutto di quelle esperienze di ascolto, unione con un forte interesse, e la passione di qualcuno accanto. L'insicurezza diminuisce se siamo in grado di fare qualcosa di buono; ma a volte si è talmente insicuri, che non si trova modo di scambio, neanche su cose già fatte.

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