ARTE COME TERAPIA 3
Il cinema pedagogico e le sue storie

di Rosa Maria Lombardo
(L'articolo, già pubblicato su Giornale di Pedagogia, n.1 del gennaio 2005, Anno III, Periodico scientifico e professionale della F.I.PED. E' stato riadattato dall'autore.)

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Che Truffaut abbia vissuto il cinema come una sorta di sfondo narrativo su cui ricostruire il significato della propria vita o rileggerlo, ove era stato nascosto, è evidente e accomuna l'idea che molti si sono fatti di questo regista. Una sorta di psicoterapia lunga una vita, che si è snodata e sviluppata, lungo i tanti film, le tante storie e i personaggi a cui Truffaut ha saputo dare vita.
Ciò che è evidente è lo sforzo costante del regista che cerca di mettere insieme i pezzi di un'esistenza segnata dall'abbandono e dalla disconferma da parte dei genitori, i quali a causa della condizione di François di figlio illegittimo, ne segnano il destino di vergogna e ne fanno , nella memoria storica dell'uomo, un bambino da nascondere e ignorare, una sorta di assente-presente continuamente richiamato al suo destino di trasparenza come il suo letto che scompare durante il giorno, quasi a non lasciare traccia della sua scomoda esistenza.
L'interesse del regista per il giovane attore, Antoine Doinel, interprete di molti suoi film e suo protetto, segna d'altra parte, il cammino dell'uomo che ripercorre la sua stessa adolescenza, strappata ad un destino di devianza a cui lui stesso si riconosceva destinato, ed avviata invece a più luminosi sviluppi grazie alla presenza di André Bazin che entra nella vita del giovane François con la forza e il carisma di quel padre mai avuto.
Truffaut che, in alcuni film, si prende cura dei bambini e li guida durante la regia raccontandone al tempo stesso la storia e riattraversando la propria; con Victor, Truffaut evidenzia il progresso verso l'acquisizione di un ruolo genitoriale; egli è ora capace di indossarlo e di assumerlo verso il bambino dell'Aveyron, ma ancora di più verso il François bambino che si porta dentro e delle cui ferite emotive può ora occuparsi.
Gli elementi autobiografici offrono spunti e sfondi per i film del regista. Il motivo della rieducazione nelle case di correzione ritorna nei suoi lavori accomunati dalla denuncia per un luogo, che Truffaut ha conosciuto di persona, che ammanta di pedagogia atteggiamenti repressivi e violenti che avrebbero il solo scopo di ammansire o indurre simulazioni di ammansimenti o, nei casi più drammatici, indurre il suicidio in chi non ha la forza per resistere alla durezza di quel luogo. L'attenzione alle ferite emotive e alle difficoltà della crescita ritorna con la storia di un'altra figlia infelice, Adele Hugo, a cui Truffaut omaggia un lavoro cinematografico di delicata bellezza, Adele H. Una storia d' amore, in cui il dolore acquisisce il linguaggio muto della prosodia della bella attrice, nei cui occhi sbarrati e fissi naviga la desolazione che segna i bambini poco amati. Con dovizia di particolari, costruendo scene veloci come pennellate su di una tela, il regista riesce a ricomporre gli anni centrali della vita della ragazza. Non ci fa vedere il passato, quello in cui la malattia mentale di Adele origina linfa e nutrimento, ma ci presenta una donna bella e intelligente, amabile e gentile, capace di ingraziarsi la simpatia a prescindere dai titoli e dalla notorietà poiché ella nasconde la sua vera identità. E' una sorta di omaggio che il regista le porge? Adele che si fa amare e apprezzare per la sua discrezione ed eleganza di modi e non perché la figlia di Victor Hugo; il regista le attribuisce quindi, e le riconosce un merito, a prescindere dal padre. Una storia, ben costruita, che ancora una volta mette in risalto il genio di Truffaut e la sua sensibilità verso il dolore umano inteso come difficoltà di adattamento alla vita.
Ho trovato dei parallelismi con L'enfant sauvage, il regista affida ancora molto alle sequenze mute, alle scene che sfumano lasciando che gli stessi sentimenti sbiadiscano, ai primi piani, sul viso intensissimo della Adjani e su quello vigoroso e duro di Victor, affidando allo spettatore il compito di tessere lo sfondo narrativo della storia e di cogliere le emozioni dei protagonisti in maniera del tutto personale.
Nello stesso film ritorna il tema del caregiver, di colui che si prende cura. I film di Truffaut, dedicati all'infanzia o all'adolescenza, annoverano sempre un caregiver, che in varie vesti, ora di amico, ora di amante o medico o mecenate, si prende cura di un minore allo sbando, abbandonato, disadattato, incapace di gestirsi da solo, spesso nei guai con la giustizia e messo al bando dalla società. In questo rapporto di cura, di attenzione il giovane trova un terreno che accoglie i semi della sua potenzialità fino a farcene vedere la fioritura e il recupero, un messaggio di speranza che non manca quasi mai nel film di Truffaut.
Un recupero che nasce dalla cura, da un prendersi cura che trova fondamento nell'atto stesso dell'occuparsi di un'altra persona, nella relazione quindi, di per sé educativa.
Ho avuto la sensazione, vedendo e rivedendo l'Enfant sauvage che Truffaut abbia sposato pienamente lo stile educativo e le idee pedagogiche di Itard fino al punto da volerlo proteggere dalle critiche che lo colpirono come pedagogista e omettere, nel film, alcuni particolari degli espedienti educativi usati da Itard con Victor. Così come torna, stridente con l'amore che Itard mostra nutrire per Victor, la durezza di una scelta educativa, quella di punire ingiustamente Victor per verificarne la reazione. Il bisogno quindi di costruire uno sfondo di significati e di senso ad ogni gesto del pedagogista, di leggerlo sul piano pedagogico ma anche e soprattutto su quello umano, di dare una cornice di paternage ad ogni suo gesto, che rispetto al maternage di madame Guèrin è meno evidente, meno immediato e necessita di un supporto, di un filtro che ne consenta la percezione e la lettura.
L'immedesimazione di Truffaut con il personaggio de l'Enfant sauvage, la sua ricerca di notizie, la cura nella costruzione delle scene, la fedeltà dei dialoghi, tutto fa pensare ad una sorta di messa in scena, ovvero l'animazione di un'esperienza riparatrice che offra, al regista e ai personaggi, la cura attraverso le cure ad un bambino che rivive nella finzione cinematografica e mette nuovamente in gioco le emozioni e i sentimenti che universalmente attraversano l'uomo davanti all'infanzia sola.

Rosa Maria Lombardo
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I Film:

L'enfant sauvage
regia di François Truffaut, Francia 1969. La storia del bambino ritrovato nelle foreste dell'Aveyron, alla fine del 1700, e affidato alle cure del dottor J.M.G.Itard e di madame Guèrin che si impegnarono per educarlo poiché il bambino era vissuto, fino all'età in cui fu ritrovato (circa 6/8 anni), da solo nei boschi. I dialoghi sono interamente ricavati dai rapporti scritti da J.M.G.Itard intanto che portava avanti le osservazioni e gli interventi su Victor.
Notare l'uso del bianco e nero, volutamente adottato per rendere più realistica la storia; la contrazione temporale dei 5 anni di trattamento educativo e il ricorso allo stesso attore bambino. Ampio ricorso, nel montaggio, all'iris che chiude, come in una cornice, i vari momenti del lungo percorso di Victor e del suoi educatore.

Adele H.
regia di François Truffaut, Francia 1975. Uno scorcio sulla vita di Adele H., secondogenita di Victor Hugo, durante il viaggio che la condusse, dall'Europa in America alla ricerca dell'uomo di cui era perdutamente innamorata ma da cui era stata abbandonata. Il lento, progressivo scivolare verso uno stato maniacale accompagna il tramonto di una lucidità a cui seguì comunque una lunga vita, seppure nell'oblio dell'inconsapevolezza. Per realizzare questo film Truffaut si ispirò ai diari di Adele, ritrovati, in una libreria di New York nel 1955.

Biografie brevi

François Truffaut (1932-1984) regista e sceneggiatore noto per il suo occhio cinematografico innovativo in una Francia convenzionalmente ancorata ai ruoli classici della cinematografia. La vita difficile del giovane regista delinea un particolare percorso ed un uso del tutto personale della macchina da presa che, soprattutto all'inizio, si concentra sul mondo dell'infanzia e dell'adolescenza, con un intento documentaristico, di denuncia anche ma soprattutto di profonda rielaborazione personale. Truffaut usava ritagliarsi spesso una parte nei propri film.

J.M.G.Itard (1775-1838), medico pedagogista francese, viene considerato uno dei padri della Pedagogia Clinica. Fu sua l'idea della educabilità dell'individuo anche in presenza di forti disabilità e dell'importanza della mediazione sociale nella crescita psicofisica della persona. Il lavoro con il ragazzo trovato nelle foreste dell'Aveyron infatti aveva dato a Itard la certezza che un lavoro educativo potesse risolvere gli esiti dei deficit funzionali e non organici, e contrariamente a Pinel (collega dell'epoca), che considerava Victor irrecuperabile, poiché attribuiva la sua minorazione (cognitiva-linguistica e motoria, ma anche socio affettiva) ad una causa organica e in ogni caso irrecuperabile, Itard riuscì a dimostrare, educando Victor - altrimenti destinato ad una vita da alienato nell'Institute des sourds-muets - che i deficit possono essere funzionali, e quindi inerenti aree funzionali inibite (in parte o per intero) o deviate nel loro funzionamento, dal mancato uso, dalla mancata stimolazione, e dalla mancanza di una restituzione significativa da parte di un adulto che costituisce, nella sua veste di educatore, un ponte-passaggio verso i significati del mondo e della vita.

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