L'autolesionismo. Il bisogno di farsi del male.
1 Cos'è l'autolesionismo. Definizione e descrizione clinica

Definizione. La parola autolesionismo deriva dal greco autòs, se stesso, e dal latino ledere, ferire. Essa indica l’atto attraverso il quale un individuo si provoca intenzionalmente del male, sia in senso fisico che in senso morale.
Descrizione. «Tu non puoi più farmi del male!» Quante
volte abbiamo sentito l’amante deluso urlare questa frase al suo oggetto
d’amore, divenuto per qualche rovescio della sorte il suo peggior nemico. La
ricerca dell’invulnerabilità - o, detto in altri termini, dell’insensibilità
- è una delle più drammatiche avventure della psiche umana. Frutto di
sofferenze antiche e recenti causate da genitori rigidi e persecutori o da contesti
educativi sadici e umilianti, il desiderio d’essere insensibile può produrre un
inquietante paradosso. Giovani poco più che adolescenti, soprattutto ragazze,
talvolta anche donne adulte, si provocano tagli in ogni parte del corpo
mediante lamette, forbici o coltelli, si bruciano con cicche di sigarette, si fasciano
i seni fino a farli dolere, si costringono a regimi dietetici spietati o a
ingoiare cibi disgustosi inducendosi sofferenza.
Si tratta di una psicopatologia più diffusa di quanto di solito si pensi, che
unisce il masochismo fisico (il piacere di farsi o di farsi fare del male)
all’individualismo più estremo e solitario. Questa patologia si chiama autolesionismo
e viene siglata come DSHS (Deliberate Self Harm Sindrome,
Sindrome da autoferimento intenzionale); tra le adolescenti ha ormai
raggiunto una diffusione analoga a quella dell’anoressia e fornisce alla
ragazza che ne è affetta la stessa ambigua aura di diversità.

Adotta
tecniche - dal taglio alla bruciatura, dall’abrasione all’escoriazione, dalla
flagellazione all’induzione forzata del disgusto - note (per ben altri scopi)
alle sante dei secoli passati, in una mimesi parodistica della forza di
carattere e della virtù.
Ossessionate dai loro rituali che combinano l’esaltazione del autocontrollo col
masochismo psichico e fisico (di cui ho scritto nel mio libro Volersi
male, editore Franco Angeli), riescono infine a escludersi dalla vita
sentimentale simulando l’inviolabilità e raggiungendo l’insensibilità.
Dice una ragazza affetta da tale disturbo: «Ho capito che lo faccio per
allontanare gli altri... Avendo tante cicatrici sul viso e sul corpo, finisco
per fare ribrezzo e così mantengo gli altri a debita distanza. In un certo
verso la cosa mi rassicura, data la mia paura degli altri. E’ come se fosse una
«barriera di protezione». In sostanza il motto dell’autolesionista potrebbe
essere: «Sono io a farmi del male, non tu!»
Si tratta dunque di una patologia dell’identità affettiva e di genere
caratteristica di donne giovani e insicure, che va sottratta alla solitudine e
affidata alle cure della psicoterapia e dei gruppi di auto aiuto, perché si
sviluppi un’identità femminile matura, capace sia di autonomia che di
relazione.
2 Una valutazione psico-sociale
Una ragazza, che ha dialogato con me tramite e-mail, descrive con precisione la
funzione difensiva dell’autolesionismo (d’isolamento e rivendicazione
autarchica di controllo su di sé):
«Mi sembra che tutto sia cominciato intorno ai 16 anni, quando ho cominciato a
sentire dentro di me una strana sensazione, come di disagio, una velata
malinconia. Il rapporto con i miei genitori non è mai stato dei migliori. O
meglio, in famiglia non ci sono gravi problemi ma a volte litigavo di brutto
con i miei, soprattutto con mia madre, che ha una visione della vita
diametralmente opposta alla mia. Poi per altri motivi (amicizie, mancanza di amori,
e altre cose), ho cominciato a sentirmi triste, sempre, ovunque e comunque.
Questi «sfoghi» sul mio corpo non sono mai seguiti a delle liti, non sono mai
stati degli sfoghi di rabbia immediata. Mi ritrovavo magari a graffiarmi con le
unghie dei piccoli brufoletti o imperfezioni che sentivo sulle braccia o sulle
gambe, cose che mi hanno sempre dato fastidio e irritato, e da lì mi provocavo
tante piccole ferite, tanti piccoli graffi, ma tutto ciò di solito avveniva in
momenti in cui non avevo pensieri per la testa oppure quando mi sentivo... non
so... stufa di tutto. Ciò accade anche oggi. Quando sento dentro di me come un
insostenibile fardello e non ho voglia di fare niente, allora comincio a
stuzzicarmi. Odio sentire le croste dei graffi sul mio corpo, sicché mi graffio
nuovamente per toglierle... Inutile dire che mia madre ha sempre trovato le mie
magliette piene di macchie di sangue, ma mi dice semplicemente che s’è rotta le
scatole di lavarle, non che le importi qualcosa del mio malessere».
La giovane autolesionista è molto esplicita: dapprima c’è una tristezza di tipo
depressivo, che potrebbe spingerla a chiedere contatto affettivo a qualcuno, a
cercare un senso della vita fuori della sua stanza, del suo isolamento, o anche
indurla a protestare nei confronti del mondo in cui vive. Questa tristezza
tuttavia urta contro la barriera di una delusione, di una mancanza di fiducia
in sé e negli altri. Poi, da quel momento, si avvia come per forza d’inerzia la
pratica autolesionista: la ricerca di dolore, la sensibilità
autoreferenziale, l’imbruttimento del corpo.
L’effetto è che la ragazza si isola (il dolore contrae l’io; la sensibilità
chiusa nell’io esclude la relazione col mondo; l’imbruttimento genera vergogna
e bisogno di nascondersi), e cessa di desiderare un contatto ritenuto inutile.
L’autolesionismo, dunque, coincide con l’affermazione di una personalità
introversa e solitaria, che radicalizza questi suoi tratti allo scopo di non
dipendere da nessuno. La sofferenza è intesa come dato ineludibile della
vita (masochismo morale), ma essa è amministrata dall’Io: non è imposta al
soggetto da qualcun altro.
Spesso questa patologia, soprattutto quando si manifesta in fase giovanile,
coincide con il rifiuto di una condizione di vita iperprotettiva, dovuta
a famiglie che proteggono il corpo dei figli (e lo custodiscono come un valore
sacro) ignorando o mistificando l’esistenza di una psiche meritevole di
attenzioni quanto e più del corpo. Altre volte, l’autolesionismo coincide con
una condizione di indigenza o di marginalità nella quale la società impegnata
nel valore dell’assistenza fisica viene ripudiata con odio sulla base della sua
inettitudine a coltivare i valori della psiche e della sensibilità morale.

Intesa come protesta di categoria (di alcune frange giovani o di marginali)
l’autolesionismo da solitario e nascosto può divenire un fenomeno trendy,
di tendenza, e come tale esibito (almeno nei suoi stili e nei suoi risultati
ultimi). A questo punto esso non è più da considerare una psicopatologia bensì
una forma complessa di «perversione morale», gli strumenti della cui
risoluzione dovranno pertanto essere non solo psicologici ma anche di carattere
psico-sociale, politico e culturale.
La patologia rivela, dunque, una grave lacuna culturale: la società attuale si
mostra esperta nella gestione fisica delle persone (sacralizzando il concetto
di salute del corpo e di amore di sé), di fatto però fingendo di ingnorare che
la salute del corpo è un effetto della sua libertà; e che la libertà del corpo
coincide sempre con una coscienza in grado di opporsi in modo fruttuoso ai
condizionamenti sociali, compreso quello che comanda la fruizione passiva
del benessere piuttosto che l’attivazione e l’analisi profonda del
malessere psicologico personale e collettivo.
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