AUTOTERAPIA E CREATIVITA'


1. Perché la creatività è terapeutica

Chi soffre di disturbi psicologici vive un’esperienza che non sempre è agevole ricondurre alla ragione ordinaria. Egli sperimenta sintomi poco o punto comprensibili: ossessiva coercizione a ripetere riti irragionevoli, angoscia di non essere «davvero» se stessi, paura di fronte allo spazio aperto o chiuso, terrore irrazionale di avere malattie o di stare per morire ecc.; oppure sentimenti dolorosi, talvolta catastrofici: la depressiva sensazione di essere delle nullità, di vivere in un mondo mostruoso, di aver commesso colpe imperdonabili, di essere giudicati in modo negativo dagli altri...
Per me che giornalmente svolgo l’attività di psicoterapeuta non è sempre facile far comprendere ai miei pazienti che la sofferenza psicologica - pur in apparenza così complessa - deriva da qualcosa di molto, molto semplice: deriva cioè dal fatto che l’io è coinvolto in menzogne che gli inibiscono la possibilità di esprimere desideri e bisogni autentici, che lo facciano sentire vivo e reale e perciò onesto con se stesso. Non è facile far comprendere che l’identità può essere «alienata», cioè falsa, forzosamente adattata a modelli di vita inadeguati ai più profondi bisogni personali.
Il grado di falsità dell’io può essere estremo ed essere talmente radicato nella coscienza da sfuggire ad ogni attività autoriflessiva. In questi casi, nei quali la falsificazione di sé è una dinamica condannata a restare inconscia, è solo la sofferenza psichica ad attestare e dimostrare che l’io non è in pace con se stesso, che si tormenta per qualcosa che gli sfugge.
L’individuo affetto da una sofferenza psichica è permeato di condizionamenti ambientali assorbiti sin dalla più tenera infanzia e mutuati dagli affetti più intimi e necessari; in più, egli si sente obbligato a non trasgredirli, pena una intollerabile sofferenza affettiva e psicosomatica (il ben noto senso di colpa).
Nel corso del suo sviluppo e della sua vita adulta questi condizionamenti gli appaiono sempre più contraddittori rispetto ai suoi veri sentimenti, ma non può modificarli né tantomeno liberarsene. Anzi, più avverte la loro crescente estraneità, più si costringe a subirli, difendendoli al prezzo della propria integrità morale, della propria salute, talvolta della propria vita. Se è vivace e provocatorio, si piega ad essere timido e passivo; se è coraggioso e indipendente, si lega a doppio nodo ad ogni affetto - anche il più avvilente - e finisce per diventare prima un bambino/adolescente dipendente poi un responsabile (e tormentato) uomo (o donna) di famiglia; se è originale e creativo, sceglie una sciatta e ordinaria vita da travet. E paga ogni sua nuova scelta, ogni rinnegamento di se stesso, con la produzione o l’aumento dei sintomi.
L’interpretazione che ho appena dato circa la sofferenza psichica, intesa come effetto di una profonda e invisibile mimesi conformistica, è necessaria per capire perché la creatività può rappresentare un formidabile fattore terapeutico.
La creatività risponde a un processo nella cui genesi non v’è nulla di armonico e innocuo: essa di fatto coincide con un processo di distruzione e ri-creazione degli oggetti mentali che prima di pervenire a una qualunque forma di armonia attraversa i più differenti e radicali stadi del caos.
Per poter creare una qualunque cosa un individuo deve essere in grado di:
1) trasgredire le regole ordinarie dell’armonia;
2) assistere con piacere alla disgregazione dell’ordine armonico pregresso;
3) accettare la possibilità che dalla distruzione così avviata non sortisca nulla;
4) immaginare un ordine armonico alternativo a quello pregresso;
5) realizzare questo nuovo ordine attraverso un oggetto estetico personale;
6) accettare di vivere le conseguenze (psicologiche e sociali) del proprio atto di distruzione creativa.
Per riuscire ad essere creativo, dunque, l’individuo deve saper promuovere in se stesso queste scomode e poco invidiabili caratteristiche:
1) la trasgressività;
2) la distruttività;
3) il nichilismo;
4) l’immaginazione;
5) la fattività;
6) il coraggio morale, cioè l’eticità.
Come si vede, si tratta di attitudini mentali e qualità morali che mettono l’individuo nell’obbligo di dirsi la verità circa il bene e il bello, cioè nell’obbligo di dirsi la verità (per poi dirla agli altri) circa i bisogni umani secondo i quali gli sembra giusto e bello vivere.
Essere creativi significa, in sintesi, mettersi in una posizione non-conformista, dunque scomoda. Dal momento che l’ordine armonico pregresso (il «gusto» di un gruppo o di un’epoca...) è vissuto da tutti coloro che lo condividono come il «bene comune» e come la «verità oggettiva», è evidente che non si diventa artisti, o comunque persone creative, se non si desidera stare in un rapporto privilegiato con la sfida alla morale e alla verità correnti mediante la creazione di nuovi valori e nuove verità.
Un’esigenza di «pro-vocazione», di dibattito culturale e di mutamento storico-sociale è dunque implicita in ogni persona creativa; un’esigenza che senza dubbio coinvolge quell’individuo nel rapporto che intrattiene con le regole sociali, ma solo nella misura in cui egli sia coinvolto, a maggior ragione e innanzitutto, in un rapporto veritiero con se stesso.
Liberata nelle sue caratteristiche, la creatività si rivela un fattore terapeutico decisivo. Se per creatività intendiamo l’impulso alla trasformazione e alla personalizzazione della vita, essa è il vero fattore terapeutico. Infatti, intesa come libera attività di trasformazione delle forme (affettive, psichiche e sociali), la creatività costituisce il nucleo vitale dell’io, quello stato centrale dinamico il cui fine essenziale è difendere la vita dell’io dalle contraffazioni esterne per consentirgli di crescere, maturare e prosperare.

2. Perché promuovere l’idea dell’autoterapia

Sono ormai alcuni anni che ho un sito personale, sul quale rispondo alle domande che mi vengono poste dagli utenti, e altrettanti anni che collaboro con alcuni siti e forum del campo psicologico e di numerosi altri settori (mi sono occupato di pedagogia, filosofia, letteratura, politica, arte e ancora altro...). Ogni volta che ho messo il naso sui forum di discussione e sui siti di informazione ho sempre constatato la grande vitalità della gente con cui mi sono trovato a colloquiare e una sottile e perlopiù inconsapevole capacità di ricerca e di autogestione.
Allo stesso tempo, tuttavia, soprattutto sui forum di psicologia, ho altrettanto spesso osservato la ricaduta del discorso nelle paludi di un vecchio schema: il profondo scoraggiamento di quanti soffrono di disturbi emotivi e la totale dipendenza dalla psicoterapia, dipendenza espressa con il fare il nome del proprio terapista o del metodo che questo adotta, come un esorcismo contro la paura di non farcela coi propri mezzi. (Quando dico coi propri mezzi non intendo dire che sia necessario fare «da soli»; con l’espressione «farcela coi propri mezzi» intendo dire che si può avere un proficuo contatto psicoterapeutico senza tuttavia perdere di vista il fatto che siamo noi, coi nostri mezzi e la nostra inventività ora ad ammalare, ora a guarire.)
In conseguenza di queste osservazioni e di mie esperienze personali, pian piano sono uscito dal soffocante paradigma (dall’«archetipo», direbbe Jung) della terapia, per trovare punti di contatto con quello della formazione e più precisamente dell’autoformazione.

Ho cercato, insomma, di allentare l’idea che come nella medicina organica anche nella psicoterapia si abbia a che fare con un corpo malato ridotto alla passività, per sostituirla con l’idea che la psiche sia sofferente non propriamente per malattia ma per «ignoranza di se stessa» e quindi per via di una gestione confusa e contraddittoria delle proprie caratteristiche. E che pertanto la «guarigione» non sia un processo che riguardi una mente incapace di gestire una malattia incontrollabile se non da personale specialistico, ma sia piuttosto l’apprendimento a conoscere la psiche e gestirla come si conosce e si gestisce il proprio corpo non-malato, un corpo da amministrare perché stia in salute, dia benessere, sia armonioso e dia il meglio di sé.
E’ a coronamento di questa linea di ricerca e di riflessione che ho scritto e pubblicato di recente il libro Autoterapia (Franco Angeli, 2005). Il libro è nato per studiare e quindi suggerire ai lettori l’abbondanza di risorse di cui disponiamo per comprenderci a fondo e per gestire coi nostri mezzi le nostre caratteristiche psicologiche. Ogni individuo dispone di una sensibilità innata che lo rende abile a conoscersi nelle proprie sofferenze meglio di chiunque altro, sì da poter diventare, con una preparazione adeguata, il miglior diagnosta e il miglior terapeuta di se stesso. Ogni individuo, inoltre, custodisce dentro di sé un potenziale creativo che, liberato dalle inibizioni psicopatologiche, lo mette in grado di fare della propria vita un’esperienza sana, ricca e gratificante.
Con questo nuovo approccio terapeutico/formativo non intendo «sostituire» la psicoterapia, ma compendiarla con un sistema più liberatorio, meno centrato sulla delega e sulla dipendenza, che sono spesso le condizioni di base su cui s’instaura una malattia psicologica. Pertanto, nel corso del libro indico come affrontare i propri disturbi psicologici pregressi, ma allo stesso tempo suggerisco come evitare o superare la malattia iatrogena, cioè la malattia involontariamente creata dal medico. Di conseguenza, suggerisco perché e in quali modi «uscire» da una psicoterapia, terminandola al momento giusto, cosa questa su cui è stato scritto poco o nulla per ovvi e imbarazzanti motivi di omertà culturale.

Il libro, dunque, è nato per servire questo scopo: per avviare una nuova politica di gestione della sofferenza psicologica, che spesso è curata bene, ma sulla base di un presupposto (la dipendenza dal terapista) che è parte del problema stesso, e che dopo molti anni di terapia o dopo molte terapie mediche e psicologiche senza successo diventa il problema stesso.
Un tempo i medici curavano negli ospedali e nei loro ambulatori senza accorgersi che intanto infettavano i pazienti con le mani e gli ambienti sporchi, sicché avvenivano decessi che la scienza riteneva inspiegabili. Poi un giorno un certo dottor Semmelweiss ha svelato l’arcano: bastava lavarsi le mani e creare un ambiente settico, pulito, e i pazienti non si ammalavano. Ecco: la dipendenza dalla psicoterapia è oggi come l’infezione da mancanza di igiene del secolo scorso. Genera patologie invisibili che sono parte del problema. Il mio libro cerca di spiegare proprio questo. E - se è un merito lo lascio dire a voi - lo fa parlando anche del caso dell’autore stesso, del mio caso, poiché io stesso sono passato per una lunghissima formazione professionale che ha comportato anche lunghe psicoanalisi effettuate come paziente; formazione che col tempo è diventata parte del problema.
Il libro, dunque, è utile al paziente che vuole imparare come non esser più tale, come non esser più un paziente, ovviamente guarendo; ma è utile anche allo studente di psicologia che si sente intrappolato dalla macchina implacabile di formazioni lunghissime, oppressive e molto costose.
Ciò che intendo suggerire è che anche a livello psicologico esiste una malattia di tipo iatrogeno, cioè prodotta dalla stessa pratica terapeutica (malattia della quale i curanti perlopiù non si accorgono); questa malattia iatrogena è la dipendenza dal terapista e dall’interminabile ricerca di una cura (chiamiamola «iatrodipendenza»). Contro questa invisibile malattia c’è solo lo strumento dell’autocoscienza e della coscienza culturale, ma per usare questo strumento occorre saper abbattere dei tabù e la conseguente paura di essere colpevoli di superbia e di sbagliare.
Infine, col libro Autoterapia ho inteso individuare e segnalare la capacità auto-organizzativa di cui ciascuno di noi è dotato per natura, sia in quanto individuo singolo che attraverso la pratica della vita sociale e delle comunicazioni di rete.

autoterapia



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