BURN OUT E SCUOLA
L'intervento sul tema del burn out presente in questo sito col titolo «Il burn out dell'operatore volontario» ha ricevuto consensi e suscitato molto interesse.
In seguito ad un contatto diretto ho rilasciato nel settembre del 2004 un'intervista ad uno dei più noti portali di informazione per la scuola pubblica.
All'intervista, sempre su richiesta diretta, ho poi fatto seguire un articolo intitolato «Aspetti psicosociali del burn out dell'insegnante».
Entrambi gli interventi sono poi stati ripresi da numerosi siti del settore.
Li riporto qui di seguito nella loro versione originaria.
1 IL BURN OUT E L'INSEGNAMENTO
Intervista in esclusiva per Meridiano Scuola al dottor Nicola Ghezzani
13 settembre 2004
Rosa Maria Lombardo per la redazione di Meridiano Scuola:
Il dottor Ghezzani, psicologo, esperto dei disturbi d'ansia, porta avanti uno studio sul burn out nel volontariato. Il parallelismo tra il volontario e il docente, entrambi impegnati in una relazione d'aiuto,
mi orienta verso alcune domande che ho deciso di rivolgere al dottor Ghezzani. L'intervista mira non tanto a stabilire cosa sia il burn out, su cui, a livello di definizione, si è scritto tanto, ma a cercare di capire come e
perché ci si arriva. Da un punto di vista evolutivo, quindi, ed educativo. E, di conseguenza, a cercare di capire come, ognuno di noi, e la scuola più in generale, può intervenire nella formazione dei docenti in servizio e dei
neoassunti.
D: Dottor Ghezzani quali sono le sottili dinamiche, o i prerequisiti (mi consenta il termine tipicamente tecnico) - cognitivi ed emotivi - che inducono nell'insegnante quelle emozioni che fanno da humus al burn out?
R: Premetto che l'ambito della scuola non è il mio specifico. Sono psicoterapeuta e lavoro nel campo del disagio psichico. Ho incontrato il fenomeno del burn out dapprima riflettendo sui rischi del mio stesso lavoro,
poi attraverso l'esperienza di operatori professionali o volontari di associazioni che lavorano nel campo delle relazioni di aiuto. Per comprendere appieno il fenomeno del burn out (quel fenomeno psicologico di crollo emotivo e talvolta
anche fisico che può accompagnare l'esercizio di una professione di aiuto), occorre valutare sia il dato psicologico che quello sociale. La realtà sociologica della scuola è pregna di ambiguità. Nella sua concezione moderna, di scolarizzazione
di massa, è nata circa un secolo fa, ed aveva in principio lo scopo di «contenere» i bambini sottraendoli ai lavori cui altrimenti sarebbero stati destinati. La stessa struttura fisica delle scuole lo ricorda: le più vecchie hanno ancora
l'aspetto di caserme o di ospedali: edifici perlopiù senza giardino, con lunghi corridoi e stanzoni enormi dove potevano essere contenuti fino a trenta, quaranta o anche cinquanta alunni. Oggi le scuole si sono dotate di ampi giardini,
laboratori e spazi gioco, ma perlopiù vengono poco utilizzati: si tratta di spazi di «ricreazione» che stanno ai margini della formazione ufficiale dello studente. Inizialmente la scuola aveva la funzione uniformante di alfabetizzare e di
insegnare a far di conto, e nient'altro. Solo in seguito si è data la funzione di formare l'«uomo ideale», che è quella oggi dominante.
Con questa premessa intendo dire che all'insegnante viene oggi prospettato lo scopo elevato di formare nel bambino e nel ragazzo l'uomo ideale, ma la struttura reale su cui questo «nobile scopo» si poggia resta massificante e anonima.
L'insegnante si trova spesso di fronte a classi di trenta alunni, talvolta anche di più; bambini e ragazzi di appartenenze sociali le più varie, molte delle quali inviano i figli a scuola per puro obbligo, altre invece chiedendo all'insegnante
prestazioni universitarie... Non solo i ragazzi, spesso anche i bambini, hanno problemi caratteriali e talvolta intellettivi che si trascinano da un'appartenenza sociale carente e problematica... A fronte di tutto ciò, l'ideologia ufficiale
prospetta la scuola come una struttura di alta formazione personalizzata! E' chiaro che l'insegnante è oggetto di messaggi profondamente confusivi. Qui interviene la variabile psicologica soggettiva. Per ciò che attiene al dato
psicologico occorre fare alcune precisazioni riguardo al «carattere» del docente che rischia il crollo psicofisico. Innanzitutto, di solito egli è una persona motivata, di carattere sensibile e altruista, profondamente compreso del suo
ruolo, che sente investito di un elevato valore sociale. Egli non ha scelto di fare l'insegnate per diventare ricco, lo ha scelto per motivazione profonda, quand'anche in taluni casi sia stato un «ripiego». A scuola, egli si trova immesso
in una realtà del tutto sconnessa rispetto alla prescrizione ideologica ufficiale (che spesso coincide con la sua motivazione soggettiva), ossia di formare l'uomo ideale, e ciò genera in lui un grave conflitto cognitivo ed emotivo. Deve
continuare a credere o deve vedere la realtà? Talvolta pensa di essere in difetto lui, talaltra che a essere in difetto siano gli alunni (o le famiglie). Si rifiuta di vedere che in difetto è la sconnessione tra scopi ideologici ufficiali
(e suoi personali) e realtà di fatto. Perché se vedesse questa realtà egli rischierebbe di dubitare della società nel suo complesso, e il suo lavoro personale si rivelerebbe di minore importanza rispetto a quanto dichiarato.
A questo punto subentrano confusione, scoraggiamento, senso di inadeguatezza, infine rabbia più o meno cosciente e più o meno repressa. A proposito della confusione delle ideologie cui siamo sottoposti anche nelle professioni
di auto, consiglio di leggere il mio libro Crescere in un mondo malato (Franco Angeli editore), che mostra l'impotenza in cui viene ridotto l'individuo
allorché ha messaggi ideologici contrastanti. Si pensi per esempio al conflitto tra permissivismo
sessantottino, che chiede che alla scuola debba accedere il maggior numero possibile di studenti, i quali di conseguenza devono essere licenziati senza danni, e il codice meritocratico che al contrario presuppone il massimo di impegno e quindi il
massimo di selezione. Cosa può fare l'insegnante di fronte a codici così diversi? Ogni giorno egli deve confrontare una realtà approssimativa con programmi rigorosi e motivazioni elevate: come può fare allora a sopravvivere psicologicamente?
D: E quindi , secondo lei, esiste una predisposizione al burn out o eventi che predispongono agli atteggiamenti?
R: Come ho scritto nei miei libri, la predisposizione al disagio psicologico è univocamente la sensibilità: essa, nel caso dell'insegnante, impone un senso di responsabilità individuale, non condiviso con altri nè diluito
nel marasma della scolarità di massa. Egli pecca, perché per natura è sensibile e fiducioso, di un eccesso di fiducia negli scopi sociali manifesti. Ovviamente, una delusione riguardo alla propria vocazione, o alla formazione universitaria, che è
costata denaro e fatica dando poi poca gratificazione, o delle critiche ingiuste da parte delle famiglie o del direttore didattico, sono spesso eventi scatenanti del conflitto interno che porta al burn out.
D: Molti colleghi si chiedono come mai, a parità di situazioni stressanti, alcuni docenti arrivino al burn out e altri no. Lei cosa ne pensa?
R: Insisto che il problema è l'elevata dotazione del soggetto alla sensibilità sociale che lo fa essere non solo iperresponsabile, ma anche cieco riguardo ai limiti della situazione reale. Le possibilità del ruolo
professionale devono sempre essere commisurate alle possibilità che offre la situazione reale. Se manteniamo vivo un certo pragmatico disincanto sulla realtà, e ci muoviamo su scopi molto concreti, anche se talvolta limitati, evitiamo il crollo psicologico.
Bene dottor Ghezzani, concludendo questo scambio penso di potere accogliere, come spunto di riflessione, il suo invito alla concretezza e alla criticità, in sintesi, ad un atteggiamento meno personalistico e personalizzante; a
guardare alla realtà dei fatti e a sentirsi meno investiti di doveri che , di fatto, si scontrano con situazioni non favorevoli. La ringrazio, insieme alla redazione di Meridiano Scuola, per questa intervista in esclusiva, ed invito i nostri lettori
ad approfondire la tematica trattata visitando il suo sito.
2 ASPETTI PSICOSOCIALI DEL BURN OUT DELL'INSEGNANTE
di Nicola Ghezzani
Il burn out è quella sindrome psicopatologica che definisce il crollo psicofisico di un operatore sociale per violazione dei suoi limiti funzionali, quindi per eccesso di stress. Un operatore sociale può, in taluni casi, abusare dei
propri limiti, non ammettere l'impraticabilità di una certa funzione, ossessionarsi nell'ottica della prestazione elevata e quindi cedere alla fatica, alla rabbia, allo sconforto fino a presentare patologie psichiatriche (ansia generalizzata, attacchi
di panico, depressione, fobie, talvolta spunti deliranti...) e patologie fisiche correlate (disturbi del sonno, gastrointestinali, cardiaci, nevralgie, malattie dermatologiche, ecc.). Nonostante la gravità del problema, il burn out si presenta ancor
oggi come un «concetto fantasma», ai limiti della coscienza individuale e sociale perché uno dei suoi caratteri specifici è proprio quello d'essere oggetto di dinamiche di mistificazione. Per «mistificazione» di un fenomeno intendo quella dinamica per
la quale la coscienza individuale e collettiva è tenuta a ignorare un problema, perché esso è l'epifenomeno di un problema più generale la cui rivelazione potrebbe minacciare la fiducia e il consenso della gente nei confronti di un valore ideologico o
di una istituzione che potenti interessi sociali intendono tutelare. Ormai riconosciuto come un «rischio specifico» delle attività sociosanitarie (medicina, psichiatria, psicoterapia, assistenza sociale, volontariato...), il burn out stenta ad essere
riconosciuto in relazione ad attività sociali come l'insegnamento. In questo tipo di attività il grado di mistificazione è tutt'oggi molto elevato. Allo stato attuale non è ancora possibile individuare il crollo psicofisico dell'insegnante al di fuori
della singolarità del «caso estremo», non è stato ancora possibile parlare di un «rischio specifico» dell'attività docente e chiamarla «burn out» perché la coscienza di tale realtà avrebbe sollevato riflessioni critiche sull'ideologia relativa all'insegnamento
e sulla congruità degli strumenti di cui la scuola dispone per realizzare i suoi scopi.
Come ho già evidenziato in altri interventi, il problema del burn out dell'insegnante si articola per intero fra tre termini in reciproca relazione: 1) il primo è l'ideologia sociale inerente la funzione della scuola e dell'insegnamento;
2) il secondo è la sensibilità personale dell'essere umano che svolge l'attività di insegnante; 3) il terzo, infine, è la concreta realtà sociale che afferisce alla scuola. Come si vede, la sensibilità personale dell'insegnante funziona come una variabile
intermedia rispetto agli altri due termini. Essa, infatti, può essere più o meno «sospettosa», dunque più o meno critica, nei confronti di ciò che la realtà sociale offre come materiale di lavoro e nei confronti di ciò che l'ideologia corrente ritiene
auspicabile di quel materiale sia fatto. La situazione scolastica contemporanea è simile in parte a quella affrontata più di un secolo fa, all'epoca della scolarizzazione di massa. La quantità di bambini e ragazzi che ogni giorno afferisce alla scuola è
di fatto enorme. Nondimeno il periodo storico attuale è più problematico di ogni altro della storia recente per via di una fondamentale differenza. Questa differenza di solito non viene né percepita né citata per timore di essere giudicati «politicamente scorretti».
Il punto, ritengo, è che quella attuale è una società non solo multietnica, ma anche multiculturale e, soprattutto, multiproblematica. Ciò vuol dire che i bambini e i ragazzi che afferiscono alle scuole sono sempre più spesso a tal punto diversi tra
loro per lingua, abitudini e cultura e presentano a tal punto problemi di varia natura da non costituire facilmente una «classe» omogenea, nonostante l'ideologia sociale corrente presupponga che essi lo siano. L'ideologia educativa egualitaria, propria
dei regimi democratici, presuppone che tutti i bambini partano da una condizione paritaria universale (l'infanzia), e che la scuola e gli insegnanti debbano far fruttare ed esaltare questa uniformità di partenza somministrando ai bambini una formazione comune
e paritaria, che li inserisca nel mondo sociale con pari strumenti e pari possibilità. Il principio egualitario è, dunque, una petizione di principio che si basa su un presupposto di eguaglianza. Semplificato, il ragionamento è che avendo la scuola il potere
di «sottrarre» temporaneamente il bambino alle famiglie di appartenenza, essa può risolvere le disuguaglianze presenti nella società.
La mia tesi è che il principio di eguaglianza è ideologico e fallace, e ciò per due motivi. Il primo è che le condizioni
di partenza dei bambini continuano ad essere disomogenee per irrisolti fattori oggettivi (in termini assoluti, la povertà economica e quella culturale non sono diminuite; inoltre, è aumentata nelle scuole la presenza di bambini portatori di handicap).
Il secondo motivo è che la disomogeneità degli alunni non dipende solo dai citati fattori oggettivi, ma, stanti le forti tensioni etniche dovute alle nuove convivenze, un certo grado di disomogeneità viene sempre più rivendicato dalle famiglie (e dunque dai
bambini) come un irrinunciabile elemento identitario. Dunque, benché l'ideologia educativa corrente si ponga la meta democratica di fornire in astratto pari opportunità di successo per tutti, occorre ammettere che i bambini reali obbediscono a un innato
«bisogno di appartenenza» il quale fa loro preferire i valori e gli affetti della famiglia a quelli dello Stato (e dunque della scuola). Oggi giorno, non solo è impresa ardua rendere omogenee le diverse classi sociali, per alcune delle quali la scolarizzazione
infantile e adolescenziale resta a tutt'oggi considerata un valore di scarso rilievo; ma è impresa ancora più ardua rendere omogenei fra loro alunni provenienti da culture che ignorano quando non temono o talvolta persino disprezzano la stessa esistenza di un
apprendimento formale unitario deciso e somministrato dallo Stato. Lo smarrimento dell'insegnante di fronte a tali realtà segna il drammatico scarto fra scopi dichiarati e realtà di fatto. L'insegnante, dunque, può trovarsi di fronte a una classe multiproblematica,
nella quale egli deve gestire: 1) differenze linguistiche non risolte; 2) il tendenziale rifiuto alla scolarizzazione da parte di alunni provenienti da culture (per fortuna rare) resistenti alla statualità o all'integrazione; 3) il disagio arrecato da alunni
con problemi caratteriali; 4) il ritardo causato dalla presenza di alunni portatori di handicap. Come diceva Totò: «E' la somma che fa il totale!» Classi di questo genere manderebbero ai matti chiunque. E tutto questo a fronte di un trattamento economico che
definire mediocre è eufemistico e di un precariato annoso e umiliante! E' chiaro che se il docente non ha sviluppato gli anticorpi giusti, ossia una coscienza critica, «diffidente», che gli consenta l'osservazione spassionata della realtà, e se, anzi,
egli è gravato di un carattere ingenuo e passionale, altruista e magari perfezionista, egli rischia di farsi carico di oneri la cui risoluzione dovrebbe spettare piuttosto allo Stato e alla società nel suo complesso. Mi rendo conto di sostenere una tesi «pesante»,
giudicabile come «politicamente scorretta»; e tuttavia essa mi appare centrale per comprendere appieno il crescente disagio psicologico che colpisce oggi una parte consistente degli insegnanti. L'egualitarimo democratico può divenire un egualitarismo astratto
se non ci si pone con onestà di fronte a questo importante aspetto del mondo contemporaneo. Negato e mistificato, esso rischia di esser fatto ricadere per intero sulle spalle del singolo insegnante, costretto a trasmettere una cultura unitaria nei valori e nei
livelli a un certo numero di alunni che si sottraggono ad essa sia per l'invisibile influsso della loro classe sociale e della loro appartenenza culturale, sia per limiti psicofisici oggettivi. Il burn out dell'insegnante può, dunque, essere affrontato a monte,
sgravando il suo impegno dei carichi in eccesso. La lingua italiana potrebbe allora essere insegnata sia nei luoghi di origine che in scuole speciali sul nostro territorio, in modo che l'insegnante della scuola pubblica ne sia liberato; la gestione della diversità
culturale potrebbe essere delegata ad appositi mediatori culturali; la devianza sociale e il disturbo psicologico affrontati da professionisti del settore (psicologi e assistenti sociali). Solo l'handicap - a mia conoscenza - ha avuto ad oggi una risposta ampia
e sollecita. Dotarsi di queste figure alternative all'insegnante di scuola pubblica comporterebbe vantaggi per tutti: per lo Stato il quale avrebbe l'opportunità di preservare la salute del personale docente, evitando i prevedibili futuri contenziosi legali;
per il docente il quale otterrebbe la restituzione di un ruolo finalmente equo, calibrato su doveri di sua effettiva competenza; e infine per gli stessi alunni, i quali otterrebbero di vedere finalmente integrato il lavoro scolastico di formazione culturale con
una più generale opera di promozione dell'equilibrio psicologico e della salute.
3 BURN OUT E TERAPIA
Intervista a Nicola Ghezzani da Meridiano Scuola
Il dottor Ghezzani, psicologo,che abbiamo imparato a conoscere attraverso i suoi articoli sul burn out, pubblicati da Meridiano Scuola, ritorna con un'altra intervista nella quale cerco, insieme a lui, di definire un possibile percorso di cura
del burn out, e quindi di recupero della qualità della vita, e di reinserimento del docente nella scuola.
D: Dottor Ghezzani, davanti ad una situazione di burn out, in cui il docente si rivolge alla psicoterapia per un aiuto, è opportuno allontanarsi dalla scuola e dall'insegnamento o sarebbe più opportuno pensare trasferimenti temporanei
ad altre attività ma evitare il congedo protratto? Le chiedo questo perchè spesso i docenti che cominciano a prendere congedo per malattia e si trovano in una situazione di burn out, difficilmente rientrano in servizio, e il prepensionamento diventa una sorta di
tappa obbligatoria e conclusiva di un tragico incidente di percorso.
R: Nella mia esperienza di psicoterapeuta ho constatato che il burn out nella professione docente è caratterizzato da una dinamica psicologica molto precisa e ricorrente. Da una parte l'insegnante chiede a se stesso moltissimo; ingannato
da una ideologia che presuppone che il suo compito sia la scolarizzazione totale, la creazione ex novo dell'uomo ideale, egli si prodiga in molteplici attività, in direzione del conseguimento del massimo risultato per tutti gli alunni. In questo egli è anche vittima
dell'idea astratta che se pure gli alunni partono da condizioni diversissime (diversità o deficit linguistici; famiglie disadattive; disturbi del carattere come l'ADHD; handicap di ogni genere) egli deve comunque portarli tutti alla stessa meta. Dall'altra parte,
però, l'insegnante soffre di penosi e nascosti sentimenti di inadeguatezza. Talvolta si tratta di problemi personali, ma sempre più spesso questi sentimenti dipendono invece dalla realtà lavorativa. A fronte dell'enorme impegno che gli viene richiesto, egli si sente
trattato come un dipendente statale di serie B. In più egli registra costantemente la dissociazione fra gli obiettivi che in teoria dovrebbe raggiungere e i risultati effettivamente conseguiti. Quando dalla comparazione deduce che la colpa è dell'istituzione egli si
riempie di una rabbia impotente, che sfocia in ansie più o meno strutturate e in disturbi psicosomatici. Quando dalla comparazione, invece, deduce d'essere lui il responsabile del mediocre risultato conseguito, allora va in depressione. Posto questo quadro
psicodinamico di base, è evidente, allora, che l'allontanamento dall'attività docente viene immancabilmente percepito dall'insegnante o come un'esclusione attiva e persecutoria o come il segno definitivo della propria rivelata incapacità. In entrambi i casi questa
soluzione finisce per produrre grave depressione. Conviene, dunque, che se di allontanamento deve trattarsi, sia solo per periodi brevi e si abbia cura di pensare per tempo ad un buon reinserimento.
D: Quindi un trattamento ben condotto porta ad una totale remissione dei sintomi psicosomatici?
R: Di solito sì. Il trattamento deve essere portato avanti con due strumenti paralleli. Deve essere innanzitutto psicoterapico, perché il soggetto deve comprendere appieno le dinamiche di autoinganno e autosvalutazione che sono alla base
del suo disturbo; quindi sociopsicologico, nel senso che occorre predisporre per lui un accurato lavoro di ricollocamento.
D: E risulta opportuno anche un approccio di tipo educativo, più strettamente pedagogico, che al tempo stesso consenta alla persona di sviluppare abilità sociali, competenza emotiva e uno stile cognitivo più fluido, problematizzante anche?
R: L'approccio psicopedagogico dovrebbe avere la finalità di educarlo ad una gestione più morbida e sottile della vita emotiva. Nelle persone affette da burn out ho riscontrato sempre una modalità emotiva diretta, unilaterale, "seria" nel
senso più drammatico del termine; mentre nelle organizzazioni sociali complesse occorre saper relativizzare.
D: In media quanto tempo può servire ad una persona (il docente nel nostro caso) per superare la fase di crisi che sta vivendo?
R: Ovviamente, la guarigione dipende dalla gravità del disturbo che il soggetto ha sviluppato e dagli strumenti di "decifrazione" di cui dispone. Esistono casi di burn out in personalità deliranti, e queste situazione hanno un decorso lunghissimo.
Ma la gran parte dei casi si esaurisce nello spettro dell'ansia acuta e della depressione. In questi casi può esser sufficiente un periodo che va da alcuni mesi a un paio d'anni.
D: Cosa prevede un trattamento di psicoterapia per una persona che ha i sintomi psicofisici del burn out?
R: In questo caso, in verità piuttosto frequente, occorre una buona collaborazione col medico. Dal punto di vista psicologico, il trattamento è lo stesso che si adopera nei casi di ansia grave e di disturbo da attacchi di panico.
D: Da quanto detto fin da ora è possibile ipotizzare che il burn out sia l'effetto di una condizione di sofferenza psicologica che ha delle cause ben precise ed è contestualizzabile e non uno stato di follia che colpisce come un virus modificato?
R: I dati* parlano da soli: l'evidenza di disturbi emotivi e della personalità a carico di personale docente è in costante aumento: si va dal 44.5% del triennio 92-94 al 56.9% del 2001-03. Secondo una recente ricerca, i Collegi medici in questi
casi hanno sancito l'inabilità all'insegnamento nel 90% dei casi (27% temporanea e 63% definitiva), a riprova della gravità delle situazione. Senza dubbio, l'ambiente lavorativo è nel caso del burn out un concausa determinante. L'ambiente, se studiato nelle sue valenze
ideologiche e sociologiche, rivela sempre di essere ad alto potenziale patogeno.
Conclusione: Dottor Ghezzani, nel congedarmi da lei e da questo interessante scambio voglio ringraziarla anche a nome della redazione. Mi sembra di potere concludere questa intervista, che ancora un volta rilascia a Meridiano Scuola in esclusiva,
con una nota di positività poiché se è vero che il burn out sconvolge la vita di chi vi incorre d'altra parte è pur vero che una corretta informazione sul fenomeno lo rende una fase di passaggio o di crisi che possono caratterizzare la vita di una persona. Come ogni crisi
diventa un'occasione di cambiamento, di crescita, seppure dolorosa di cui non possiamo non tenere debitamente conto. E' importante, d'altra parte,riconoscere la gravità e la serietà di questo fenomeno per il quale, ci auguriamo, si riesca a costruire una rete di intervento
in cui la sinergia degli approcci ne prevenga la comparsa e affronti efficacemente i casi già presenti a tutto vantaggio del benessere della professione docente e della sua immagine e percezione nel sociale. Come sempre rimandiamo i lettori ad ulteriori approfondimenti,
anche sui temi dell'ansia e del panico, a cui il dottor Ghezzani ha fatto riferimento, e di cui ha trattato ampiamente nel suo sito. Rosa Maria Lombardo
*I dati sono stato ricavati dall'intervista a Vittorio Lodolo "Insegnanti a rischio di follia" pubblicato da Repubblica.it il 14 settembre 2004
Per altre informazioni, inviami un'e-mail 
Copyright © 2003-2004-2005 Nicola Ghezzani - Roma - Tutti i diritti sono riservati. E' vietata la riproduzione totale o parziale senza il consenso scritto.

|