LA CO-DIPENDENZA AFFETTIVA E LA MITOMANIA
UNA LETTERA
Buona sera dottor Ghezzani,
oggi ho letto con grande interesse il suo articolo sulla mitomania e mi sono riconosciuta nella parte della donna
dipendente dall’uomo megalomane o mitomane. Suppongo di non essere la prima ad avere bisogno di un sostegno psicologico essendo parte della categoria delle
«crocerossine».
Da due mesi ho rincontrato un uomo che
fin da ragazzina ammiravo per la sua simpatia e per il
suo modo di essere... Ho studiato pedagogia e conosco abbastanza bene la sfera delle nevrosi e quella delle psicosi (mia sorella è schizofrenica).
Quest’uomo, secondo me, è affetto da mitomania e forse anche da megalomania. E’ entrato nella mia vita riempiendomi di frasi e di attenzioni (verbali e scritte) paragonabili alle
favole... Ogni giorno ricevo messaggi, e-mail, telefonate piene di parole meravigliose. Da quel momento ci siamo incontrati solo tre volte. Le prime due
solo per un caffè, l’ultima invece è stata seguita da un meraviglioso bacio.
Lui è sposato e da quel che so (da amici comuni) lo chiamano il «re dei ballisti»...
Racconta di lavorare per una grossa azienda di aerei, racconta di week end in
una baita costruita da lui, dove ogni albero (piantato da lui) possiede un
nome... e l’ultimo piantato, una quercetta, porta il mio nome: divertente!
E’ di un’intelligenza e di una sensibilità fuori del comune, assolutamente mai
viste... Nessuno sa cosa faccia realmente dal mattino alla sera. Si vergogna di sua
moglie, che è molto ricca, e nega di essere sposato, in molti sappiamo che in
passato si è mangiato tutti i capitali di famiglia.
Il mio problema è che ogni giorno mi promette incontri per rubarmi anche
solo un bacio e poi non riesce a incontrarmi, a
mantenere le sue promesse... Trova scuse all’ultimo minuto, insomma è molto,
molto difficile.
Le scrivo perché i miei pensieri purtroppo vanno continuamente a lui e non
so come devo comportarmi, se assecondarlo, se lasciar perdere (sappiamo che
sarebbe la miglior scelta ma per il momento la sento
impossibile). Quando mi cancella gli appuntamenti soffro... non riesco a vivere
tutto questo come un semplice gioco...
Lei dottore conosce una buona ricetta? Rimango in
attesa di un suo cenno...
Grazie per essersi occupato del problema; il suo articolo è meraviglioso!
A.
Cara amica,
l'amore ossessivo per un individuo affetto da mitomania va inteso come una forma di
co-dipendenza, in particolare come una co-dipendenza affettiva.
In genere le donne (come lei) che amano ossessivamente un uomo immeritevole (perché immaturo, ammalato o moralmente indegno)
sono impegnate in una complessa strategia di cui non sono consapevoli: intuiscono che qualcosa nel loro modo d’innamorarsi sta per cedere, sta
per crollare sotto i colpi della critica rabbiosa e del disinganno, ma vi si oppongono tenacemente, accrescendo ed esasperando il loro amore, fino a
renderlo masochistico e disperato, tale da annullare ogni possibile razionalità. Ciò che in loro sta per crollare non è quel singolo innamoramento:
è il modello stesso di amore con il quale hanno sempre vissuto, modello di cui s’intuisce la patologia: un modello di amore che implica sottomissione, sacrificio e illusione.
Secondo questo modello, l’amore è totale condiscendenza a un’illusione, e questa condiscendenza deve essere salvata
da qualsiasi giudizio critico, da qualsiasi lucida analisi possa essere fatta riguardo ai difetti della persona amata e riguardo agli eccessi sacrificali del
proprio modo di amare.
Da bambine, le persone che - come lei -
da grandi diverranno innamorati compulsivi sono state educate ad amare in modo incondizionato, ed è
stato loro insegnato che solo tale amore le rende degne di apprezzamento. Sicché col tempo, turbate dalla sensazione di amare sotto
costrizione e insidiate dalla rabbia e dalla delusione, queste persone si sono
obbligate ad amare in modo sempre più incondizionato, proprio per salvare i
loro affetti da ogni delusione e critica. Nella loro vita, l’amore è una schiavitù.
Si può amare in un altro modo? In un certo senso, l’amore è sempre una forma di illusione: da bambini si ammira in modo incondizionato un adulto, di solito un genitore,
per preservarsi dai traumi della vita. Da adulti, l’innamoramento segue queste prime linee affettive e coincide di nuovo con una alta idealizzazione dell’oggetto amato: questa volta, per aprire il cuore alla
necessità di farci uscire dalla solitudine.
Ma poi col tempo l’amore - per dar luogo a una relazione durevole e sana - deve maturare. Il
passaggio dall’innamoramento cieco all’amore maturo presupponte una profonda
trasformazione: divenire maturi significa allora sciogliere i veli dell’illusione e
amare appunto in modo maturo, vedendo bene in chiaro i limiti dell’amato. Amare
in modo maturo significa accettare di capire e di essere delusi e allo stesso
tempo di deludere l’altro sottraendogli la "protezione" costituita dalla nostra
ammirazione.
Al bambino che vede che "il re è nudo"
deve allora coincidere l’amante adulto in grado di vedere l’amato nei suoi
limiti, nelle sue negatività e nella sua finitezza. La fine dell’illusione è l’inizio dell’amore maturo, nel quale si
ama un essere umano, non un angelo o un diavolo.
Spesso tuttavia questo passaggio non riusciamo
a farlo: perché lo sentiamo come un
tradimento; i sensi di colpa ci impediscono di andare in questa
direzione.
Questo è proprio
quanto accade a lei. Essendo cresciuta col modello della dipendenza ammirativa
nei confronti dell’amato, oggi il suo amore deve essere un amore cieco,
incapace di giudizio critico, deve essere subordinazione
intellettuale all’individuo amato o comunque
all’"inganno" dell’amore. Il suo è un amore che non può essere illuminato
dalla valutazione critica. Pertanto, piuttosto che rivelare
l’amore come strumento d’inganno, lei giunge all’estremo sacrificio:
l’annullamento di sé.
Se ne può
uscire? Lei ha scelto di amare un uomo il cui carattere principale è
proprio l’abilità nell’inganno, quindi è nella condizione migliore per
accostare e intuire la verità di fondo del suo amore:
l’amore per lei è sottomissione intellettuale, è una fascinazione favolistica,
illusoria, che nasce e cresce proprio grazie al sacrificio della propria intelligenza e delle proprie abilità di
giudizio.
L’amore diviene così un abile inganno cui bisogna sottomettersi. E tuttavia, riconoscere che l’amato è un
ingannatore può illuminare di colpo ogni cosa. Lei non ha scelto di amare
quell’uomo del tutto a caso. Lei ha scelto lui - di cui già conosceva il
carattere di ingannatore patologico - perché cercava qualcuno che la ingannasse e la sottomesse su un piano intellettuale,
costringendola a rinunciare alla sua emancipazione di adulta e di donna. Lei
vive l’equazione (tradizionale) per la quale una donna buona è quella che si lascia ingannare; mentre la donna che
usa la sua intelligenza per evitare l’inganno è cattiva e merita di essere abbandonata. Pertanto, per salvare ciò che secondo lei
è l’amore lei compie quello che i latini chiamavano un sacrificium
intellecti, un sacrificio dell’intelletto.
Ma l’equazione che lei compie tra bontà e sottomissione intellettuale le provoca sofferenza, tant’è vero che lei non
cessa mai di interrogarsi (anche ossessivamente) sulla qualità dell’uomo e del
vostro amore; quindi non è affatto riuscita a sopprimere fino in fondo la sua
ricca e dubbiosa intelligenza.
Da questo complesso inganno si può uscire. Le consiglierei di lasciar andare quest’uomo così inadatto a lei oppure, se proprio al momento non
riesce ad allontanarsi da lui, di stare con lui come con un fratello: di cessare ogni rapporto sessuale. Il contatto sessuale più di ogni altra cosa illude che
essendovi una relazione di piacere vi sia anche una relazione di "cura", cosa palesemente falsa e che per di più genera una inutile e ingannevole
riconoscenza. Abbia la forza di farlo. Prenda le distanze. O almeno cominci ad abituarsi al pensiero di farlo.
Un caro saluto,
Nicola Ghezzani
Caro dottore,
grazie di cuore per la sua
risposta.
Quante volte mi sono sentita dire di essere co-dipendente! D’altronde fin da
piccola o forse fin da quando galleggiavo nel liquido amniotico ho vissuto il
dramma dell’inganno e dell’abbandono, che continua a terrorizzarmi.
Ci tengo moltissimo a leggere i suoi libri e lo farò subito.
Lo sa qual è il vero problema? Normalmente noi un po’ pazzi abbiamo una sensibilità ed
una testa sicuramente più interessante di chi vive di relazioni comuni, facili, equilibrate (sono stata sposata 7
anni con un uomo «perfetto», e dopo anni di terapia mi sono stufata e sono uscita dal cliché) e sono sempre attratta da uomini con una testa
pazzesca ma molto, molto pericolosi... Quindi potrebbe essere valida l’ipotesi che fa lei, cioè che io sia attratta da uomini molto intelligenti, in fondo
allo scopo di esserne ingannata e dominata...
Eppure... Lei non pensa che una forte esperienza possa valere più di dieci anni di piattume?
Vorrei incontrarla e verrò
a Roma apposta. E’ una promessa.
Ancora grazie.
A.
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