LA COSCIENZA ALIENATA

Una polemica sulla genesi della psicopatologia:
psicologica o genetica?

pillole

La polemica i tra fautori dell'origine psicologia dei disturbi della psiche e quelli che per gli stessi disturbi indicano un'origine genetica è antica e di difficile composizione. Gli uni affermano che occorre indagare nella storia dei cattivi adattamenti dell'individuo al suo ambiente affettivo e sociale; gli altri affermano che quello stesso individuo è in realtà affetto da una anomalia biologica (di cui gli "scienziati" sarebbero alla ricerca) e che quindi non serve a nulla cercare cause psico-sociologiche al disturbo, perché prima o poi verranno fuori quelle genetiche.

Fin qui pare trattarsi di una semplice polemica culturale. In realtà le ricadute in campo ideologico ed economico sono enormi. Affermare che le cause dei disturbi della psiche sono psicologiche significa infatti suggerire a ciascuno di noi che, se la causa del suo disturbo è dentro la sfera dell'influenza psicologica soggettiva, noi possiamo apprendere, in un modo o in un altro, a gestire il problema in prima persona, fino alla sua guarigione. Affermare invece che le cause di tali disturbi sono genetiche vuol dire trasmettere l'idea che non solo le cause sono esterne alla sfera soggettiva, ossia collocate in un ambito dell'organico sul quale noi non abbiamo alcun potere, ma che, per lo stesso motivo, gestione e guarigione dei sintomi saranno per sempre competenza di persone e tecniche totalmente al di fuori di ogni possibile controllo sia da parte del cittadino medio che da parte di organizzazioni e associazioni il cui fine è la salute del cittadino.

Tempo fa scrissi per la rivista "Pan" un intervento in aperta polemica nei confronti dell'impostazione medica genetista, la quale, disponendo di ingenti mezzi economici, può mettere in piedi grosse operazioni di marketing al fine di diffondere la sua ideologia e commercializzare servizi clinici e sempre "nuovi" farmaci. Lo ripropongo nella sua versione originale, con minimi aggiustamenti.

A questo articolo faccio poi seguire una considerazione di ordine generale, che riguarda alcune dinamiche sociali di condizionamento culturale della coscienza di ciascuno di noi all'interno della nostra società, dinamiche vistose e importanti, eppure dimenticate dagli intellettuali e quindi ben poco indagate.


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Miracolo a Milano

Un socio dell'Associazione LIDAP ci segnala un articolo pubblicato da un quotidiano di rilevanza nazionale, cui facciamo seguire volentieri un commento:

"Gli studiosi del San Raffaele di Milano hanno dimostrato come sia sufficiente bloccare alcuni recettori del cervello per neutralizzare la malattia attraverso la somministrazione sperimentale di molecole usualmente impiegate per la terapia di disturbi quali la sindrome parkinsoniana, hanno dimostrato che contro gli "attacchi di panico" è sufficiente bloccare una particolare popolazione di recettori del cervello, i "muscarinici centrali", per ottenere una "immunizzazione" temporanea all'aumentata sensibilità all'elevazione di anidride carbonica nei pazienti. La ricerca è stata condotta nel Dipartimento di Scienze Neuropsichiche dell'Istituto Scientifico Ospedale San Raffaele di Milano, sotto la guida del professor Marco Battaglia, in collaborazione con psichiatri coordinati dal professor Enrico Smeraldi e pubblicata nella rivista "Archives of general Psichiatry".

Gli attacchi di panico, infatti, sono un disturbo d'ansia diffuso, caratterizzato da attacchi improvvisi ed inattesi, durante i quali, le persone colpite avvertono numerosi sintomi fisici di allarme, tra i quali un senso di soffocamento ed estrema ansietà. Il disturbo colpisce almeno il 2% della popolazione, con esordio solitamente prima dei 30 anni e comporta notevoli costi sociali. I ricercatori del San Raffaele hanno dimostrato che, quando i soggetti vengono stimolati con anidride carbonica, mostrano la stessa mancanza di reazione che si osserva quando respirano semplice aria, purché i recettori muscarinici del cervello vengano opportunamente "messi in stand-by" temporaneo."

L'articolo, come molti altri dello stesso genere, presenta due caratteristiche fondamentali. La prima è la studiata inaccessibilità terminologica; la seconda, l'assoluta approssimazione scientifica. L'inaccessibilità terminologica è ottenuta mediante l'uso di termini tecnici come "recettori del cervello", "muscarinici centrali", "sindrome parkinsoniana" ecc., che né la fonte originaria, né l'articolista si preoccupano minimamente di spiegare. L'approssimazione scientifica dipende dalla completa inversione del rapporto fra causa e effetto.

Anche in questo caso, dal punto di vista scientifico si tratta della solita balla.

Di fatto, l'attacco di panico comporta un circolo vizioso psicosomatico. L'ansia si esprime con una fenomenologia neurovegetativa costante: il soggetto prova tachicardia, sudorazione, respiro affannoso, ecc. Lo spavento che il soggetto ricava dal sentire queste strane alterazioni funzionali fa sì che egli cominci a respirare sempre più affannosamente. L'iperpnea, dovuta al respiro affannoso, determina un'ossigenazione forzata (e una diminuzione relativa di anidride carbonica) che determina altri effetti: crampi, spasmi muscolari (fino alla tetania), lipotimia.

In sostanza è accaduto che la paura - fenomeno psicologico espresso dal sistema neurovegetativo - ha a sua volta attivato, quindi secondariamente, il sistema neuroendocrino, in particolare il rilascio di muscarina (che è una molecola attivante la muscolatura liscia, dunque, in questo caso, la tachicardia e l'iperpnea). Nell'articolo si confonde l'effetto a valle (la presenza di muscarina) con la causa a monte, che è il fenomeno psicologico (neurovegetativo) della paura; si confonde dunque una conseguenza secondaria con la causa primaria. Anche prescrivendo un beta-bloccante, che regola il ritmo cardiaco, si riesce a scongiurare o a contenere una tachicardia (dunque una componente dell'attacco di panico). E con ciò? Sarebbe come dire che se con quel beta-bloccante arrestiamo la palpitazione amorosa allora abbiamo "guarito" l'amore; o che se con un collirio inibiamo la produzione di lacrime, allora abbiamo "guarito" il dolore di un lutto. Insomma, allo stesso modo: se blocchiamo i sintomi somatici dell'attacco di panico, ciò non vuol dire che ne abbiamo risolto la causa psicologica!

picasso

Notizie di questo genere (spacciate sempre come l'ultima sensazionale scoperta) hanno due scopi.

Il primo è quello di confondere la "gente comune" riguardo alle loro "malattie". Ciò di solito è fatto in malafede (la confutazione da me effettuata è a disposizione di qualsiasi medico di buona cultura e di intelligenza più o meno nella media); e serve a diffondere la falsa spiegazione di una malattia organica (genetica) irriducibile, allo scopo di passivizzare la gente, quindi di medicalizzarla e vendere farmaci.

Il secondo scopo (perlopiù inconsapevole, poiché richiede una certa sottigliezza intellettuale) è quello di abbassare il livello di coscienza collettivo, sviando così l'attenzione dal fatto che ogni problematica psichica non è segregabile all'interno dell'organismo o della psiche chiusi in se stessi, ma dipende sempre dall'interazione fra l'io e la struttura sociale (a partire dalle interazioni con la famiglia).

Ciò che maggiormente stupisce chi come me lavora nel campo da vent'anni è la facilità con la quale persone altrimenti ricche di intelligenza, ma tormentate da qualche sintomo psicologico (ansia, fobie, panico, ossessività ecc.) si lascino ingannare circa la genesi dei loro stessi problemi. E' come se esse non vedessero l'ora di sbarazzarsi della responsabilità del loro io e del lavoro necessario per modificarlo.

Le persone che stanno psicologicamente male sono persone dipendenti in senso patologico, sicché spesso anelano ad essere passivizzate da un sapere tecnico da cui essere escluse e da una volontà sociale che le domini. Per questo motivo accettano di essere terrorizzate da diagnosi infondate e accettano di affidarsi a terapie prepotenti o magico-superstiziose. Una terapia farmacologica massiccia, soprattutto se non accompagnata da una psicoterapia o da un gruppo, cioè da un strumento di autocoscienza, è una terapia "prepotente" e può risultare del tutto dannosa.

Credo che il problema generale stia in buona parte nel "principio di delega", principio dal quale i soggetti ansiosi sono abitualmente coercizzati. La morale che si può ricavare da tali episodi di "malainformazione" è che non bisogna delegare troppo. Perché una psicoterapia funzioni è necessario che il soggetto faccia a sua volta degli sforzi per modificare la sua coscienza. Egualmente, per non essere ingannati da pseudoinformazioni è necessario informarsi adeguatamente, anche per conto proprio. Tutti abbiamo il dovere morale e sociale di ampliare la nostra coscienza: leggendo, studiando, informandoci, discutendo. Diversamente daremo una delega totale sul nostro destino, fornendo peraltro un pessimo insegnamento a coloro ai quali dovremmo essere d'esempio.


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La coscienza alienata contemporanea

Questo primo intervento potrebbe suggerirne un secondo, egualmente breve e moderato.

Considerando l'onnipotenza e l'onnipresenza dei mass media, potremmo porci questa fondamentale domanda: se la coscienza contemporanea è così influenzabile circa un argomento basilare come la salute psicologica, quanto lo è riguardo a situazioni in apparenza meno importanti quali politica, economia, cultura? Insomma, quanto della coscienza contemporanea di ciascuno di noi è un prodotto della nostra libera ricerca e libera riflessione e quanto ci è invece indotto attraverso la persuasione occulta dei mass-media, fino a fare della nostra coscienza una coscienza alienata? Insomma, siamo sicuri che la cultura che mastichiamo tutti i giorni (i programmi televisivi che scegliamo, i film per cui paghiamo il biglietto o il noleggio, le opinioni che ricaviamo dai giornali, gli autori che leggiamo...) siano stati davvero filtrati dalla nostra riflessione?

fotocinema

Faccio un esempio. Su un giornale X appare la notizia della scoperta di un nuovo grande scrittore. Un "caso letterario". Poniamo che si tratti di una ragazza siciliana che ha scritto il diario dei suoi amori con i più importanti politici della regione; oppure di un giovanotto del Nord-Est che ha descritto in uno strano slang demenziale l'alienazione dei giovani e annoiati ragazzi-bene di quella zona della provincia italiana. Dapprima ne parla un critico, con ossessiva insistenza. Poi, compaiono a tutta pagina le inserzioni pubblicitarie del libro di questo nuovo e portentoso "fenomeno letterario". Poi sul magazine dello stesso quotidiano compare un'intervista con l'autore corredata da foto suggestive e di alta qualità che ci introducono nel privato del misterioso personaggio; o primi piani che mostrano la bella ragazza coi lunghi capelli sciolti, uno sguardo ombroso e l'accenno di un seno prorompente. A quel punto si attiva il tam-tam degli altri giornali. Poi, l'intervista televisiva con un noto giornalista; e così il gioco è fatto. La promozione del nuovo personaggio (e quindi del libro, con le sue vendite e l'acquisto dei diritti per un film, e dell'editore, che si vede pubblicizzato al seguito dell'autore) è giunta al traguardo. Il conferimento di un grande premio letterario nazionale suggella col crisma dell'accademia la nascita della nuova stella.

Sembra un evento banale, sul quale si può ironizzare. In realtà è un evento terribile quanto la promozione di un farmaco che causa gravi effetti collaterali, minimizzati di fronte all'opinione pubblica. Dico che si tratta di un evento terribile perché quel nuovo autore sarà considerato l'ideologo della prossima generazione; i giornali se ne contenderanno gli articoli; avrà interviste in televisione; molti giovani guarderanno a lui per ottenere lumi sulla vita. Si aggiunga che molti profitti saranno stati fatti dall'editore, il quale potrà promuovere, grazie al nuovo successo, tutto il suo catalogo e potrà forse acquistare una quota di un grande quotidiano. Aggiungiamo infine il fatto che il nuovo autore, prendendo possesso del ruolo di intellettuale, ne priverà altri cento più meritevoli di lui (contribuendo alla degradazione della cultura letteraria nazionale, che è un bene collettivo) e il quadro sarà completo.

E nessuno - né sulla stampa, anche quella critica, né nei salotti degli intellettuali - si sarà mai posto questa banalissima domanda: ma costui da dove viene? Insomma: chi é? Con quali poteri si è promosso fin lì? Quali poteri si giovano della sua esistenza e influenza? Chi ha investito su di lui, e che debiti dovrà pagare per il suo successo, e a chi?

In sostanza (detto in soldoni) esistono dei codici, delle liturgie, senza i quali non si accede ai poteri delle caste superiori. Nella società contemporanea (e ciò in Italia è particolarmente evidente) esistono salti quantici che segnano il passaggio da una casta a un'altra, a ciascuno dei quali coincide un potere maggiore, una maggiore capacità di persuasione, e, soprattutto, maggiori potenzialità di realizzazione e di felicità. Le caste alle fine si autocelebrano, producendo una religione civica di cui i cittadini sono chiamati ad essere i fedeli. Televisione, cinema, giornali, grandi occasioni politiche, eventi mondani del jet-set, grandi eventi sportivi "popolari", festival, convegni di categoria, concorsi a premi, ecc. sono le occasioni concrete di questa autocelebrazione, dove alcuni celebrano il rito della propria grandezza, mentre i più accorrono in un riflesso di carattere fideistico per adorare le proprie divinità.

Quanti sono gli intellettuali, i politici, i giornalisti, i professori, gli studiosi che si dedicano realmente all'analisi di questo immenso fenomeno sociale? In verità, chi entra nella casta ha imparato ad autocelebrarsi, quindi a occultare l'origine e la natura del suo potere.

Il medesimo discorso può valere per il "grande" psichiatra o per il "nuovo" metodo terapeutico che promette di guarire la depressione, il panico, l'angoscia esistenziale in dieci sedute fast-food. Nulla che dimostri nulla: nessuna prova clinica; solo affermazioni che scendono dall'alto di un pulpito: una cattedra universitaria; una trasmissione televisiva in prima serata; una pubblicazione con una casa editrice potente; l'appoggio di una grande multinazionale farmaceutica, di un partito politico, di un giornalista influente...

Il filosofo inglese Francesco Bacone parlava di Idola tribus (idoli della tribù) quando voleva stigmatizzare quelle credenze che si impongono al popolo per convenzione e direi, in fondo, per superstizione.

Anni fa avevo un giovane paziente che faceva una vita triste e umile, soggiogata da un padre-padrone e da un lavoro ripetitivo e faticoso. L'unico passatempo di questo ragazzo (che non aveva né amici né fidanzate) era andare al cinema da solo. Vedeva qualunque cosa, pur di distrarsi. Poi, ogni notte faceva lo stesso sogno, un solo ossessivo sogno: sognava che andava al cinema e che passava tutto il tempo di fronte al grande schermo, di cui però non ricordava alcuna immagine.

Le dinamiche sociali sono tali da rendere il cittadino comune del tutto passivo di fronte alle immagini di consumo collettivo che la società produce per autocelebrarsi.

Tuttavia, per quanto soggiogati, noi cittadini comuni disponiamo di alcune qualità: l'atteggiamento critico, il gusto estetico, la ricerca di un piacere complesso, non banale esemplificato.

Di tutte queste qualità è meglio farne un buon uso, piuttosto che lasciarle addormentate di fronte all'ipnosi di un mediocre rito collettivo.

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