LA DEPRESSIONE

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La depressione è un malessere che pervade interamente la personalità che n'è affetta. Il soggetto depresso sente - talvolta con angoscia, talaltra con raggelante disperazione - l'irrimediabile negatività della vita. In alcuni casi il sentimento di negatività riguarda la propria singola esistenza personale, e allora il depresso è schiacciato da sentimenti persecutori di esclusione, minorità, inferiorità, indegnità, colpevolezza. In altri, è la vita stessa, la vita di tutti, ad essere avvertita come impossibile; e allora tutto appare negativo: il mondo può essere avvertito come un luogo di bassezze e di cattiverie, o essere percepito sotto la luce nera di una vera e propria metafisica del dolore o del male. Tutto appare terribile, e, soprattutto, irrimediabile.

Quella che noi oggi chiamiamo genericamente depressione, al tempo della medicina greco-romana, la medicina ippocratica, andava sotto il poetico nome melancolìa, poi latinizzato col termine melanconia. La parola, di etimo greco, derivava dalla composizione di mélan e cholè, da mélas (neutro: mélan) e cholè, ossia "nero" e "bile", e dunque "umor nero" o - come si diceva un tempo - "atra bile".

Ciò che per noi oggi ha valore di metafora - essere di "umore nero" - rappresentava all'poca una cognizione di tipo scientifico. La melanconia veniva, infatti, attribuita ad una discrasia, cioè ad uno squilibrio degli umori i cui flussi si riteneva regolassero le emozioni e il rapporto dell'individuo col mondo. Si parlava pertanto di "umor nero", nel senso della circolazione nell'organismo di una bile nera o atrabile, il cui stato, fluttuante dal ghiacciato al bollente, produceva lo squilibrio del melanconico (la "melanconia", divenuta poi "malinconia" per assonanza e analogia con il termine e il concetto di "male").

In questa concezione psicosomatica della melanconia è già presente un'intuizione di tipo dialettico. Come afferma un noto neurobiologo contemporaneo, Jean-Didier Vincent "il ruolo della bile nera nella genesi di una affezione mentale fornisce il primo esempio di relazione causale fra un disordine psichico e un'anomalia psichica" (J-D. Vincent,(1986) Biologia delle passioni, Einaudi, Torino 1988, p. 21).

E' quanto meno singolare il fatto che nozioni di una certa epoca, apparentemente non scientifiche o classificate da un'epoca successiva come mere superstizioni, possano poi, nel corso dei secoli, rivelare un nocciolo di verità.  Per almeno un secolo la psichiatria ottocentesca si è ossessionata sul concetto di "degenerazione nervosa" (per esempio, con Falret o Morel), intendendo con questa definizione uno stato degenerativo irreversibile dei tessuti nervosi, a partire dai neuroni. Questa concezione "organicistica" (che sottintende che in una patologia psicologica la malattia sia dell'organo, quindi che esista una anomalia biologica intrinseca) ha portato a "illusioni scientifiche" come quella di rinvenire prima o poi il "virus" della schizofrenia, o, oggi, il gene, o il sistema poligenico, implicati in tutte le disfunzioni psicologiche. Al contrario, la seconda metà del novecento appare impegnata nel recupero dell'antica nozione di "umori", i cui equilibri e squilibri starebbero - in quest'ottica - alla base sia della psicogenesi delle emozioni che della psicopatologia. In neurobiologia, in effetti, si parla di ormoni e neuro-trasmettitori dalla cui dinamica derivano sia gli stati emotivi di base, sia le fluttuazioni e le discontinuità dei "cicli umorali".

Alla luce di scienze radicali e complesse come la biochimica e la neurobiologia, una nozione di tal genere è più vicina alla psicologia dialettica di quanto non lo sia la teoria della degenerazione e quindi l'odierno organicismo. La nozione di squilibrio umorale implica una dialettica fra mente e corpo che consente di formulare, a proposito della depressione, una ricca ipotesi psicogenetica.

Prima fase: fatti esterni negativi inducono emozioni che sono stati psicosomatici complessi, costituiti simultaneamente A) nella coscienza: da un sentimento e B) nel corpo: da fenomeni biochimici.

Seconda fase: tali fatti sono "trattenuti" nella memoria come struttura neurologica, con i flussi biochimici correlati.

Terza fase: la memoria mantiene costante l'emozione dolorosa, per scopi inerenti la struttura della personalità (sensi di colpa, di condivisione del dolore, bisogni auto-punitivi ecc.).

E' dunque possibile concepire e dimostrare in termini scientifici che la genesi della depressione, come anche della ciclicità maniaco-depressiva, risiede in una causa psicologica negativa, conservata nella memoria, e utilizzata per mantenere attivi processi dolorifici di tipo biologico.

In senso clinico, ho verificato ormai infinite volte che la depressione coincide con un'intima "volontà" soggettiva di mantenere stabilmente l'io in una condizione di dolore, che annulla il suo bisogno naturale di vivere nella gioia e nel piacere.

Ciò può accadere in virtù di sensi di colpa espliciti o sottili e impliciti: colpa nei confronti di qualcuno o qualcosa di cui si è violata l'esistenza, o nei confronti dei quali non si è nel diritto di condurre una vita più felice. La depressione, in questo senso, si rivela come una "malattia morale", densa di significati umanistici, filosofici e persino metafisici. Ha una soluzione psicologica, dunque, che non può prescindere dalla sua raffinata complessità.


La Depressione Post Partum

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Esistono, anche in campo psicologico, malattie subdole e invisibili, che spesso sono le più pericolose. L'esperienza della maternità, al pari d'ogni altro "evento di passaggio", può generare nella donna ansie e depressioni dagli esiti imprevedibili.
Il dato, ovvio per gli specialisti, è spesso rimosso dalla cultura corrente, perché ritenuto "scandaloso" rispetto al pregiudizio che la maternità debba portare soltanto gioia e felicità. La conseguenza di tale pregiudizio è sempre negativa: il problema, nascosto sia dalle madri sia dai familiari, può divenire invisibile e perciò subdolo e insidioso.
Mai come in questo caso, tuttavia, è necessario fare esercizio di onestà intellettuale: fuori d'ogni pregiudizio, occorre ammettere che al giorno d'oggi la donna é sottoposta a pressioni sociali contraddittorie. Le si chiede il possibile e l'impossibile: di lavorare ed essere madre perfetta di molti bambini, di dare esempio di virtù sociali e insieme familiari, spesso in assenza di una cultura specifica.

La maternità, con le sue inevitabili prove di sofferenza, restrizione e insicurezza, diviene pertanto una condizione nella quale molte donne sperimentano dubbi radicali sulle proprie capacità. Alcune, isolate in casa, sottoposte al giudizio di parenti e amici, tormentate da ideali irraggiungibili, avvertono dubbi radicali riguardo alla propria abilità materna, fino a sviluppare gravi depressioni allorché si convincono della propria inadeguatezza.
La vergogna generata da questa convinzione fa sì che il problema sia nascosto finché non sfugge di mano. Allora possono aversi depressioni gravissime, con profonda svalutazione di sé, del senso della vita e della qualità del mondo, che può apparire orribile.
Si può entrare talvolta in una depressione melanconica nella quale il mondo è avvertito come un luogo arido e inospitale. La responsabilità di aver generato un figlio e di averlo immesso in quella "valle di lacrime" che è la vita può suggerire soluzioni drammatiche, persino tragiche. A questo punto, o la depressione blocca la madre in una sorta di "camicia di forza" emotiva, o, raggiungendo livelli di delirio, può spingerla a realizzare il cosiddetto "suicidio allargato", nel quale la donna sopprime il bambino (talvolta assieme a se stessa) tormentata dalla certezza dell'impossibilità di continuare a vivere. Per fortuna si tratta di casi molto rari, ma la riflessione sugli esiti più drammatici può spingerci ad avviare interventi preventivi in tutte le situazioni che presentino il solo sospetto di una crisi in atto.

La soluzione starà allora, innanzi tutto, nel sensibilizzare le giovani coppie ai rischi emotivi insiti in un evento di passaggio di così grande importanza; quindi nel moltiplicare la presenza di psicologi nella vita sociale ordinaria (ospedali, asili nido, scuole ecc.); infine nel sostenere il dibattito culturale al livello dei mass-media (giornali, radio, televisione ecc.).

Glossario: Suicidio allargato. Per "suicidio allargato" s'intende quel suicidio paradossale in cui assieme a se stessi si sopprime un altro individuo per amor suo. In questi casi l'interpretazione della vita è talmente negativa che la morte è vista come una soluzione che deve coinvolgere non solo se stessi ma anche le persone amate.


La depressione in carcere. Una lettera

carcere

Da un detenuto in carcere nazionale ricevo una lettera commovente, di cui riporto qui i punti essenziali.

"Caro dottor Ghezzani, mi chiamo A. e sono un detenuto dal 2002 nel carcere di... Sono sposato felicemente e ho tre bambini, di anni compresi tra i dieci e i cinque. Poi ho anche altre due figlie di mia moglie, che lei ha avuto da un precedente matrimonio; di queste una vive con noi, l'altra invece è lontana. Purtroppo, in quest'anno e mezzo di carcerazione, con la famiglia, che c'é sempre stata un'unione che a me è sembrata solida, ci sono stati anche momenti in cui mi sembrava che tutto crollasse. Insomma, io da carcerato soffrendo le pene dell'inferno, o per gelosia o per paura di perdere la famiglia, mi sto ammalando di una strana malattia. A poco a poco mi sento il fisico e le forze mentali abbandonarmi; ho voglia di morire, ma mi manca il coraggio per suicidarmi, forse penso ai figli e alla speranza delle cose lasciate, ma gli anni che devo trascorrere in carcere sono ancora molti, dunque la paura di perdere tutto è impressionante, e vorrei morire.
Sono innamorato pazzo di mia moglie, la paura di perderla è insopportabile. Avendo letto un suo articolo, dove spiega che di amore si può morire, io ci credo, perché sono in un baratro altissimo, la sofferenza d'amore, per la mancanza d'amore, di tutte le cose che con mia moglie noi facevamo con simbiosi, erano sublimi, ed adesso mi mancano. La prego di mandarmi due parole per comprendere meglio quello che mista accadendo".

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Ecco la mia risposta per il sig. A.:

Gentile sig. A.,
penso che la nostalgia sia una delle passioni più dolorose che si possano sperimentare. Quando poi è unita a un sincero e profondo sentimento d'amore, la nostalgia può diventare un'esperienza rovinosa, nella quale ci si sente tagliati via da se stessi, amputati delle proprie membra, divisi nella profondità del cuore. Ci si sente privati della parte migliore di sé la quale, in fin dei conti, sono gli altri, e per l'esattezza coloro che più amiamo. Separati da loro, ci sentiamo infine condannati a esistere solo con noi stessi, proprio con quella parte di noi che ci appare la più insignificante e persino negativa.
Perché, a lei che mi parla di prigione, io rispondo con l'evocazione del sentimento della nostalgia? Lo faccio perché, come psicoterapeuta, sono arrivato alla conclusione che la nostalgia, in quanto faccia nascosta della separazione e dell'abbandono, è il rovescio della medaglia anche del senso di colpa.
Credo pertanto che il dramma che lei mi segnala nella sua bella lettera sia proprio questo. Il suo io è una realtà ampia, piena di affetti, che abbraccia, assieme a se stesso, sua moglie e i suoi figli (comprese le due figlie di sua moglie): sono loro che rappresentano per lei la vera totalità del suo io, quella che lei stesso sente come la sua parte migliore. E proprio da questa parte, che lei ama più di se stesso perché le rappresenta la parte migliore della sua vita, lei è stato separato.
Credo che una delle cose più terribili che accadano in carcere sia proprio questa: l'essere imprigionati coincide con l'essere esclusi da ogni beneficio della vita sociale, innanzi tutto dagli affetti che ci fanno sentire esseri umani. Senza quegli affetti ci sentiamo degradati al livello infimo della vita umana. Dunque, se un giorno è la nostra stessa famiglia ad arrivare a rifiutarci, allora il sentimento d'indegnità già presente per via della pena detentiva si aggrava fino alla sensazione d'essere colpevoli in senso assoluto, dunque meritevoli d'ogni disprezzo.
Il carcere, purtroppo, ottiene questo risultato, di far sentire l'individuo peggiore di quello che è.
Talvolta, l'individuo incarcerato, per non sentire il dolore morale, si ostina nella durezza e nel crimine, rischiando di peggiorare ulteriormente la qualità della sua psiche e della sua vita. A questo, purtroppo, contribuisce la stessa struttura ideologica della pena (così come è ancora concepita), che impedisce al detenuto i normali rapporti affettivi e dunque la continuità col suo io precedente la carcerazione.
Le consiglio, dunque, di far il possibile per riallacciare il rapporto con sua moglie e con i figli. In questo dramma della separazione tutti sono importanti.
Non si arrenda al sentimento autodistruttivo da cui si è lasciato invadere."

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