LE EMOZIONI NEGATIVE E IL PANICO
Nella versione divulgativa di cui sono pieni giornali, riviste para-scientifiche e talk show televisivi, come ormai anche buona parte dei siti internet, i disturbi dell'emotività, del carattere e della mente, sono perlopiù riferiti a due cause elettive,
secondo l'ideologia che si predilige. Alcuni - sempre di più - riferiscono il disagio psichico a una causa genetica, ovviamente irreversibile (per cui si consigliano psicofarmaci vita natural durante, con gran gioia dei produttori di pillole). Altri, un po' più
sofisticati dal punto di vista culturale, individuano immancabilmente un grave "trauma psicologico infantile"; nella fattispecie la fatidica "separazione dalla mamma". I propugnatori di quest'ultima teoria non sono psichiatri; al contrario, sono di solito psicologi animati
da ottime intenzioni. Peccato non si rendano conto che coi loro argomenti essi, anziché scontentarli, fanno un gradito piacere agli psichiatri farmacisti, e per un semplice motivo. Se fosse vera la loro teoria, cioè che una separazione infantile é sufficiente a causare
la malattia psicologica di un individuo per tutta una vita, ciò dimostrerebbe soltanto che quell'individuo ha ricevuto dalla natura una dotazione neuro-psicologica difettosa rispetto agli altri esseri umani, quelli che pur avendo avuto analoghi traumi tuttavia non si sono
ammalati. La teoria della separazione (o dell'"abbandono", che è la stessa cosa) finisce, dunque, per dare ragione a chi argomenta che i malati psichici hanno qualcosa in meno rispetto agli altri: chi di noi non ha subito, nell'infanzia, abbandoni parziali (affettivi)
o anche totali? Eppure non tutti ci ammaliamo; dunque - e ci risiamo! - la tesi del trauma porta alla conclusione che sia in gioco una "debolezza" innata, cioè genetica!
Per opporsi a queste banali e riduttive tesi "innatiste", che finiscono per chiudere il problema della causa nell'individuo stesso, in sostanza accusandolo di inferiorità, sarebbe necessario che la ricerca psicologica promuovesse un ampio dibattito sulle
emozioni negative, perché esso porrebbe nel fuoco dell'attenzione il rapporto individuo/società, o - per dirla in termini antropologici - il rapporto natura/cultura. Mi spiego. Se un'emozione, che esiste in quanto prodotto dell'evoluzione della specie - è cioè un dato
di natura - è tuttavia giudicata "negativa", allora esiste anche un metro di giudizio sociale, ideologico, che la classifica in tal senso. Esiste cioè un parametro sociale che esprime una condanna nei confronti di una parte della nostra vita emotiva naturale. Questo parametro
sociale è una mentalità, una ideologia.
Ma perché una mentalità dovrebbe espellere culturalmente tutta una gamma di emozioni (peraltro ricchissima: si parla di rabbia, odio, vendicatività, gelosia, invidia, avidità, cupidigia, presunzione, superbia, conflittualità, arroganza, violenza, possessività,
furia, mania, passione, lascivia, indifferenza, ecc.)? Probabilmente perché determinate culture (familiari e sociali) avvertono nell'emozione negativa un principio "pericoloso", ossia, l'impulso alla critica.
Dietro emozioni, sentimenti e stati d'animo negativi c'è una critica nascosta, implicita, a un ordine di cose esistente; critica che resta oscurata dalla opacità dello stato psicologico, e che la coscienza soggettiva dovrebbe incaricarsi di chiarire. Al contrario,
talune mentalità preferiscono suggerire che quella critica non riguardi a giusto titolo l'ambiente (lo stato di cose esistente), ma che sia piuttosto il prodotto di un'aberrazione genetica o di un trauma precoce o di un semplice istinto malamente controllato.
E' su questo punto che vorrei distinguere la mia posizione da quella dei molti teorici della cosiddetta "aggressività" (soprattutto americani). Il concetto di aggressività come viene espresso nella psicologia di importazione americana è del tutto fuorviante
rispetto alla corretta percezione del fenomeno di cui parliamo. Nella versione divulgativa corrente, per "aggressività" s'intende un'energia distruttiva che esiste a prescindere dalle condizioni oggettive e che deve essere semplicemente "scaricata". Le emozioni negative come
le intendo io, invece, sono emozioni profondamente motivate dal rapporto con la realtà esterna; hanno dunque una "giustificazione" profonda: originano da un torto subito, dunque fanno capo - a qualunque età - al sentimento di giustizia (concetto del tutto assente dalla psicologia
contemporanea). Il problema della rabbia, dell'odio o della vendicatività è che, in assenza di una chiara consapevolezza soggettiva delle cause reali del malessere, i sentimenti negativi sono "ciechi", cioè colpiscono indiscriminatamente e spesso con sterile sadismo. In sostanza,
la persona che ha subito o subisce un torto, in assenza di lucida consapevolezza, diventa inutilmente e talvolta pericolosamente cattiva. Da qui gli "arresti domiciliari" di cui s'incaricano i sensi di colpa, i sintomi (ossessivi, depressivi, deliranti ecc.), o gli attacchi di
panico. Gli attacchi di panico derivano dall'angoscia profonda, e sempre inconscia, di poter far del male a persone che s'intuisce in fondo non meritano tanta avversione. Faccio un esempio. Una donna è stata vittima di un'educazione che le ha insegnato l'umiltà e la modestia
di fronte all'uomo (valori di stampo religioso tradizionale). In ossequio alla sua educazione, questa donna non completa gli studi e finisce casalinga o a fare l'assistente parrucchiera o altro, senza alcuna soddisfazione. Poi sposa un uomo non molto attento e sensibile (come ce ne
sono tanti), che le fa fare due o tre figli e poi la molla a casa. Un giorno la donna sviluppa odio nei confronti dell'uomo. Uscendo fuori del raccordo anulare prova un intenso sentimento di libertà e pensa: "Vorrei mandarlo all'inferno! Mi separerò, gli farò causa e lo manderò a
gambe all'aria!". A questo punto, folgorata dal pensiero, ha un bell'attacco di panico. L'attacco non viene da lei riferito al pensiero di vendetta, bensì allo spazio percorso fuori dalla città (che effettivamente l'ha inebriata e l'ha spinta a fare quell'eccitante pensiero), e si
struttura così un evitamento di tipo agorafobico. La donna in realtà è vittima di una rabbia cieca, sterile, sadica, che le causa sensi di colpa nei confronti di marito e figli; e i sensi di colpa a loro volta inducono la ritorsione punitiva e contenitiva dei sintomi, per niente
strana e perfettamente funzionale. Il panico a questo punto blocca la libertà della donna; le revoca il diritto all'autonomia e la riconduce in una condizione di tutela da parte di altri. La donna avrebbe potuto agire in modo totalmente diverso. Innanzitutto, avrebbe potuto
valutare con attenzione le cause reali della sua rabbia, evitando così di scaricarla alla cieca contro persone innocenti; in secondo luogo, avrebbe potuto progettare una vita più attiva e più autonoma, aumentando il livello della sua coscienza e della sua maturità morale. Se
avesse agito in tal modo, non sarebbe incorsa né in sensi di colpa né in sintomi, evitando così di passare sotto le forche caudine del panico.
Alla luce di queste riflessioni, ritengo inutile e persino dannosa un'informazione parziale su ciò che si definisce col termine di "aggressività". E' giusto parlare dei sentimenti negativi: ma ciò non deve mutarsi in un appello incondizionato alla guerra senza
quartiere, né essere banalizzato e tradotto in un invito a "fare palestra" in modo da scaricare un po' di "sana aggressività". In un senso si va nella direzione di pseudoterapie sociologiche che hanno prodotto più odio (e dolore) di quanto ne abbiano risolto; nell'altro, si va
verso terapie effimere e superficiali che spacciano una buona respirazione o un urlo fatto a pieni polmoni come "tecnica di rilassamento" sufficiente e risolutiva.
Al contrario, guarire significa - secondo me - sviluppare la nostra complessità, senza mai derogare all'imperativo d'essere coscienti - e perciò responsabili - della nostra vita emotiva e morale.
A questo proposito, mi permetto di fare una piccola autopromozione, segnalandovi il terzo dei miei libri, intitolato Volersi male Masochismo, panico, depressione, editore Franco Angeli.
Il libro spiega il processo psicologico sin qui descritto esemplificandolo
con numerose storie cliniche. In esso, parlo di quello sviluppo patologico che dalla semplice ansia, porta al panico - laddove i sentimenti che serpeggiano nell'ansia non sono stati portati alla luce per essere disinnescati - e quindi alla depressione, come esito ultimo di una
lunghissima sequela di battaglie perdute contro i propri sintomi e contro la crescente disistima personale.
 (per informazioni e contatti fare clic sull'immagine del libro)
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