INTERVISTAIntervista di Rosa Maria Lombardo a Nicola Ghezzani Meridiano Scuola 11 novembre 2004 «Crescere in un mondo malato. Bambini e adolescenti in una società in crisi», edito da Franco Angeli, è l'ultimo lavoro editoriale del dottor Nicola Ghezzani, psicologo, nel quale l'autore presenta una sua personale lettura del disagio psichico attraversato dai bambini e dagli adolescenti. Parallelamente impegnato nella ricerca delle cause e della «cura», Ghezzani ci introduce ad un'analisi che termina dove sembrerebbe dovere iniziare: i dati statistici riportati, infatti alla fine del libro, che in questa presentazione percorreremo a ritroso, parlano di un disagio psichico, relativo a sindromi intermedie e non gravi (come patologie del carattere e nevrosi) in costante aumento negli ultimi 20 anni. D: Dottor Ghezzani, nel suo libro è evidente lo sforzo di cogliere uno sfondo, al disagio del minore, che lei cerca di collocare, come in un gioco di scatole, su uno sfondo capace di originarlo e alimentarlo. Vengono quindi chiamati in causa la famiglia, la società e la cultura. Non crede di allargare le maglie del filtro di lettura con il rischio di perdersi? R: Se si attraversa un territorio sconosciuto e, a prima vista, complesso sarà certamente più agevole muoversi al suo interno avendo a disposizione la mappa dettagliata della zona: una cartina che mostri sia la veduta generale che le emergenze locali di riferimento. E se fossimo nella sfortunata condizione di non possedere quella mappa, sarebbe bene per noi tenere presenti alcuni punti di riferimento generali, che ci aiutino a definire l'intera area, senza fidarci alla cieca di ogni più piccolo particolare. Dovremmo agire a questo modo proprio per non perderci, per non girare a vuoto col rischio di percepire lo spazio in cui siamo immersi come un caos senza rimedio. Nell'analizzare e studiare i fatti umani io agisco allo stesso modo. Il limite della psicologia contemporanea è lo «psicologismo»: quella forma di pensiero che pretende di spiegare i fatti umani a partire dai sentimenti degli individui o dalle interazioni familiari. Ma l'amore di una donna per un marito è diverso se quella donna è una musulmana integralista oppure un avvocato di New York. Lo spirito di sacrificio di un giovane guerriero greco del quinto secolo avanti Cristo era ben diverso da quello di un pio borghese dell'Ottocento: in un caso si cercava in fretta la bella morte per avere un posto d'onore nell'oltretomba, nell'altro era necessario condurre il più a lungo possibile una vita ascetica e laboriosa. Per capire anche il più intimo sentimento personale dobbiamo dunque fare riferimento al quadro sociologico da una parte e alla ascendenza storica dall'altra. Se ho di fronte a me, nel mio studio, un ragazzo disperato, è per me fondamentale sapere se egli è un giovane cattolico turbato dalle prime esperienze sessuali o se invece è il figlio di una cultura laica frustrato nelle sue aspirazioni al successo sociale. Se i quadri di riferimento sono diversi, anche le disperazioni possono essere diverse. Dunque, allargare le maglie del filtro di lettura aiuta a ben orientarsi nel campo che studiamo, aiuta a non perdersi in un territorio vasto e complesso. Questo è il metodo della disciplina psicologica che pratico, la Psicoterapia dialettica, descritto sia in quest'ultimo che negli altri miei libri. D: La «colpa» che lei attribuisce alla famiglia, alla società e alla cultura mi sembra una colpa nuova rispetto a quella di altre letture che sono state date. Infatti lei spoglia questa colpa da ogni intenzionalità e sembra attribuirla alla mancanza di consapevolezza, ora dei genitori, ora della società, che impongono regole rigide e problemi personali irrisolti costringendo i bambini a ribellarsi con il sintomo. Il bambino, gravato dalla sofferenza causatagli dalla sua «sensibilità», che gli fa sentire il dolore e le ambiguità degli adulti, diventa il punto di raccordo di vissuti, non sufficientemente elaborati, a partire da quelli dei genitori, che sono prepotentemente chiamati in causa. Lei ritiene che la coppia genitoriale, oggi, abbia o stia maturando questa capacità di mettersi in discussione e di ringraziare il proprio figlio problematico-iperattivo-difficile-aggressivo-depresso, per avergli aperto una porta sulla loro interiorità inesplorata? R: Usiamo un'altra metafora e pensiamo al mondo inteso come ecosistema. Sappiamo che il nostro ecosistema planetario (il mondo in cui viviamo) sta andando incontro a processi degenerativi causati dall'inquinamento umano. Lo dicono importanti scienziati non sospetti di ideologismo e, di conseguenza, numerosi Stati cominciano a stipulare accordi internazionali (come il Trattato di Kioto) per tentare di porre rimedio alla grave situazione. In questo caso è evidente che se per un verso i governanti non sono del tutto consapevoli di quanto sta accadendo - e meno ancora lo erano al tempo in cui il processo di inquinamento ha cominciato ad accadere - per altri versi essi mistificano una consapevolezza che si sta affermando ormai ovunque. La mia impressione è che questa struttura di rapporti sia la stessa nella quale si trovano i genitori e le famiglie con i loro bambini. Faccio un esempio. Una famiglia educa il suo bambino a un rigoroso contegno nelle relazioni pubbliche, perché il modello culturale familiare é improntato alla modestia e alla riservatezza. Ogni volta che il bambino si muove con esuberanza o si esprime in termini coloriti la famiglia, con garbo, esprime fastidio o riprovazione. Il bambino introietta questo modello comportamentale, e tanto meglio lo fa quanto più egli è sensibile e buono. Poi, a scuola, scopre che tutti gli altri bambini funzionano secondo un codice di esuberanza, di assenza di pudore e di prepotenza. A quel punto egli si trova di colpo fuori gioco. Se i sensi di colpa verso la famiglia gli impediscono di acquisire o almeno accettare lo stile comportamentale dei compagni, quel bambino diverrà allora un timido ansioso o un disadattato. I genitori lo hanno «inquinato» con un codice «fuori tempo», ma non lo sapevano; come si fa ad accusarli? Il disagio del figlio esplode perché a sua volta il mondo sociale ha tentato di inquinarlo con il proprio codice. Tuttavia, se il bambino mostra il suo disagio in casa e loro, i genitori, fanno di tutto per negarlo, essi non solo agiscono in modo ipocrita, ma stanno anche perdendo un'occasione d'oro per capire qualcosa di più di se stessi, del figlio e del mondo in cui vivono.
D: Sta avvenendo quindi una sorta di rinascita del mondo, della coscienza collettiva attraverso i piccoli, i giovani che, con la loro vitalità per primi, hanno avvertito il peso e le costruzioni dell'ideologia consumistica imperante. L'altra grande accusata quindi è la società? R: Non direi che sta avvenendo una rinascita del mondo. Direi piuttosto che ogni nuova nascita, ogni bambino che viene al mondo incarna in se stesso una possibilità nuova per l'intero mondo storico. A ogni nuova nascita da una parte c'è un nuovo organismo umano che assomma in se stesso molti milioni di anni di evoluzione biologica, un organismo dotato di raffinate abilità emotive e cognitive e complessi e armonici sistemi biologici in perfetta funzionalità; dall'altra c'è un mondo storico condensato in una famiglia che ha qualche decennio o al massimo qualche secolo di storia alle sue spalle. Il rapporto è impari, ma in genere nessuno se ne accorge. Si suppone che il bambino sia una «tabula rasa», una superficie di cera amorfa sulla quale si può scrivere qualunque cosa, con il pieno diritto di farlo. E' evidente che questo fenomeno ha qualcosa di incredibile. Le famiglie e talvolta purtroppo anche taluni insegnanti «educano» i bambini alla propria visione del mondo, senza comprendere che possono sregolare un sistema biologico che è nato perfetto. E' sufficiente turbare il bambino con un eccesso di rigidità o con messaggi che lo portano all'inibizione istintuale o all'insensibilità competitiva o al consumismo sfrenato ed ecco che il prezioso vaso di cristallo è incrinato. Il mio atto di accusa nei confronti della società attuale è relativo al fatto che essa non trasferisce a tutti i livelli le raffinate consapevolezze che la scienza moderna o la migliore pedagogia o filosofia sono ormai in grado di produrre. Non basta fare gli spot pubblicitari a favore del bambino: occorrono nuove figure professionali e fondi per la scuola a tutti i livelli, parchi pubblici attrezzati (e non minacciati dalla lobby dei palazzinari o da quella dei cinofili), una magistratura sensibilizzata alle problematiche più sottili della vita infantile. D: Lei non ha parole di scuse neppure per la
psicologia, per quella psicologia che vuole normalizzare; per quella pedagogia
che vuole rieducare meccanicamente; per quella medicina, la neurobiologia, che
fa della causa biologica un evento avulso e scollegato dal resto e per quella
sociologia che diffonde pseudovalori di efficientismo e di benessere tutti
esteriori. Possiamo cogliere il suo come un invito ad un puerocentrismo che ci
riporta alla memoria le prime grandi rivoluzioni pedagogiche dell'800? Il
bambino al centro, il suo dolore al centro. Una centralità che non spoglia di
importanza le altre figure sociali (gli adulti) ma ne riconnette le azioni e le
conseguenze delle azioni al riverbero costante che hanno sul bambino e
sull'adolescente. R: Al centro della mia riflessione è la complessità. Il libro «Crescere in un mondo malato» è puerocentrico nella misura in cui il bambino rappresenta una delle maggiori complessità presenti nel mondo a un grado massimo di misconoscimento. E' la stessa sorte accaduta al nostro pianeta: qualcuno gli ha dato un nome «umano», lo ha chiamato Gea, per significare che esso è come un individuo: un fenomeno di alta complessità di cui misconosciamo l'estrema delicatezza. Un bambino è un delicato equilibrio di funzioni psicologiche in reciproco rapporto, è pertanto uno scrigno di conoscenze sulla natura umana: il rispetto nei suoi confronti, la capacità di porlo al centro dell'attenzione sociale, sarebbe il segno della maturità e dell'intelligenza di una cultura che voglia apprendere a evitare violazioni della natura umana e quindi salvare se stessa. Viceversa, vediamo pseudoscienze neuropsichiatriche impegnate nell'espansione di interessi corporativi, pseudoscienze che di fronte al bambino «sregolato» inventano - senza alcun credito nel mondo della scienza «forte» - teorie genetiste che affermano che quel 20, 30% di minori oggi affetti da disturbi della psiche ha una anomalia genetica e pertanto merita solo psicofarmaci. Così come vediamo pseudoscienze psicologiche che si ostinano a diagnosticare «complessi di Edipo» o «madri patogenetiche» laddove i disturbi sono sempre più palesemente sociali. La società deve invertire la sua rotta, se vuole sopravvivere a se stessa. Deve insegnare all'adulto come «sentire» la musica dell'infanzia, come «leggere» il libro di istruzioni che ogni bambino reca nel suo DNA e nel suo sistema psicobiologico. Se c'è una macchia su quel libro l'abbiamo fatta noi. Dobbiamo capire in che modo danneggiamo i preziosi doni che ci vengono offerti. D: Ad un certo punto del libro lei interviene a favore delle madri poiché è fin
troppo evidente la facilità con cui la società «devolve» (quasi come un atto dovuto di bontà) le proprie
responsabilità a favore della madre esasperando uno stato di incertezza, di fatica e di solitudine che accomuna
sempre di più le donne e contribuisce al disagio psichico adulto, soprattutto in termini di depressione
e nevrosi. R: La responsabilizzazione e colpevolizzazione delle madri è una tattica moderna, che ha radici antiche. La sua radice più profonda sta in alcuni aspetti radicali, «integralisti», della cultura cattolica: pensiamo ai processi alle streghe e alla moderna divinizzazione della Madonna. Su tali basi si è inteso obbligare la donna ad un «culto del suo ruolo», una «religione privata» di se stessa, addossandole per intero il carico del buon andamento e della buona riuscita dell'istituto familiare e della riproduzione della società e dei suoi valori. Più di recente è una certa psicologia riduzionista ad aver caricato la madre della responsabilità di essere «sapiente» come un'enciclopedia di puericultura e assieme servizievole e devota come una suorina laica, mistificando il fatto che la famiglia nucleare si appoggia interamente su una sola donna, e che pertanto servizievoli e devote dovrebbero essere le istituzioni (tanto pubbliche quanto private) nel loro compito di accompagnare la singola madre nella sua realtà quotidiana. In questo senso, le emozioni sono sgradite perché segnalano il dolore di esistere, il disagio in cui versa ormai una parte consistente della società. Sono considerate «utili» solo le emozioni che favoriscono l'autopromozione e il commercio dei valori dominanti; «inutili» quelle che liberano il dolore contenuto nella nostra anima. Da qui, ritengo, la graduale scomparsa dell'arte come testimonianza e rappresentazione e la sua trasformazione in evento spettacolare e di consumo. Nella cultura di massa, il sentimento non è più il motore dell'azione drammatica, ma è ormai soltanto oggetto di contemplazione: divenendo così puro e astratto sentimentalismo.
D: L'analisi storica che la impegna nella prima parte del libro cerca di costruire lo sfondo socio-politico che ha concepito, fino a partorirlo, dopo lunga gestazione, la crisi dell'uomo moderno: una crisi del sé piuttosto che dei valori, già morti da tempo, la crisi del sé quindi come esperienza e rielaborazione della morte dei valori? R: Non direi che i valori sono morti, i valori non possono morire, perché ovunque esista una società esiste almeno un sistema di valori che la distingue dalle altre e la integra in se stessa. Tuttavia, rispetto alla maggior parte delle altre, la nostra società rappresenta un caso molto particolare, perché è multiculturale già al suo interno (lo è in se stessa, cioé a prescindere dal multiculturalismo che le deriva dall'esterno, ossia dall'immigrazione). Sicché i valori al suo interno confliggono fra loro fino a dare l'impressione di una mancanza di linee-guida, effetto del reciproco annullamento dei valori in competizione: e allora si parla a sproposito di «morte dei valori». Sin dalla stessa Introduzione al libro, tuttavia, io non parlo di «morte dei valori» quanto piuttosto di «guerra dei valori». I numerosi sistemi di valori che convivono nella nostra società sono fra loro contraddittori, e si fanno guerra, com'è ovvio, molto più nei cuori e nelle menti dei giovani che non in quelli degli adulti e degli anziani. Faccio degli esempi. Esistono differenze profonde e inconciliabili fra il rigoroso autocontrollo del codice valoriale cattolico e la promozione dell'egoismo appropriativo in vigore nel codice neoliberista. Differenze non meno grandi sussistono fra l'individualismo libertario «sessantottino» (che ancora sopravvive in molte famiglie) e il cooperativismo ascetico dell'etica borghese classica. Come esistono ovvie differenze fra etiche religiose ed etiche laiche. I genitori possono essere fra loro contraddittori e trasmettere ai figli dubbi e incertezze drammatici, che alla fine possono risultare persino amplificati anziché mediati e risolti da scuola, chiese, partiti, gruppi generazionali o di appartenenza. Tutti gli adolescenti contemporanei versano in questa grande crisi ideologica epocale. Nel corso del mio libro suggerisco che da una parte la società deve essere consapevole di questo onnipresente conflitto dei valori, ma che dall'altra la sua soluzione, in fin dei conti, non può avvenire altro che nel «sé», ossia in quella struttura psicologica, tipica dell'occidente, che ha la funzione di mediare e risolvere i conflitti. Il sé è l'unità dinamica dell'individuo. D: Sembra che l'umanità stia cominciando ad elaborare questa morte, non attraverso il ritornello, ormai sterile e stereotipato «che non ci sono più valori», ma attraverso la parte più viva di sé, i bambini appunto, che si sentono schiacciati sotto il peso dei conflitti emotivi, gli adolescenti che non possono individuarsi sullo sfondo dell'indistinto (adulti sempre giovani ed eterni adolescenti ad esempio). L'infanzia e l'adolescenza ci stanno offrendo un'occasione di riscatto? R: L'infanzia e l'adolescenza sono l'alfa e l'omega della natura umana. I loro disturbi, le loro nevrosi, le loro proteste, se correttamente interpretati, sono in grado di indicarci con la massima precisione il genere di errori che stiamo facendo nella costruzione della nostra civiltà e nei processi di educazione e socializzazione dei piccoli e dei giovani del nostro mondo. Quindi a questa domanda rispondo affermativamente: bambini e adolescenti ci stanno offrendo un'occasione di riscatto. D: Realisticamente crede sia possibile che il mondo degli adulti cominci a guardasi dentro? Che tempi prevede? R: Il mondo degli adulti è diviso tra persone in grado di esercitare la loro sensibilità e persone che l'hanno rimossa per correre dietro al successo o al potere. Le persone sensibili sono da sempre attive (...alcune di queste stanno leggendo questa intervista...); le altre si muovono per interessi più egoistici. Ma anche queste persone, di fronte alla crisi in atto, poiché essa li minaccia direttamente, non potranno sottrarsi a lungo. Quando a essere malato è tuo figlio (anoressia, bulimia, tossicodipendenza, depressione...), quando il decoro urbano e sociale in cui vivi è minacciato, quando gli insegnanti dei tuoi figli si arrendono e li abbandonano, quando le tue attività languiscono perché i tuoi clienti si allontanano in cerca di qualità esistenziale, anche tu sei costretto a cambiare. A quel punto gli interessi contrapposti devono trovare una composizione. In fondo, credo che a nessuno interessi che il mondo in cui tutti viviamo vada incontro a processi degenerativi irreversibili. D: Pensa che il grande fermento di pensiero psicopedagogico, anche sociopolitico, che cerca di bilanciare l'efficientismo del terzo millennio, possa in qualche modo inaugurare una nuova cultura dell'infanzia? R: Nonostante tutto, penso di sì. L'attenzione che viene data a livello globale alla mortalità infantile per malattia o denutrizione, al fenomeno della riduzione in schiavitù e della prostituzione minorile, e a livello locale, occidentale, ai fenomeni di sbandamento e vandalismo adolescenziali, di violenza e bullismo anche infantili, di psicopatologia franca di tutta l'età evolutiva va in questa direzione. Diventa sempre più chiaro che bambini e adolescenti possono essere danneggiati non solo dall'abbandono (come si è sempre pensato), ma anche dall'eccesso di attenzioni più o meno interessate. Il mio osservatorio è quello della psicologia clinica, che si occupa del male quando questo di solito è già avvenuto; la scuola è un osservatorio molto più ampio, in grado di cogliere il problema in fieri, in statu nascendi. Il più delle volte l'impatto è a tal punto drammatico da portare il docente allo sconforto, fino a farlo scivolare nella demotivazione o nel burn out. Motivo di più, questo, per insistere sulla centralità di un ruolo che le istituzioni devono apprendere a tutelare e a rispettare in tutte le sue complesse sfaccettature. Grazie dottor Ghezzani, chiudendo questa conversazione voglio sottolineare un aspetto, una sensazione positiva che ho ricavato dalla lettura del suo libro e
che ritengo vada colta e condivisa con i nostri lettori, poiché, a tanto pessimismo e disfattismo, la sua
denuncia della malattia del mondo non contempla catastrofi per l'umanità. Mi sembra invece di potere cogliere l'urgenza di un invito, ai grandi, di
riprendere coscientemente la propria vita e divenirne padroni e protagonisti,
riconquistare un benessere in prima persona, e quello dei figli come immediata
e diretta conseguenza, nella direzione di una lenta guarigione della coscienza
collettiva che, come madre natura, abbiamo inquinato e lasciato inquinare
dalle false promesse di facili guadagni. Per altre informazioni, inviami un'e-mail Copyright © 2003-2004-2005 Nicola Ghezzani - Roma - Tutti i diritti sono riservati. |


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