INTROVERSIONE
UN CARATTERE EVOLUTIVO, UN VALORE
SOCIALE
di Nicola Ghezzani
Nel 2002 pubblicai, nel mio libro Volersi male (editore Franco Angeli), un’ipotesi
psicologica e antropologica che mi appare oggi sempre più attuale. Vorrei darne
qui un breve cenno (rimandando per la sua valutazione globale alla lettura del
libro).
Prima
di rievocarla, vorrei però far notare, molto in breve, alcune drammatiche
“emergenze” del mondo contemporaneo.
Prima
emergenza: il mondo
globale è governato sempre più sulla base di eventi rapidi e irriflessi: si
gestiscono crisi locali, situazioni di emergenza, i grandi poteri politici ed
economici (nazionali e sovranazionali) mirano a sopravvivere giorno per giorno,
incapaci di una visione prospettica e d’insieme. Domina, anche fra governanti
seri e preoccupati dello stato delle cose, l’approssimazione e la
superficialità.
Seconda
emergenza: nel mondo occidentale si è
diffusa un’ideologia del successo da denaro, potere o fama che miete vittime ad
ogni livello della scala sociale. Per le strade i ragazzi muoiono o
aggrediscono per compiere gesta memorabili da filmare e trasmettere via
internet. Dagli schermi televisivi divi cinici e ambigui, il cui unico merito è l’esibizionismo, diffondono ovunque il
loro “pensiero”. Persino nelle scuole sono in vigore, in modo poco consapevole,
ideologie diseducative: quella della competizione (ossia la lotta di tutti contro tutti) e la sopravvivenza
del “forte” a scapito del più timido, del più sensibile, del più “debole”; e
quella opposta dell’omologazione, che
mira a far sentire tutti uguali senza distinguere le qualità e il valore
personali: atteggiamenti psicologici generici e superficiali.
Terza
emergenza: il mondo occidentale si va
popolando di una psicopatologia intessuta di conflitti interni dovuti a valori
morali fra loro contraddittori e concorrenti, che scindono la personalità in
dubbi, incertezze, slealtà e tradimenti di ogni sorta, coi correlati sentimenti
della vergogna e della colpa. Anche nella psicopatologia domina, dunque,
l’incapacità di risolvere i conflitti nella profondità della riflessione.
Domina, anche in persone sensibili e intelligenti, la superficialità. In
aggiunta a ciò, la scienza psicopatologica si va riempiendo di messaggi non
meno superficiali nei quali si promuovono terapie “veloci” che “risolvono il
problema” in dieci sedute, che non analizzano la storia del paziente, che
cedono il primato terapeutico alla farmacoterapia. Gli psicopatologi, in buona
o in cattiva fede, sono divenuti in buona parte dei superficiali.
Siamo
tutti un po’ a rischio. Possibile che la specie umana (proprio in quanto
specie), sempre così sottile e lungimirante, non abbia tentato di produrre,
anche questa volta, una correzione all’inquietante stato delle cose che si
profila nel mondo? E’ la stessa specie che attraverso l’ominazione ha superato l’indigenza originaria e poi desertificazioni
demografiche e glaciazioni che ne hanno minacciato la sopravvivenza nel corso
di sterminati millenni?
Sì, è
la stessa specie.
In Volersi
male ho fatto un’ipotesi (poi approfondita
in alcuna pagine di Crescere in un mondo malato, 2004): che la specie umana stia già producendo il
“rimedio biologico” all’abuso dell’uomo sull’altro uomo insito nella produzione
di identità superficiali e scarsamente sensibili (ma “pratiche” e perciò utili
all’adattamento alla natura fisica del mondo). La mia ipotesi è che la specie
stia selezionando individui dotati in una qualità specifica: la sensibilità
riflessiva, che è la base di quella
caratteristica psicologica che è l’introversione.
Ecco
una rapida enunciazione del principio:
L'immenso potenziale psicobiologico [prodotto dalla specie e] rimasto
tuttora largamente inesplorato è la capacità di interazione del singolo uomo
con se stesso, cioè il potenziale introversivo-riflessivo individuale,
espresso, in prima istanza, nell'immaginazione riflessiva. Potenziale nuovo
perché la sua funzione non è quella di fornire strumentalità tecniche di uso
immediato, bensì quella - altamente rischiosa - di confrontare mediante
opposizione l'intera struttura del mondo umano oggettivo (la società) con un
mondo interno soggettivo in grado di immaginare mondi alternativi diversi e
migliori, e di erigersi pertanto a parametro dell'intera creazione umana.
L'immaginazione riflessiva ha dunque una finalità evoluzionistica
duplice: il suo scopo è perfezionare sia le interazioni umane concrete, sia la
loro oggettivazione materiale nel fenomeno storico della cultura (Ghezzani,
2002, cit. p. 121)
Insomma,
l’individuo dotato di sensibilità riflessiva – spesso introverso –
ha lo scopo biologico di rendere l’evoluzione tecnica dell’uomo e le sue
produzioni sociali qualcosa di armonico e soprattutto “profondo”: ossia
pensato, vagliato, riflettuto. Questa riflessione profonda, “viscerale”, porta
alla possibile creazione di un mondo immaginario, ideale, contrapposto a quello
reale.
Sempre
in Volersi male scrivevo:
Il mondo interno soggettivo cresce così fino a diventare un mondo
autonomo in cui vengono liberamente immaginate sia le nuove potenzialità
culturali, che le stesse potenzialità di rapporto fra gli esseri umani (p. 40).
Infine
nel 2004, in Crescere in un mondo malato (dopo averne già scritto nel 2003 in questo sito) formulavo due precisi
progetti:
L’introverso possiede l’attitudine a trasformare la sua
sensibilità e intelligenza in concetti culturali; quindi a usare il “mondo
ideale” costruito dentro di sé sia per valutare il mondo reale (capacità
critica), sia per creare un mondo nuovo (anche solo virtuale) qualora il mondo
reale fosse insufficiente in qualche sua parte (capacità creativa).
Quello della giusta valutazione dell’introversione va
considerato come un esempio di ciò che io definisco Psicologia sociale delle
attitudini: lo studio di
caratteri psicologici e neuropsicologici differenziali; cui dovrebbe seguire la
formazione di gruppi per la valorizzazione di tali caratteri differenziali,
soprattutto se minoritari.
In rapporto all’introversione, l’attività dell’educatore, dello
psicologo, dell’operatore sociale, dell’intellettuale tout court dovrebbe allora consistere non solo nel
curarne la peculiarità sociologica nel colloquio duale, ma anche nel creare
contatti e gruppi di solidarietà, di studio di sensibilizzazione, di difesa e
valorizzazione di quest’attitudine psicologica minoritaria (p. 102-103).
In
sostanza, a soluzione del problema dell’introversione come minoranza
psicologica trascurata o vessata, proponevo questi due progetti:
Primo
progetto: la creazione di una nuova
disciplina scientifica, che in Volersi male aveva definito Genetica delle
differenze neuropsicologiche individuali (p. 128), in Crescere in un mondo malato chiamavo Psicologia sociale delle attitudini e che oggi, infine, per semplicità preferirei chiamare, in
modo definitivo, Neuropsicologia delle differenze individuali.
Secondo
progetto: La creazione di associazioni
e gruppi di auto/mutuo per il sostegno psicologico e culturale della minoranza
introversa e per l’informazione e la
sensibilizzazione della società circa l’esistenza del problema.
Ebbene,
mentre ignoro se la scienza che auspicavo sia in effetti nata, sono a
conoscenza del fatto che sono sorte associazioni, gruppi di auto/mutuo aiuto,
siti e forum sull’argomento.
Di
questa novità sono felice. Le idee circolano e, con esse, cresce e migliora
l’intera società.
Un’ultima
considerazione.
I due
progetti citati non devono far trascurare quello che è il progetto implicito di ogni presa di coscienza e quindi di ogni psicoterapia:
il “dovere etico”, proprio di ciascun individuo, di realizzare se stesso in
modo compiuto, di sviluppare se stesso fino alla realizzazione di una coscienza
responsabile di sé e di quella parte di mondo che gli compete. La nostra difesa
personale, estesa a difesa del mondo che amiamo, eviterà che si realizzi
l’ingiustizia di una maggioranza in grado di determinare in termini
peggiorativi il destino di una minoranza.
In
questo senso, mi atterrei al principio espresso dal noto genetista Theodosius
Dobzhansky (1973), che implica in prima
istanza che ciascuno sia messo in grado di sviluppare le sue potenzialità
individuali :
E’ consigliabile, e persino indispensabile per una società che i
possessori di abilità rare o insolite in certi campi siano indotti a prodigarsi
per raggiungere in quei campi la perfezione. Di norma, ciò significa un
addestramento più prolungato e difficoltoso di quello richiesto per occupazioni
più comuni e più semplici…
Non si insisterà mai troppo sul fatto che lo scopo
dell'uguaglianza umana non consiste nel rendere tutti uguali. Esattamente
l'opposto: è il riconoscere che ciascun individuo è diverso da tutti gli altri,
e che ogni persona ha il diritto di seguire la strada prescelta (a patto di non
danneggiare altri) (p. 44-45).
Bibliografia
Ghezzani
N., Volersi male, Franco Angeli, Milano
2002.
Ghezzani
N., Crescere in un mondo malato, Franco
Angeli, Milano 2004.
Dobzhansky
T. (1973), Diversità genetica e uguaglianza umana, Einaudi, Torino 1975.
Attività. Dell’introversione (dei numerosi disagi
correlati e dei tanti pregi da valorizzare) mi occupo sia in sede di psicoterapia che di formazione culturale, individuale e di gruppo. Fornisco supervisioni a
gruppi di auto mutuo aiuto.
Vorrei
inoltre aggiungere (si parva licet) che
non pochi dei miei pazienti, collaboratori o amici sono oggi scrittori,
pittori, architetti, attori, comunicatori, film-maker ecc. oltre che,
ovviamente, psicologi, psicoterapeuti e counselor. Questo perché ho trattato
l’introversione non solo nel senso della cura delle sue conseguenze dolorose,
ma anche – e forse soprattutto – nel senso del “risveglio” delle
sue risorse intrinseche, del “talento”
personale ivi celato, favorendo in tal modo la formazione di quella “minoranza
creativa” che è, in ogni epoca, il vero
motore delle innovazioni culturali e ideali.
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