LETTI PER VOI
Una premessa
Qualcuno dei lettori potrebbe essersi stupito del tono apocalittico della mia home page. Perchè - potrebbe chiedermi l'ipotetico lettore - segnalare con tanta drammaticità il caos in cui giace l'informazione in questi anni?
Non sarà per guadagnarsi la fiducia dei lettori con una facile retorica? Accetto la possibile contestazione, e spiego in poche righe il mio punto di vista su come si muove di questi tempi la diffusione delle notizie e delle opere di cultura.
E' il modo più giusto, credo, per introdurre questa nuova pagina di sito, dedicata alle recensioni dei buoni libri incontrati nel mio lungo percorso di lettore semiprofessionale.
Nel mondo delle case editrici e delle librerie è in corso, da alcuni anni, un mutamento sociale di ampia portata, visibile a tutti: le case editrici devono fare i conti con le leggi del mercato.
Fino a qualche anno fa, resistevano editori coraggiosi, i quali pubblicavano, per motivi di comunanza ideologica o per puro gusto personale, opere valide ma di scarsa commerciabilità. Questi editori, oggi, se non si sono fatti astuti sono in via di estinzione.
Da tempo, le nuove pubblicazioni sono precedute da rigorose analisi di mercato: perlopiù si pubblica ciò che dà sicure garanzie di vendita, se non addirittura di successo. Gli editori hanno dovuto fare buon viso a cattivo gioco...
A questo primo cambiamento di scena ne ha fatto seguito un secondo, del tutto coerente: le librerie si vanno trasformando in "punti vendita": enormi megastore dove si può acquistare di tutto: libri e VHS, gadget e DVD. Folle distratte di consumatori in cerca di
sempre nuovi stimoli accedono ai locali dei megastore da grandi ingressi trasparenti aperti sulla strada e, frettolosamente, raccolgono quanto si offre dai banchi di più chiassoso e colorato. L'acquisto di un libro era, un tempo, un evento meditato: c'era la
sosta di fronte allo scaffale, la scelta pensierosa e selettiva di un volume, la lettura di brevi brani di prova...; oggi è divenuto bulimico e superficiale. Spesso si compra senza riflettere, sulla base di mere suggestioni pubblicitarie...
L'annullamento progressivo della pluralità dell'offerta (i "prodotti" sul banco sono sempre più simili fra loro...) ha finito per omogeneizzare la stessa pluralità della domanda: i lettori comuni sono sempre meno esigenti, sempre meno selettivi:
vogliono ciò che vogliono tutti; di solito si tratta di un prodotto che è già comparso sullo schermo televisivo. Spesso si acquista un romanzo solo dopo averne visto la versione televisiva o cinematografica, non più prima.
Ovvio che, in un simile panorama, produrre e promuovere un libro di qualità è sempre più difficile. Dominano i best-sellers, legati ai grandi carrozzoni della politica e dello spettacolo, sempre più spesso intrecciati l'uno con l'altro.
Questo dominio dell'ovvio e - lasciatemelo dire - del banale, è funzionale a servire gli interessi più "potenti" (il Mercato e la Politica), ed è appunto ciò che nella home page ho definito, con ironia, la Grande Informazione Ufficiale.
Nulla di particolarmente misterioso: non occorre che esista un Grande Fratello o un Grande Vecchio perché esista una dittatura dell'ovvio e del banale.
Per fortuna, esistono ancora molti editori che continuano a produrre libri di qualità, perché esiste un popolo di lettori colti e intelligenti che non si rassegna alla banalità dilagante. D'altra parte, quegli stessi editori non hanno sempre i mezzi economici per competere
coi grandi prodotti commerciali: la distribuzione del libro e la sua pubblicizzazione costano soldi che un editore non ha più o non può destinare a opere "di qualità".
I librai, a loro volta, sono per forza di cose cauti e incerti: per evitare fallimenti, essi chiedono ai distributori titoli di successo (il romanzo horror o thrilling di turno, il romanzetto rosa abbinato al film, l'inchiesta del giornalista televisivo, il saggio di un leader politico in vista...),
scansando con sospirosa sfiducia il libro raffinato o complesso. Di conseguenza, l'editore che dispone di prodotti "colti" non ha vita facile nel portarli sui banchi delle librerie.
Il libro di qualità, il libro d'autore, affronta dunque tempi difficili. Naturalmente, esistono ed esisteranno sempre editori intelligenti e coraggiosi, come anche librai straordinari, pronti a leggere di persona e a segnalare al lettore il libro di qualità...
Ne ho conosciuto più d'uno sia di editori che di librai di questo tipo. Come non bisogna trascurare l'esistenza di biblioteche pubbliche e private di qualità eccezionale, con operatori tecnici che fanno un immenso lavoro di selezione e classificazione che nessun portale WEB
è ancora in grado di fare... Nondimeno, essere vigili sull'informazione non fa mai male...
Circondato da prodotti di largo consumo, l'autore colto può giungere a sentirsi come una specie in via di estinzione. Non sa come accedere alla comunicazione (che nel suo utopico mondo dovrebbe essere un diritto...); e soprattutto - se non è un ben protetto
universitario, un giornalista d'assalto o un noto sceneggiatore - non sa come vivere del suo difficile e ispirato lavoro.
Ha senso che l'autore colto e intelligente si rifugi pubblicando su Internet? A mio avviso no, francamente no. Per due motivi. Il primo motivo è che su Internet si pubblica tutto, anzi negli anni passati c'é stata una tale frenetica corsa al presenzialismo gratuito
e al demenziale (per dare sfogo a un'ansia di libertà che pur di esprimersi non é andata troppo per il sottile...) che oggi trovare su Internet pagine davvero buone è come cercare un ago in un pagliaio. Internet è il regno dell'informazione, e come tale è uno strumento straordinario.
Ma l'informazione, per sua natura, avvicina, semplifica, rende lineare anche il difficile e il complesso. Internet rischia pertanto - se preso troppo sul serio - di confondere la pur necessaria comunicazione con la cultura, la quale è soprattutto riflessione. Usato male, Internet rischia
di amplificare il gap tra persone dotate di strumenti utili e altre ricche, anzi ricchissime, d'infinite nozioni inutili. Il secondo motivo è che l'autore è un essere umano, fatto di carne e sangue, che ha dedicato l'intera vita alla qualità delle opere, sicché egli deve poter ricavare
da ciò che crea i mezzi del proprio sostentamento. L'etica, giustamente gratuita, di Internet lo premia come informatore e diffusore, ma lo penalizza mortalmente come autore. Questi due argomenti mi impediscono di pensare che il libro possa essere efficacemente sostituito dalle pagine
del World Wide Web.
Che fare, allora, per favorire l'opera culturale di qualità? Dal mio punto di vista, Internet dovrebbe essere utilizzato come un punto di passaggio in un circuito ideale che dall'informazione e dalla comunicazione va alla riflessione per poi tornare sui sentieri della ricerca.
Personalmente uso Internet per fare ricerche sugli argomenti, i titoli, gli autori cui sono interessato da sempre o su quelli che compaiono ogni giorno nel mondo; poi, se la ricerca mi soddisfa, cerco il libro o la rivista adeguati a fornire all'oggetto del mio interesse la sua piena dignità.
A ricerca compiuta, vado dal mio libraio di fiducia, talvolta in biblioteca, o - ormai abbastanza spesso - ordino i titoli prescelti direttamente sulle librerie di Internet, che offrono centinaia di migliaia di titoli da consultare e spediscono quanto ordinato direttamente a casa.
Un'ultima riflessione. Se vi mettete a leggere sulle pagine delle librerie virtuali i commenti che i lettori lasciano in coda ai libri più noti, vi accorgerete che i commenti si incrociano, dibattono, litigano fra loro... E' curioso, ma si sta sviluppando una nuova forma di comunità.
I libri che segnalo in questa pagina li ho tutti letti di persona. La loro scelta e ogni recensione (anche se non sempre autografa), porta dunque il segno della mia ricerca e della mia sensibilità. Buona lettura.
 | HARUKI MURAKAMI A sud del confine, a ovest del sole Genere: romanzo - Editore: Feltrinelli p.216 - € 7,00 - Anno 2000
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Questo libro è nato per me sotto una buona stella. Mi è stato regalato, infatti, da una cara amica che so essere una lettrice attenta e intelligente, nonchè poetessa e scrittrice di valore. Un giorno, poco tempo fa, quest'amica viene da me, mi si mette di fronte e con un gesto che simula incertezza,
in realtà consapevole e sicuro, estrae con cura dalla borsa l'involto colorato, che io afferro con evidente curiosità. La mia amica è incerta, non sa se gradirò il regalo, e questo le disegna una sottile linea di perplessità sul volto. Ma - poichè la conosco - avverto anche la sua intima sicurezza.
Scarto il pacchetto e mostro un piacere sincero. Della donatrice ho stima, dunque so che non mi deluderà. Inoltre, ho voglia di uscire dai miei percorsi letterari più abituali. La tramatura che mi lega al Giappone letterario è fitta: va dal teatro No alla saggezza Zen, dai componimenti haiku a
scrittori moderni o semimoderni come Junichiro Tanizaki, Yasunari Kawabata, Yukio Mishima... Tuttavia, è già un po' di tempo che non la frequento e non la arricchisco di nuove tessiture. Aruki Murakami è un autore che mi mancava... Via via che vado avanti nella lettura, mi rendo conto che la mia fiducia era in effetti ben riposta.
Il libro è molto bello. Di una raffinatezza che non traspare subito, nè dallo stile volutamente semplice, quasi naif, nè dal monologo interiore, sincero fino alla nudità, del protagonista. La sua bellezza è in tutte queste cose, ma soprattutto sta nell'intreccio drammatico fra sogno e realtà, e nel gioco dinamico fra i quattro
personaggi (un uomo e tre donne) tra i quali si distribuisce l'economia della storia.
L'autore Haruki Murakami nasce a Kobe nel 1949 e si laurea a Tokyo con una tesi sul viaggio nel cinema americano. Per molti anni gestisce un jazz bar e nel 1979 vince il premio Gunzo con il suo libro d'esordio, Ascolta la canzone nel vento. Oltre a scrivere numerosi romanzi e racconti,
traduce importanti autori americani, tra i quali Fitzgerald, Irving e Carver. I suoi libri usciti in Italia sono: Sotto il segno della Pecora (Longanesi 1992), Dance Dance Dance (Einaudi 1998), L'uccello che girava le viti del mondo (Baldini & Castoldi 1999) e Tokyo Blues (Feltrinelli 1993, UE 1995).
La storia Nato la prima settimana del primo mese del primo anno della seconda metà del XX secolo, al protagonista, nonché voce narrante, viene dato il nome di Hajime, che significa "inizio". Il piccolo Hajime nasce in una normale famiglia giapponese, in una normale provincia giapponese,
con un'anomalia per lui drammatica, emblematica, a suo avviso, di un destino negativo: egli infatti è figlio unico mentre i suoi compagni appartengono perlopiù a famiglie numerose. In età ancora infantile, a dodici anni, egli fa amicizia con Shimamoto, una coetanea colpita anche lei dalla sventura d'essere figlia unica,
ma trasfigurata nella dimensione del simbolo da un'incidente più grave e vistoso: ella ha, infatti, una gamba offesa dalla poliomelite. E' l'incontro di due anime gemelle. Acuta e brillante a scuola, Shimamoto condivide visceralmente le passioni di Hajime: la lettura e la musica, che I due bambini cominciano a coltivare in
una sorta di fusione gemellare, trasfondendo l'uno nell'altra la loro malinconica intimità, morbidamente accompagnati dall'ascolto dei dischi del padre di lei. Uno di questi contiene la canzone di Nat King Kole South of the Border, West of the Sun, che oltre a dare il titolo al romanzo, costituisce un leitmotiv che si chiarirà
solo nel tristissimo finale. Il passaggio all'adolescenza, insieme a un cambiamento di casa di Hajime, separa i due "gemelli nell'anima" prima che la loro amicizia possa trasformarsi in qualcosa di più profondo e sensuale. Passano gli anni e Hajime ha una lunga storia con Izumi, una ragazza dolce e sincera, che egli tuttavia tradisce
con una cugina di lei, sessualmente più attraente. Passano altri anni e, infine, con ovvia meccanicità, Hajime sposa una donna che crede di amare e con la quale avrà due figlie. Il suocero (personaggio cinico e inserito) gli fornisce il denaro per realizzare un sogno: aprire un jazz bar. Intanto Shimamoto diviene un pallido ricordo,
un fantasma malinconico di ciò che avrebbe potuto forse essere ma non è stato. Finchè, improvvisamente, dopo più di vent'anni, elegante e bellissima, Shimamoto riappare una sera nel bar, alludendo all'infelice mistero della sua vita e a oscuri segreti che tuttavia non è disposta a rivelargli. Ammaliato e catturato dal desiderio,
Hajime è pronto a rischiare tutto per far rivivere il suo passato, per realizzare un'esistenza pura, assoluta, fatta di solo amore, una vita che ha sempre sognato ma non ha mai avuto il coraggio di concretizzare. Alla fine,
tuttavia, così come è apparso il fantasma svanisce, allucinazione di un delirio, nebbia spettrale di un mondo stregato che ha mostrato per un solo abissale istante uno scorcio della sua onirica assurdità.... Hajime torna dalla moglie, che sa tutto e lo perdona; ma la sensazione d'aver sfiorato l'abisso gli resta accanto come un
sibilo sottile, un sussurro ultraterreno, segno di una difficile, non ancora raggiunta fusione del mondo ideale con quello reale.
Il commento Romanzo bello e suggestivo, giocato su un monologo interiore semplice come la superficie del personaggio: Hajime. Hajime è un uomo di trentasette anni quando comicia a narrare in prima persona la sua storia. Ricorda la sua condizione infantile di figlio unico, cosa a quell'epoca
(in Giappone e non solo) rara e quasi vergognosa. Quando conosce Shimamoto, la bambina sua coetanea, sente di aver conosciuto un'anima gemella: anche lei è figlia unica. Ma questa spiegazione, invero apparentemente lucida, della loro anomala e infelice condizione esistenziale, non reggerà al tempo. Da adulto, Hajime potrà
considerare che le famiglie di figli unici si sono moltiplicate fino a divenire (in Giappone e non solo) maggioranza, nondimeno la sua condizione di fredda e alienata infelicità non per questo è cessata; essa anzi ha proseguito in una proiezione infinita che sembra trasformare la sua esistenza in una desertica prigione senza
carceriere. Il motivo è dunque un altro. Come risulta chiaro dalle prime pagine, Hajime è - come Shimamoto - un'introverso. Appartiene cioè a quella categoria umana (di cui parlo nella pagina di questo sito intitolata "Introversione, timidezza, solitudine") per la quale il mondo interno, saturo di fantasie e di ideali è
più importante del mondo esterno. Individui siffatti si sentono soli come asceti in un deserto, finchè non trovano un'anima gemella (un altro introverso...) nel quale riversare la ricchezza della loro personalità...
Hajime trova, dunque, in Shimamoto un'anima gemella, poi - senza rendersi conto dell'enormità del fatto - la perde, e la sua vita diviene come un appartamento che ha una stanza nuda e vuota, come un dialogo interiore misteriosamente interrotto. Un giorno, come in un'allucinazione, gli pare di rivedere Shimamoto vestita con
incredibile eleganza, ma forse invece è Izumi, l'altra misteriosa ragazza che egli ha amato per poi tradire e abbandonare senza alcun valido motivo... Hajime è un uomo che ogni volta che abbandona una donna abbandona in realtà se stesso. Segue la misteriosa figura, la perde di nuovo. Quando anni dopo Shimamoto ricompare
nel suo locale, tutto sembra possibile. Poi, in un finale allucinato, al posto di Shimamoto - che l'ha lasciato di nuovo solo con se stesso - ricompare Izumi, scompare di nuovo anche lei, si spezza l'incanto, e Hajime perde per sempre entrambe le donne e con esse l'illusione di una vita immersa nella felicità...
Tornerà alla fine dalla moglie.
L'economia del romanzo si gioca per intero ai tre poli costituiti dalle tre donne della vita di Hajime. Shimamoto rappresenta il dialogo interiore con la propria dimensione immaginaria, colma di idealità: è il rapporto speculare che il soggetto ha con se stesso. La moglie rappresenta il rapporto con
l'etica sociale, fatta di parentele (fra cui le due amatissime figlie), di lavoro e di una oggettività che il soggetto Hajime non riesce a rendere viva. In mezzo fra queste due donne, c'è Izumi, la cui visione finale segna un punto limite e una drammatica presa di coscienza. Hajime la vede dietro un finestrino di vetro,
separato da lei da un muro di silenzio, ne sfiora dietro il vetro un volto opaco, duro, morto... Izumi, dunque, è la morte: ciò che resta del reale quando sia stato svuotato dell'immaginario e - assieme - ciò che resta dell'immaginario quando sia stato escluso dal reale. Izumi segna il confine oltre il quale l'immaginario
sconnesso dall'etica sociale può spingere la soggettività. L'etica sociale subita passivamente, senza apporto soggettivo, scinde l'immaginario e lo se lo fa nemico. Il soggetto ribelle viaggia nell'immaginario fino a raggiungere il limite estremo. Laddove egli credeva vi fosse il Sud del confine (un luogo caldo e morbido)
egli trova invece l'Ovest del sole (un luogo dove si cammina senza posa, come impazziti, fino a morire). Al soggetto che scopre l'infinito negativo non resta che il ritorno nell'inerzia dell'oggettività. Rientro melanconico segnato dalla depressione e da un'unica certezza, la vocazione a generare sogni
(la musica, i romanzi...) per gli altri, se non più per se stessi. Aruki Murakami si muove entro raffinati archetipi letterari europei: segnalo fra tutti lo splendido e ineguagliato Doppio sogno di Schnitzler. Più indietro è possibile intravedere la Madame Bovary di Flaubert, col contrasto che anima
la vita della protagonista fra un'illusione a buon mercato e la realtà oppostunistica in cui vive. L'archetipo massimo, tuttavia, è ancora L'Odissea. Ulisse e Circe: la maga dell'immaginario negativo che cerca di sedurre gli eroi persi nell'infinito per assoggettarli a sè. Ulisse e il canto delle sirene,
che ammaliano i marinai per consegnarli alla morte. La differenza tra l'eroe che fonda la nostra letteratura classica e gli antieroi moderni salta subito agli occhi: l'eroe greco sa tutto dell'immaginario e dei suoi rischi, ne conosce ogni abisso, ogni seduzione, ogni trabocchetto, mentre il moderno antieroe,
dominato dalla realtà, ha perso ogni controllo sulla sua algida e maliconica fantasia.
Questo libro può essere acquistato in una qualunque
libreria o 
 | BARBARA DUDEN Il corpo della donna come luogo pubblico
Genere: saggio sociologico - Editore: Bollati Boringhieri p.136 - € 12,00 - Anno 1994 (Recensione scritta da P. Di Cori, tratta da L'Indice, 1995, n. 4)
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Il libro di Barbara Duden appartiene a un genere che non è semplice individuare a prima vista. Non propriamente un saggio di storia della medicina, e neanche di etica, per quanto tratti di entrambi questi argomenti; troppo discorsivo per essere considerato un vero e proprio saggio di ricerca, anche se va
decisamente collocato entro la produzione recente di storia del corpo femminile, esso costituisce piuttosto un esempio originale di combinazione di ragionamento scientifico e autobiografia intellettuale. Si sente circolare tra le pagine del libro un'aria quasi luterana, da corale di Bach, che non a caso è contemporaneo del
periodo di cui Duden è una specialista, avendo pubblicato di recente una monografia sulla storia sociale della medicina delle donne nella Germania del Settecento. L'autrice cerca di ricostruire la maniera in cui, a partire dal secolo scorso la parte interna del corpo femminile è stata progressivamente resa pubblica, visibilizzata,
rappresentata, "sia dal punto di vista medico sia da quello poliziesco e giuridico, mentre parallelamente viene intrapresa la privatizzazione del suo esterno", vale a dire il suo ruolo sociale. Per fare questo Duden ripercorre in tre capitoli (il primo dedicato al corpo, il secondo al feto, mentre l'ultimo, molto breve, è sulla vita)
come sia avvenuto il processo di progressiva visualizzazione dell'interno del corpo femminile e come si sia andata perdendo la tradizione cinestetica, vale a dire quella relativa alla percezione del proprio corpo interno. Nel secondo capitolo, il più consistente, si tenta di fare una vera e propria storia del feto, e si ripercorre
l'arco temporale che porta dalle immagini medievali o anche più antiche di un piccolo umano completamente formato che vive nel grembo materno, fino a giungere all'attuale macchia dell'ecografia, quel vago contorno dello zigote che per il cardinale Ratzinger è già una "persona", e per altri è di fatto "vita" fin dal primo apparire.
Le ultime pagine sono appunto dedicate a discutere l'inganno che circonda il termine "vita" stabilendo le differenze storiche tra le concezioni passate e quelle attuali. Intorno a questo nucleo fondamentale - la costruzione di un modo di vedere qualcosa che si concepisce come "vita" - Duden si sforza di organizzare le proprie
argomentazioni, sistemandole lungo direttrici che non coincidono con quelle apparentemente molto urgenti ma anche molto statiche della polemica quotidiana tra abortisti e antiabortisti. Il libro si colloca in realtà all'incrocio di alcune specifiche tradizioni intellettuali o, per meglio dire, le rivisita e riattraversa agilmente:
da quella relativamente recente suggerita dall'antropologia di Marcel Mauss nel 1938 e ripresa da Mary Douglas negli anni sessanta, alla prospettiva aperta da Foucault nel decennio successivo, alla quale Duden si richiama esplicitamente fin dall'inizio, per quanto il libro non abbia un impianto foucaultiano. I referenti principali
sono però soprattutto gli studi femministi sulla storia della gravidanza e del parto - penso ai saggi di Carol Smith-Rosenberg sulla costruzione della donna isterica negli Stati Uniti dell'Ottocento, e a quelli di studiose come Ludmilla Jordanova sulla cultura medica del Settecento e sul rapporto tra identità sociale delle donne e
rappresentazione visiva della loro anatomia, o di Londa Schiebinger sulla storia degli scheletri. L'altro filone importante al quale la riflessione di Barbara Duden va ricondotta è naturalmente quello del dibattito filosofico femminista. Circa vent'anni fa, Luce Irigaray ha scritto un bellissimo saggio, raccolto in Questo sesso
che non è un sesso, relativo all'economia scopica dominante tipica del regime fallocratico, alla quale contrapponeva invece la femminilità del tatto. E anche Duden vuole ricostruire "l'esperienza tattile" e "un passato tattile" delle donne. Almeno due conseguenze importanti derivano da questa proposta così particolare sulla
storia del corpo femminile. Da un lato, essa consente di riprendere, incentrandolo sul corpo, il dibattito sulla differenza sessuale e sulla ormai abusatissima categoria di "genere", e di liberarlo dalle stantie considerazioni accademiche che l'hanno appesantita. Dall'altro lato, questo libro ci dice che è ormai tempo di costruire
un nuovo tipo di spazio pubblico di discussione nel quale gli/le intellettuali si collochino ad una giusta distanza tra il clamore della politica, e le rigidità asfissianti dell'accademia; tra il silenzio delle case, delle biblioteche e della scrittura solitaria, e le meschinità della carriera. Si tratta di un obiettivo difficile
da raggiungere che, oltre a una profonda consapevolezza dei propri limiti, richiede uno spostamento preciso: abbandonare l'idea che occorra assumere sempre una posizione precisa, schierarsi pro o contro qualcosa, che sia possibile trovare subito uno schema esplicativo entro cui sistemare definitivamente una realtà o un problema
(pensiamo agli sterili dibattiti tra intellettuali che hanno seguito i risultati delle elezioni di marzo, o quello ben poco stimolante a proposito delle cosiddette donne di destra al governo). Duden sostiene che dobbiamo lasciarci alle spalle alcune vecchie idee con le quali avevamo convissuto pacificamente per tanti anni,
e considerare che forse tante domande alle quali fino a poco tempo fa presumevamo di poter rispondere e che avevamo già "sistemato" in qualche quadro concettuale definitivo, presentano aspetti inconsueti, che forse non conosciamo affatto. Il libro di Barbara Duden è un esempio felice di questo tipo di operazione, che è decisamente
politica, oltreché intellettuale: un invito da accogliere senza riserve.
Questo libro può essere acquistato in una qualunque
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 | NICCOLO' AMMANITI Io non ho paura
Genere: romanzo - Editore: Einaudi p.219 - € 9,00 - Anno 2001
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La storia Nel silenzio di una campagna meridionale, in un'estate caldissima, un gruppo di bambini gioca in mezzo ai campi di grano. Uno di loro, Michele, di nove anni, scopre l'esistenza del "male", un male terribilmente reale, col volto dell'incubo più brutto che un bambino possa immaginare.
Un bambino suo coetaneo, Filippo, ridotto a larva sporca e denutrita, quasi impazzito per lo shock, è stato rapito e imprigionato in una fetida fossa. L'autore del crimine rivela ben presto le fattezze dello stesso padre di Michele, il quale progetterà coi suoi compari l'assassinio del bambino, allorchè si sentirà braccato dalle indagini.
La mostruosità del crimine si sposa ai volti e ai gesti consueti e familiari di una banda di amorali, fino a dar luogo a quella "banalità del male" in cui Hannah Arendt racchiudeva il giudizio sui campi di concentramento nazisti. Dopo Ti prendo e ti porto via, Niccolò Ammaniti con questo romanzo dà la cifra della sua narrativa:
una storia angosciosa dal ritmo serrato, un congegno ad orologeria caricato dalla paura. Michele Amitrano, nove anni, si trova di colpo a fare i conti con un segreto grande e terribile, tanto da non poterlo nemmeno raccontare. E per affrontarlo dovrà trovare la forza nelle sue fantasie di bambino, mentre il lettore assiste a una doppia
storia: quella vista con gli occhi di Michele e quella, orribile, che coinvolge i grandi di Acqua Traverse, misera frazione dispersa tra i campi di grano. Il risultato è un racconto di rara immediatezza narrativa, dove si respirano atmosfere che vanno da Clive Barker allo Stephen King di Stand by me.
La storia è ambientata nell'estate torrida del 1978 nella campagna di un Sud dell'ltalia non identificato, ma evocato con pochi e abili tratti di pennello. In questo limpido paesaggio, Ammaniti alterna il dramma e la commedia, il mondo dei bambini (la loro tenacia, la forza dell'amicizia e l'abiezione del tradimento) e un grottesco
campionario di adulti. Romanzo della rivelazione dell'età adulta, Io non ho paura descrive l'addio struggente all'età dell'innocenza e il passaggio all'amara consapevolezza del dolore.
Il commento
Come l'autore ha ammesso in varie interviste, questo romanzo nacque come sceneggiatura, con l'idea di ricavarne un film. Messolo da parte, dopo il successo di Ti prendo e ti porto via, Ammaniti lo riprese per trasformarlo in un romanzo, e fece bene. Si tratta infatti di un bel romanzo. Scritto in una prosa semplice e impressionistica
(e non è il suo pregio minore in una cultura, come quella italiana, patria del bellettrismo, come lo definisce, nel suo spirito caustico, il critico Renato Barilli, cioè di una letteratura che sostituisce l'efficacia narrativa col bello stile), Ammaniti fa i conti anche con una tipica retorica patria, quella del romanzo sociale.
Con Io non ho paura scrive infatti una storia che non ha nulla a che fare - nonostante il tema duro e sconsolato - col "realismo sociale" che ha tormentato per decenni l'ideologia letteraria italiana, oscillante fra la fatuità delle belle parole e la retorica dell'appartenenza politica. Ma per fare tombola, si rifiuta anche di scrivere
un giallo (un thriller) secondo la nuova moda letteraria in voga in Italia da oltre un decennio. Il giallo è un rituale narrativo che necessita, nel suo finale, di uno svelamento "illuminista", che riconcili il lettore se non coi personaggi almeno con la ragione pensante dell'autore. Con Io non ho paura Ammaniti ha fatto altro: ha scritto
una perfetta storia noir, una favola nera come l'anima del mondo che descrive. Il noir, nella sua essenza, è un salto nel vuoto senza ritorno: esso fa saltare d'un tratto tutte le categorie morali del lettore, spingendolo senza pietà in un abisso di incertezza e di precarietà. Per rivelargli infine, come ho già detto, la banalità del male,
la certezza gnostica che il mondo appartiene da sempre all'indicibile. Con sicuro istinto di scrittore, Ammaniti non mistifica sul fondamentale cinismo della realtà: siamo tutti collusi col male, ci dice, quanto meno perchè siamo disposti a perdonarlo, quindi a condividerlo con chi lo fa.
Archetipi letterari, innanzitutto le irraggiungibili storie di Dickens, di cui, dopo di lui, più nessun letterato potrà imitare l'innocenza dello sguardo, perchè l'innocenza non si imita e innocenti lo si può essere una sola volta. Infine, la raffinatezza matura di Salinger o di Landsdale e l'intelligente entertainment di Barker e di King.
Post Scriptum Dopo aver letto il romanzo ho voluto vedere il film che Gabriele Salvatores ha tratto da esso. Tra i due - purtroppo per Salvatores - c'è la differenza di un Oscar, il quale evidentemente dà al malaccorto vincitore l'illusione di potersi vendere a migliori offerenti. Mentre Ammaniti non transige sulla
fermezza dello sguardo, che non salva alcuno dei suoi personaggi, se non le vittime (peraltro troppo poco conosciute per potervi scorgere difetti), Salvatores sforna un tipico prodotto da retorica accademica e fa un film da realismo sociologico. I cattivi non sono veramente tali, dice facendo l'occhiolino al suo pubblico. Non sappiamo forse tutti
(non per esperienza diretta, ma per pura ovvietà retorica) che il Sud è tanto povero e tanto bisognoso di lavoro? Non sappiamo forse tutti che il cattivissimo capitalismo costringe la brava gente a rapire e uccidere i bambini?
Se avete letto il libro, il film vi svelerà per filo e per segno le dinamiche della consacrazione dell'intellettuale alla falsità programmatica del potere.
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