LETTI PER VOI 3

Guy De Maupassant TUTTE LE NOVELLE E I RACCONTI Ed. Newton & Compton, anno 2005
Ciò che stupisce in Guy de Maupassant
è l’assoluta identità di scena che contrassegna le sue opere dall’inizio alla
fine della sua carriera. E’ pur vero che il suo percorso artistico fu breve
come una cometa (come egli stesso ebbe a dire): si definì
tutto nel decennio 1880-1890, fra i suoi trenta e quarant’anni,
prima che la malattia mentale da sifilide lo ottenebrasse e lo uccidesse il 6
luglio del 92, a soli 43 anni.
Nondimeno, la sua visione, nell’arco di questi dieci
vulcanici anni (durante i quali egli scrisse trecento racconti, sette romanzi e
tre libri di viaggi), resta perfettamente unitaria sia nelle scene che nello
stile. Stile «fotografico» per brevi scene che ritraggono una
umanità «qualunque», scelte quasi a caso, in modo sparso e frammentario,
in differenti ambienti; eppure tali da rappresentare l’intero.
Lo sguardo di Maupassant, infatti, è dotato di una
visione unitaria del mondo che definirei «cinica», nella quale si dà per
scontata la sostanziale uniformità morale di una moltitudine di personaggi
nelle diverse classi sociali.
Infatti, per paradossale che possa sembrare, l’unità poetica di Maupassant deriva proprio dal fatto di privilegiare
l’immediatezza frammentaria dell’occhio rispetto alla necessità ordinatrice del
pensiero, da cui rifugge per irritazione e per indifferenza.
Maupassant ha un modo tutto suo di guardare. Il suo
sguardo sulle cose è a tal punto analitico (in grado di spiare nei particolari
più intimi la vita sociale dell’epoca), che quanto più esso indaga in
profondità, tanto più il campo della visione si allarga svelando che ogni
singola realtà indagata non era altro che un filo o un nodo di un unico,
immenso tessuto.
Alla fine, questo sguardo in apparenza così frammentario mostra in un sol colpo
d’occhio qual era la sua intuizione di partenza: nei «Racconti» la vita sociale
degli esseri umani è rivelata nella sua essenza elementare: l’umanità - dice Maupassant - non è altro che vita animale. E’ come
se in queste pagine la vita animale degli esseri umani - la loro miseria
morale, il loro reciproco cinismo - si mostrasse senza pudori, con la stessa
evidenza dei comportamenti istintivi degli animali; senza mediazioni di ordine ideologico e morale.
Lo sguardo dello scrittore è pertanto, ovunque, fermo e impietoso; osserva
tutto senza mai dar l’impressione di voler giudicare, di voler
esprimere un qualunque concetto morale. Ma in realtà, quello sguardo suppone e
pensa una sola, singola, ossessiva idea di fondo, non
solo unitaria ma anche morale: che gli esseri umani, al fondo del loro
edonismo, soggiacciono a istinti puramente egoistici, privi di reciproca
sensibilità, come animali infelici condannati dalla loro stessa ottusa, infinita
ricerca di piacere.
Il senso intrinseco dell’opera di Maupassant può
dunque riassumersi in questo pessimismo assoluto, di tipo nichilista
(nonostante la brillantezza delle pagine e la bellezza pittorica delle scene)?
No, direi proprio di no.
Perché, se la si legge con attenzione, letta con attenzione l’opera dello
scrittore francese rivela ciò che intendeva occultare: che la sensibilità umana
dell’autore si è in realtà rifugiata per intero dietro la superficie del
narrato: nello sguardo stesso dello scrittore, che nelle intenzioni si vuole
freddo e spietato, riscattato soltanto da un certo umorismo, ma che nella
realtà si rivela insidiato e direi tormentato dal sentimento della compassione,
dall’atteggiamento etico della pietas.
E sta proprio in questo la profonda differenza di Maupassant dagli scrittori francesi del settecento, cui
pure si è ispirato: Sade e Laclos
in cima a tutti. Di Sade rifiuta la meccanica
freddezza fotografica; di Laclos l’aristocratico
cinismo.
Alla fine, a questo splendido scrittore che ci ha regalato con la sua arte la
pulizia della visione filmica prima dell’esistenza dei film, si può un solo
piccolo difetto: il non aver voluto (o potuto, nel breve arco della sua vita)
comprendere che l’essenza umana non la si trova nella
violazione sistematica delle regole morali, nella loro trasgressione, quanto
piuttosto nella facoltà di appropriarsene interamente per dare direzione e
fondamento alla bellezza.
Ricordo che Guy de Maupassant fu uno dei miei autori preferiti durante la mia
prima adolescenza. Lessi i suoi «Racconti» e un paio
di romanzi prima dei diciassette anni - assieme ai romanzi di Steinbeck e ai «49 racconti» di Hemingway.
E in contemporanea coi lucidi romanzi di Zola, cui
somiglia tanto, pur superandolo sul piano dell’ispirazione poetica. Di sicuro questa scelta si sposava alla perfezione con la
passione che ho sempre avuto per la pittura e per il cinema. L’immagine e il
suo movimento. La compassione, dietro la freddezza analitica
dello sguardo.
In sintesi, dunque: Guy de Maupassant
è uno scrittore per stomaci forti, per chi vuol vedere tutto e fino in fondo,
vedere la verità, senza andare ansiosamente alla ricerca di una consolazione
sentimentale a basso costo.
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Giuseppe Aloe NON PENSARE ALL’UOMO NERO... DORMI
Ed. Giulio Perrone, anno 2005
L’orrore, nel mondo contemporaneo, sembra aver raggiunto il suo punto di
massima, dolorosa luminosità nel luogo fisico e metaforico del campo di
concentramento. Nella reclusione di massa, l’uomo si è visto trasformato in cosa
umana. In quanto cosa è divenuto oggetto enumerabile privo di alcuna sacralità; in quanto umano è degradato al
livello di un’entità anonima scissa alla radice da qualunque storia, sia
personale che collettiva. Nel suo portare al parossismo il concetto di istituzione totale, il campo di concentramento ha
contribuito a svelare uno degli aspetti più inquietanti dell’epoca moderna: la
sua preoccupazione di creare una massa sociale mediante la spoliazione
degli esseri umani delle loro caratteristiche distintive.
Di questo passaggio se ne avverte in letteratura la
piena e agghiacciata consapevolezza soprattutto in scrittori ebrei, dapprima in
Kafka, poi, più tardi, in Imre
Kertész, nelle spettrali descrizioni della detenzione
nei campi di sterminio tedeschi. Dalla metà dell’ottocento,
numeri sono i soldati che servono alla patria per formarsi come nazione;
numeri sono i malati negli ospedali, i corpi negli obitori; il numero domina
nelle attività di censimento, amministrazione, cura, reclusione. L’uomo,
ridotto al suo essere passivo, è un oggetto e un numero, che stupisce di
riconoscere ancora allo specchio un simulacro di umanità.
L’arte sfiora in vari momenti questa grande strategia biopolitica
e ne avverte appieno l’orrore. Nell’arte pittorica del
ritratto, il volto perde i suoi caratteri distintivi e agonizza in forme
abortive (come in Ensor o Bacon), o smarrisce in un
liquido nulla la sua connotazione (in modo ironico, come in Magritte,
o addolorato, come in Hopper). La pagina scritta
scopre il sentimento dell’assurdo (in Kafka),
contempla con rabbia cinica e impotente l’avanzare della putrefazione (in Celine), dota di un’anima effimera la spazzatura in cui
l’uomo s’è ridotto (in Beckett) o si compiace
dell’orrore in algide forme di sadismo dissolutorio
(come nel noir).
Il libro di Giuseppe Aloe Non pensare all’uomo nero... dormi
è figlio di questa atmosfera. I personaggi dei sette racconti assistono con una
sorta di cinica compiacenza alla rivelazione della loro sub-umanità, del loro
essere qualcosa di meno che persone, della loro impotenza a detenere una
ragione, una storia, degli affetti che li facciano
ancora sentire umani.
L’«anziano signore» (il personaggio del primo racconto, che non ha nome né
storia, salvo il cenno ad una moglie morta da poco per malattia) è un vecchio
immerso nella percezione del suo corpo inabile, il cui unico interesse è spiare
quanto avviene nel parco antistante il suo appartamento. Un giorno, perso nelle
sue esplorazioni visive, vi scorge una presenza assurda, sfuggente e
inesplicabile: una iena. Ne è turbato, la studia,
finché quella non scompare. In breve, seguendo lo stile tortuoso, analitico e
paradossale di Aloe, giungiamo a intuire che la iena è
forse una visione nella quale il vecchio riconosce se stesso. Sopraggiunge allora un terribile ricordo: egli ha acconsentito alla
dissezione anatomica del corpo della moglie allo scopo di assistervi: la pagina
indulge nella descrizione raccapricciante del bisturi che apre i tessuti, della
sega che dischiude il cranio della morta spargendone ovunque la polvere d’ossa.
Quell’uomo, dunque, è egli stesso una iena che si
nutre della morte: quella della moglie, elemento residuale del suo passato, e
quella propria, la cui attesa sembra interminabile. Turbato, forse offeso dalla
sconcertante rivelazione d’essere in fondo lui stesso una iena, l’uomo ritrova
in casa una vecchia pistola, ma non la usa per suicidarsi (come forse sarebbe
ancora umano), bensì per andare a caccia della sua visione - dell’animale
che si nutre di cadaveri - allo scopo di ucciderla. Essa però, come è proprio di ogni follia, resta inafferrabile, sicché
l’uomo non potrà liberarsene.
Storia, questa, emblematica dell’intera raccolta,
nella quale contano non tanto gli eventi descritti quanto il mistero di fondo:
cosa l’uomo abbia fatto a se stesso. Elemento chiave, la donna ridotta a
cadavere massacrato è la cifra dell’automutilazione, della fredda, mortuaria
staticità in cui il soggetto narrante s’è rinchiuso. E allo stesso tempo è
l’anima della stessa scrittura, ridotta a notazione descrittiva di situazioni
assurde e di inesplicabili stati d’animo: una
scrittura ridotta a spettro di una realtà disanimata.
Analogo riscontro lo si ha allorché la donna, in un
successivo racconto, è una vecchia passione che il soggetto narrante, uno
scrittore (alter ego di Aloe), ritrova in manicomio. Egli stesso la fece
impazzire anni prima, tormentandola con un falso amore, in realtà sfruttandola
e abusandola per la sua bellezza. E di nuovo, anche
in questo racconto, la scrittura descrive gli atti di una fantasia interdetta,
che non riesce a esplodere né nella direzione della
fantasmagoria poetica del mito né in quella romanzesca della storia psicologica
o sociale. Immobilizzata, prigioniera di se stessa, la fantasia non può altro
che ammutolirsi e impazzire: ma di una follia tutta esteriore, priva di
visioni, di eccessi, di passioni; di una ben misera
follia, ridotta a mutismo idiota.
Appena fuori di questa gelida atmosfera d’annientamento, Aloe costruisce due
piccoli gioielli letterari: i racconti intitolati Un
racconto atequenfim e Planimetria. In
questi si allude a qualcosa di irriducibile all’ordine
geometrico della ragione: un operaio (uno spalatore di letame) il cui unico
scopo nella vita è l’oblio del riposo; e una stanza che, come dotata di
un’inafferrabile esistenza demonica, risulta immisurabile
a un povero geometra che dall’impossibile lavoro di misurazione è ridotto alla
pazzia. Prigioniero dell’ordine geometrico di una ragione astratta, l’essere
umano può dunque venire a contatto con un nemico ancor più temibile: una
fantasia che pare oblio ed è invece un demone derisorio, il contatto con la quale annienta la fragile identità individuale.
Quello che è perso non lo ritrovi più, sembra dire Aloe soprattutto
nell’ultimo racconto, nel quale un uomo, deciso a morire ma
incapace di suicidarsi, si consegna a un serial killer cannibale dalle grigie
abitudini di travet. Questi, senza ucciderlo, lo lascerà
murato vivo nel suo dolore, ma azzannato e mangiato qua e là nella parte
sinistra del corpo! Metà di te, dunque, la tua metà
migliore, quella del cuore, è andata persa, annientata nell’orrendo, cannibalico buco nero del grigiume
quotidiano dell’uomo massa: questo vuol dirci Aloe. Ma
dov’è scomparsa, da dove tornerà in vita questa nostra umanissima metà perduta?
Aloe non riesce a darci una risposta.
Bello di sarcastica disperazione, il libro di Giuseppe Aloe brucia l’impegno
letterario nell’ostentazione compiaciuta di un universo eroso nei suoi significati,
la cui follia, silenziosa e atona, si rifiuta di elevare la parodia alla
dimensione della tragedia.
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