LA PSICOTERAPIA DIALETTICA A FIRENZE
a cura del dott. ROBERTO MANETTI
Sono nato a Firenze nel 1969, dove tuttora vivo. Nel 1988 ho conseguito la Maturità Classica.
Mi sono laureato nel 1993, presso la Facoltà di Psicologia (indirizzo di Psicologia Clinica e di Comunità) dell’Università degli Studi di Padova, dove ho conseguito anche l’abilitazione alla professione di Psicologo. Dal 1999 sono iscritto all’Albo degli Psicologi della Regione Toscana.
In questi anni, accanto all’attività terapeutica privata, ho portato avanti vari progetti e percorsi, interventi di sensibilizzazione e prevenzione in ambito scolastico, progetti di prevenzione e formazione in vari campi e contesti.
Di alcuni anni fa il mio incontro professionale con il dott. Ghezzani e la Psicoterapia Dialettica.
Gli assunti teorici e le linee di intervento cui si rifà tale impostazione (il materiale reperibile in rete, ma anche e soprattutto i contenuti delle sue numerose pubblicazioni) hanno contribuito non poco all’arricchimento della mia formazione professionale e personale.
In particolare, rispetto ai disturbi legati all’ansia e al DAP (il “Disturbo da Attacchi di Panico”), “Uscire dal panico” (2000) e “La logica dell’ansia” (2008), si pongono, a mio modesto parere, come traccia chiara ed esauriente, per chiunque voglia confrontarsi con queste problematiche, che confluiscono in sindromi psicopatologiche ormai in crescita esponenziale.
L’approccio psicodialettico, con la nozione di sensibilità, contribuisce a restituire dignità alle forme della psicopatologia e apre scenari tutti da scoprire, potenzialmente rivoluzionari.
Come si legge nella presentazione a “Uscire dal panico” , per restare al caso dei disturbi d’ansia:
“Sindrome dell’inquietudine, divisa fra una spasmodica ‘fame di vivere’ e il bisogno patologico di restrizione e di controllo, il DAP è il segno di un’intima scissione della coscienza contemporanea. (…) Sovente appiattito o persino devastato, se affrontato unicamente con gli strumenti classificatori e contenitivi della psichiatria biologica, esso è altresì gravemente frainteso dalla psicoanalisi ortodossa.
Il libro di Ghezzani – basato su una nuova metodologia clinica, la psicopatologia dialettica – restituisce alla sindrome il suo intimo significato di ‘malattia della libertà’, malattia che è al cuore di una società e di un mondo che sembrano offrire infinite chiavi per ‘essere liberi’, ma nessuna ‘istruzione per l’uso’.”
I concetti di bisogno di appartenenza e bisogno di individuazione, con la doppia via che rappresentano, vanno alla radice del conflitto sottostante ad ogni configurazione psicopatologica:
“Il dubbio è quanto nel nostro pensiero si esprime in un ‘due’, in una duplicità, una scissione, una dissociazione: quindi in una potenziale ‘doppia identità’. Di solito si evita di affrontare il dubbio strutturato all’interno dell’identità perché esso mette in luce le polarità in conflitto, le quali entrambe, nei loro punti estremi, generano angoscia morale e sviluppi sintomatici. Inoltre, l’idea che risolvere il dubbio possa implicare il sacrificio di una delle due parti in conflitto [il sostegno-riconoscimento del proprio gruppo di appartenenza o l’intimo anelito ad una vita piena, autonoma e libera ] provoca un’angoscia di minorazione non meno paralizzante. In realtà, la risoluzione del dubbio strutturale non amputa mai la ricchezza dei fenomeni (…) ma si limita a trasporlo ad un livello di integrazione e di composizione più complesso, dunque culturalmente, socialmente, umanamente più ricco.”
Nella mia esperienza terapeutica ho potuto riscontrare ampiamente le potenzialità dell’approccio psicodialettico, sia come strumento di cura che di conoscenza di sé. Le pagine che seguono, centrate su un caso clinico affrontato in questi anni, intendono mostrare specificamente tali potenzialità.
Un caso clinico
Secondo la Psicoterapia Dialettica, l’attacco di panico, per quanto apparentemente organico, ha una spiegazione psicologica: esso subentra nell’orizzonte mentale di un individuo, nel momento in cui egli intuisce o sospetta dentro di sé impulsi psichici incontrollabili, tesi a dissolvere l’ordine nel quale egli vive.
L’attacco di panico sopraggiunge come “campanello di allarme” per le possibili conseguenze di impulsi ed atti incontrollati.
Ovviamente la spiegazione psicologica delle cause del disturbo non è mai immediata: di solito occorre scoprirla, ricostruendola pazientemente in ciascun soggetto, in una specie di movimento a spirale che, a poco a poco, scende in profondità.
Rita ha 36 anni, è sposata e ha due figli: una bambina di 9 anni e un bambino di 5. Al primo colloquio riferisce una sintomatologia ansiosa di tipo agorafobico, di cui soffre da tempo.
Si è trasferita da qualche anno in una cittadina della Toscana. La famiglia di origine (padre, madre, un fratello) vive tuttora in una città del Sud.
“Soffro di attacchi di panico da una vita... avevo solo vent’anni... ‘Devi imparare a conviverci’ - mi dicono... ma io non ce la faccio più a combattere questo mostro che è in me... Ci sono momenti in cui non riesco a uscire di casa... Altre volte ho voglia di scappare... Mi devo riprendere la mia vita... Ho come una doppia personalità... Ho tutto ma mi manca tutto...”
“Non posso andare da sola al supermercato, o in banca... penso: ‘E se mi succede qualcosa?’ A volte mi prende l’agitazione… a volte non riesco a muovermi... mi devo buttare sul letto, mi irrigidisco, divento come un palo, le gambe mi si bloccano, divento tutta contratta... Anni fa andavo da un chinesiologo... Entravo, mi mettevo in posizione fetale e allora, piano piano...”
“I miei non c’erano mai... lavoravano dalle sette di mattina alle undici di sera... Avevo sette o otto anni, restavo a guardare la televisione e aspettavo... Quando rientravano, allora mi addormentavo... Ora li sento più vicini, ma sono giù… Dicono: ‘Ora che potremmo stare insieme, sei via...’ Magari ora hanno anche bisogno di me… Io ora do questo aspetto di essere sicura… do sicurezza agli altri, però per me stessa sono una mollica...”
Nel corso dei colloqui, emergono vissuti di mancanza di fiducia da parte dei genitori, mancanza di attenzione alla propria sensibilità e complessità, legati a momenti passati.
“A scuola ero brava ma, anche quando portavo sette, ai miei non bastava... Ora mi sembra di dover cercare sempre l’approvazione degli altri... Se avessi finito l’università forse avrei potuto dimostrare... Mi sarebbe piaciuto fare il D.A.M.S. di Bologna, ma i miei non avrebbero mai accettato di mandarmi così lontano...”
“Io sto bene in mezzo alla gente, ma non ho fiducia in me stessa: mi sono state tagliate le gambe... Ho iniziato l’università, poi ho lasciato per prendermi cura della famiglia... mi sono sempre sentita insoddisfatta... lo stare in casa per me, fare le faccende domestiche... mi piace stare con la gente, stare al centro dell’attenzione...”
“Preso in se stesso, il panico é un segnale di allarme, il cui fine é produrre nella personalità una pressione incoercibile a rompere, a inter-rompere, un processo che va nella direzione di un conflitto di motivazioni, quindi verso uno squilibrio emotivo” (Ghezzani, Uscire dal panico, 2000).
“A volte sei in una situazione in cui ti senti di essere troppo accondiscendente, di fare sempre quello che dicono gli altri…”
“Con una parte di sé l’individuo è prigioniero del sistema, con un’altra egli contempla la possibilità della trasgressione. E’ in questa dissociazione che nasce e fermenta la crisi; una crisi che può “restare disagio”, frenare, limitare, o diventare opportunità di crescita e cura di sé” (Ghezzani, ibid.).
“Perché, anche se ora capisco come stavano le cose, sto male? Secondo me c’è stato qualcosa che mi ha ferito nel profondo, oppure forse sono io che non sono normale...”
Secondo l’assunto psicodialettico, il sintomo ha sempre un significato specifico e il disagio psicopatologico “costituisce una risposta confusa e contraddittoria, ma del tutto pertinente, ad un ambiente sociale interiorizzato che ha prodotto prevaricazione e abuso dell’identità” (Ghezzani, ibid.).
“Sono sempre stata frenata in tutto… ho sempre dovuto fare le cose che è giusto fare…”
“Se, in uno stesso contesto, alcuni si ammalano e altri no, ciò dipenderebbe dalla diversa distribuzione del carattere genetico della sensibilità, intesa come disposizione a sentire in profondità il benessere altrui come esigenza necessaria e, nello stesso tempo e con la stessa intensità, angoscia per i propri bisogni misconosciuti e negati” (Ghezzani, ibid.).
“Forse non c’entra nulla ma... a volte vorrei capire le mie origini... Ero considerata una cattiva ragazza... Venivo sempre sottovalutata... Io sono diversa da come mi vedono...”
“E’ per questo che alcuni individui giungerebbero a sentire come conflitto l’evolversi dei bisogni di appartenenza e di individuazione, la necessità di appartenere a un contesto (familiare, sociale, culturale) e la spinta all’autonomia e alla realizzazione personale” (Ghezzani, ibid.).
Con alcuni stralci di sedute cercherò, per quanto possibile, di “raccontare” il percorso terapeutico di Rita, in modo da evidenziare meglio tale conflitto e i passaggi del suo superamento, alla luce degli assunti della psicoterapia dialettica. Tale percorso, articolatosi in sedute settimanali (quindicinali nell’ultima fase), si è protratto per circa nove mesi, per un totale di ventisei sedute.
Nota: negli stralci riportati gli interventi del terapeuta sono preceduti dal simbolo →
Settima seduta
Rita: “Da domenica, malissimo... Ho litigato con mio marito... C’era da andare a prendere i miei alla stazione e io gli ho chiesto: ‘Vieni anche tu?’ Era stato malato… ma forse, che ne so, forse si è sentito messo da parte… Così sono volate parole grosse… A me poi non va di mostrarsi agli altri così… mi dà fastidio chiarire davanti agli altri e lui diceva:
‘E che devo fare la faccia bella se sono arrabbiato?’ Secondo me però c’era qualcos’altro…
Per me è una crisi di gelosia, anche se lui non lo ammetterebbe mai…
Forse gli dà noia il fatto che vengo alle sedute… Difatti mi diceva: ‘Da quando vai dallo psicologo non ti riconosco più... Allora gli ho detto: ‘Io vado dallo psicologo perché sto male... Anzi, sai cosa? Ti auguro di provare quello che provo io…’ Ora che ci penso… giorni fa mi aveva rimproverato il fatto che non parlavo mai dei colloqui... Io gli avevo risposto: ‘E perché non me lo chiedi tu?’”
→ evidenzia come lo spazio-tempo della seduta possa essere percepito, da fuori, come un momento “nero”, in cui si muovono fantasmi, cose sconosciute… Un vuoto che ciascuno cerca di riempire come può, ma che ha bisogno di essere “illuminato” e, per quanto possibile, “spiegato”…
→ sottolinea come, grazie al percorso fatto, a poco a poco, possano verificarsi dei cambiamenti, che gli altri possono rilevare o, più ancora, “sentire” e, di conseguenza “segnalarcelo” o, in certi casi, “rinfacciarcelo”…
Rita: “Ma io sono sempre la stessa…”
→ evidenzia come, in realtà, alcuni piccoli cambiamenti potrebbero/dovrebbero avvenire, e anzi, in base a d alcuni episodi quotidiani riportati, sembra proprio che avvengano... (episodio del bambino da accompagnare dal dentista): in certi casi, gli altri sono in grado di “adeguarsi” a tali piccoli cambiamenti e “seguirci”, in altri momenti invece, per i motivi più diversi, possono percepire questi movimenti evolutivi come inaspettati, strani, o addirittura pericolosi, e di conseguenza reagire in modo scomposto…
In questo caso (ad esempio per il marito), passare da una condizione in cui l’altro ci chiede appoggio e ci fa sentire così indispensabili e influenti, a una situazione in cui l’altro si muove verso una nuova autonomia e indipendenza, può comportare aggiustamenti di relazione non facili da gestire, rimettere in discussione ruoli e atteggiamenti ormai acquisiti, che possono avere assunto anche valenze di compensazione…
→ sottolinea come sia importante cercare di coinvolgere il marito nel suo percorso di “crescita”, magari valorizzando eventuali osservazioni rispetto a piccoli cambiamenti osservati o “sentiti”, piuttosto che arroccarsi su posizioni difensive e vaghe…
→ evidenzia come non si tratti tanto di decidere chi deve risolvere il problema ma come fare a trovare il modo migliore per valorizzare al meglio i diversi sforzi verso il cambiamento…
→ rileva come possa costituire un aspetto importante del percorso, cercare di “valutare” e significare il peso del bisogno di adeguamento ad uno standard, proposto/imposto dall’esterno e poi, a poco a poco, auto-imposto; cercare di rispondere, in sostanza, alla seguente domanda:
“Quanto uno si può permettere di non essere perfetto, perfettamente adeguato, nel suo caso a un certo tipo di modello di donna, moglie, madre?”
Ottava seduta
Rita: “Ultimamente sto pensando a come fare per gestire le crisi. Ad esempio provo a pensare che la tachicardia c’è, ma non c’è... Quando poi passo davanti al supermercato mi chiedo che cosa ci sia di tanto tremendo che mi spaventa... In particolare mi succede che mi sembra di attirare l’attenzione... anche se mi sentirei di sostenerla perché io sto bene con le persone… Mi vedo lì, in mezzo a tutta questa gente intorno che si appressa... Come se uno entrasse in un caos...
Questa voglia di scappare… e magari sei in fila al banco del pesce… o alla cassa… il dover stare ferma lì… Allora mi dico: stai calma che non succede niente… e un pochino funziona…”
“Ricordo che quando avevo venti anni, non uscivo quasi più di casa, se non accompagnata...
E’ nato dal niente… lavoravo in una ditta di computer… All’improvviso mi sentivo come se mi stesse arrivando qualcosa addosso, dall’interno… come un’onda che ti travolge e non sai spiegare... Poi mi passava... C’erano periodi in cui stavo peggio e periodi in cui, per le cose importanti che vivevo, per esempio il matrimonio, la nascita dei figli, stavo meglio…
→ evidenzia come il sintomo, se inteso come invito a pensare a sé, a prendersi cura di sé, abbia potuto, in certi momenti, “mettersi in disparte”, per riemergere nei periodi in cui, rispetto alle contingenze esterne, era più “possibile” farlo, a segnalare un bisogno...
Talvolta i ricordi emergono come lampi nel buio, confermando in modo quasi sconcertante, assunti e ipotesi teoriche della psicoterapia dialettica
“Ricordo che una volta stetti molto male: la bambina voleva guidare e io glielo impedivo; così lei mi disse: ma allora quando mi fai guidare, quando sono morta?”
“Io ho l’impressione che a volte non mi lascio andare alle mie emozioni…”
→ propone, come ipotesi di lavoro, di provare a considerare “la bambina” con la parte bambina... magari quella parte legata alle emozioni...
“Per non stare male, mi mettevo a letto e mi rannicchiavo in posizione fetale…”
“E’ la prima volta che ne parlo con questo distacco... A volte mi dico: ho perso tanti anni della mia vita… la spensieratezza dei vent’anni… invece di stare a pensare alla tachicardia avrei potuto pensare alle stupidaggini che si fanno a quell’età... Il tempo passa e noi abbiamo solo questa vita...”
→ cerca di evidenziare il fatto che, se per qualche motivo la libertà è sentita come problema, la dipendenza possa finire per rappresentare una possibile soluzione...
Decima seduta
Rita: “Ero a una riunione a scuola: lo scorso anno dovetti uscire perché non resistevo… Questa volta mi dicevo: ‘Stai calma, che non succede niente’… E lo dicevo come a un’altra persona… come se stessi attenta alle emozioni in questo corpo… E a un certo punto ho detto: ‘Va bene così… sto bene... Voglio godermi questo momento... per domani si vedrà...’ ...e sono riuscita a stare più tranquilla... Però a volte ho paura... come una sensazione di ‘paura di crederci’...”
→ sottolinea come questa “paura di crederci” sia una cosa positiva, come rappresenti un corretto esame di realtà, la paura di illudersi / deludersi; l’importanza di concedersi fasi di regressione, di non essere troppo esigenti con se stessi…
Rita: Mi viene in mente un discorso... forse sono cattiva... che faccio a volte con i miei figli:
E’ vero che siete miei figli, ma non sono la vostra serva… Vi dovete anche dare una smossa… Io non devo annullarmi... Ci vuole rispetto reciproco…”
→ invita a considerare questi “discorsi” non tanto come “segni di cattiveria” funzione di una trasgressione del modello donna-sposa-madre-serva, quanto come importanti segnali di un’emergente rispetto di sé...
Rita: riporta alcuni episodi in cui dice di aver provato paura di perdere il controllo:
“A volte magari sto parlando e mi guardo intorno… e vedo che tutti mi guardano…
Però, se ora mi prende il panico, cerco di dominare la tensione… di fare come delle raccomandazioni a quella parte di me… Forse, inconsciamente, mi metto alla prova da sola…
La cosa che mi aiuta è che, in certe situazioni, dico a quella parte: ‘Ok, sei con me… andiamo insieme… però lasciami in pace...’”
→ evidenzia come sia rilevante il cambiamento di prospettiva rispetto al sintomo:
da “mostro”, “nemico da estirpare”… a “scomodo compagno di viaggio”…
Rita: riferisce un altro episodio in cui è riuscita a gestire la tensione: Un amico di famiglia, mi diceva: ‘Anch’io a volte provo momenti di ansia forte… devi stare calma, tranquilla… mettiti lì e rilassati…’ E io mi dicevo: ‘Un attimo che devo recuperare me stessa…’ Va bene cercare di stare calmi, ma a volte non basta… Io sto cercando di cambiare il modo di affrontare le paure…”
Quattordicesima seduta
Rita: ricorda che, quando aveva periodi difficili, di forte ansia, i genitori tendevano a minimizzare: “E’ un po’ di esaurimento nervoso…” o a proporre e riproporre un ruolo: “Tu sei così… Tu sei paurosa…”
→ sottolinea come sia sempre importante cercare di capire quanto siamo condizionati dal giudizio degli altri, dalle loro etichette, dai ruoli che ci attribuiscono...
Rita: racconta come, il trasferimento, il venir via da casa, anni fa, abbia rappresentato come un momento di svolta, un’occasione di “progresso”…
→ ripropone una frase della seduta precedente: “Io non odio i miei genitori…”, evidenziando l’affermazione intrinseca ad ogni negazione e come, nel suo caso, potrebbe essere anche “giustificabile” un tale sentimento, per essersi sentita tras-curata…
Rita “Questo mi fa pensare al rapporto con i miei figli… spero che loro non abbiano questa esperienza… Io con loro mi rendo conto quando c’è un problema e cerco di ascoltarli e di incoraggiarli… mentre invece i miei genitori... e io mi sentivo come tradita…”
→ rileva come il cercare di rappresentare per i figli un riferimento sicuro possa sì portare lenimento ai suoi vissuti di bambina tras-curata nella propria sensibilità, ma solo in parte...
Una parte del disagio, provato a suo tempo e portato come fardello in questi anni, sembra reclamare ancora “soddisfazione”: tale parte inascoltata potrebbe essere proprio quella che ora parla attraverso il sintomo… Sintomo che continua a far sentire i propri “effetti” proprio perché rappresenta una “voce” ascoltata solo in parte…
Rita: “Loro non si rendono conto del danno che hanno fatto su di me… mi fanno quasi tenerezza… ecco, forse ho un rapporto di odio-amore… odio è troppo forte…”
→ evidenzia come le sue aspettative di attenzione di quando, bambina, si sentiva in difficoltà, tradite nella fiducia verso chi avrebbe dovuto costituire un sicuro riferimento,una base sicura, possano a buon diritto continuare a pretendere ascolto: in questo caso il sintomo, anche se in modo distorto e disadattivo, avrebbe proprio l’effetto di “costringere a prendersi cura di sé”...
Rita (molto colpita dal contenuto delle considerazioni): “Spesso penso: ‘Ma io ci so fare!’ E’ come se fossi un albero con tanti rami e foglie e le radici invece…”
→ “E non è ‘giustificabile’ odio per chi avrebbe dovuto esserci e non c’era?”
Rita annuisce e aggiunge: “Io conservo tutto dei miei figli, ho rispetto per loro…”
→ propone alcuni temi e immagini: il tema del rimpianto; l’immagine di una ferita aperta, non ancora cicatrice... L’indifferenza; l’odio, così difficile da “toccare”…
Uno può essere allo stesso tempo vittima e giudice: “E’ come se lei, nei panni di giudice, tradisse la vittima che era e che continua ad essere, almeno in parte, inascoltata... Sembra quasi che non si voglia o non si possa permettere di odiare…”
Rita: “Da piccola disegnavo spirali fino a coprire tutto il foglio…”
Una specie di grumo di tensione, una sorta di nucleo dolente che ha bisogno di essere sciolto?
Quindicesima seduta
Rita: “Dopo il colloquio dell’altra volta, mi sono passate davanti tante cose… Ora però non ricordo bene… Come se avessi aperto gli occhi... avessi rivisto certe situazioni… Non è che non le sapevo… Forse non volevo o non riuscivo a darmi ragione di certe cose...
Penso al rapporto con i miei genitori… Io ora vedo le cose in un certo modo, ma allora…
C’è come uno stacco… E poi l’altro giorno ho pensato a mia madre… Quando ero piccola, la vedevo diversa dalle altre mamme… non veniva mai a prendermi a scuola… la vedevo cattiva… o forse non era come me l’aspettavo…”
→ rileva come, nella seduta precedente, si fosse ipotizzato un lavoro più profondo…
Rita: “…mi sono detta: ‘Devo andare avanti! Devo andare in fondo a questa cosa…’”
→ evidenzia come, quella prospettata, sia una specie di “visita nella soffitta della mente”, dove le tante cose dimenticate possano avere finalmente una loro luce e una loro collocazione...
Rita: “Con i miei bambini, specie con la più grande, cerco di ascoltarli… L’altro giorno la bambina non voleva andare a scuola, diceva che aveva il torcicollo… Io l’ho incoraggiata ma le ho anche detto che, secondo me, si nascondeva dietro a questo per non affrontare altri problemi… E poi in effetti ha detto che aveva paura di una verifica e poi è andata…
A volte mi capita una cosa strana: come se sono io che dico le cose e allo stesso tempo sono anche quella che ascolta...
Da piccola a volte mi sentivo diversa… come un’estranea… Vedevo le mie amichette che venivano accompagnate a scuola e io invece… Mi sentivo come se fossi stata sempre io sola… come se appartenessi a un altro mondo… Lei era sempre al lavoro, non aveva mai tempo…”
A volte mi dico: ‘Ma forse sono io fuori di testa… Forse sono io che faccio la vittima…’”
→ evidenzia come, con affermazioni del genere, finisca per continuare a “ferire se stessa”, sminuendo i suoi vissuti di sofferenza… E’ come se si dicesse: ‘E’ tutta un’impressione…’ Ora è lei che sembra minimizzare… come faceva suo padre quando stava male e diceva che era solo ‘nervosismo’…”
Rita: “Forse è per mancanza di fiducia in me stessa… A forza di sentirmi dire: ‘Sei scemo!
Quando mio marito dice ai miei figli: ‘Ma sei stupido!’ Io mi arrabbio tantissimo…”
→ riporta una frase della seduta precedente: “Io non odio i miei genitori… Forse ho un rapporto di odio-amore…”, evidenziando come l’odio sia un sentimento che si può provare nei confronti di persone significative e non molto facile da accettare in noi stessi… Una bambina che si sente trascurata, può provare rabbia e odio verso chi vorrebbe avere vicino, ma nello stesso tempo, essendo profondamente dipendente e bisognosa di cure, difficilmente potrà pensare o esprimere tali sentimenti…
Rita: “Io il fatto dei miei genitori, che mia madre è stata cattiva, lo dico ora, come adulta… Io fuori sono una persona adulta, ma dentro forse sono ancora una bambina che piange…”
→ propone di provare a “impostare il problema” in altri termini; per esempio:
- La mia famiglia mi vuole bene ma mi fa male.
- I miei genitori mi volevano bene ma mi facevano male.
Sedicesima seduta
Rita: “A volte mi vengono in mente delle cose, a flash... come se avessi rivisto certe situazioni... Certe volte, quando stavo male, mia madre, mi diceva: ‘Prendi due gocce che poi ti passa…’ Questo mi faceva tanto male... Magari avrei avuto bisogno di un abbraccio, una carezza...
Con noi ci stava la nonna... però anche lei diceva “I bambini si baciano quando dormono...”
[ In effetti non c’era una figura di riferimento sentita come vicina e presente, piuttosto diverse figure (padre, madre, nonna) che, a turno, si occupavano di lei, cercando di conciliare nello stesso tempo i loro rispettivi impegni e guidandola in modo un po’ distante e anaffettivo ]
Rita: “Dicevano: ‘si fa questo perché si fa questo’... Tutte regole da eseguire, punto e basta...
Io ho il terrore di sbagliare con i miei bambini, che poi si ritrovino a soffrire per colpa mia...
Ci penso spesso... Potevo parlare solo con mio zio, solo lui mi sapeva ascoltare...
Anche quando gli dicevo dei sintomi, mi diceva che non mi dovevo considerare malata, che erano meccanismi interni, difficoltà psicologiche, sensibilità...”
“Comunque, venerdì scorso, ho detto per la prima volta a mia madre che ho fatto bene, quando ho partorito, ad avvertirla dopo... Glielo ho detto e sono stata bene... Non ho pensato, come avrei fatto altre volte: ‘Forse è meglio che non glielo dica perché le farei male…’ …e ho avvertito come un senso di liberazione…”
→ propone una riflessione su quello che potrebbe essere definito come un “debito di appartenenza” (familiare, sociale, culturale), spesso individuabile all’origine di un disturbo di panico… debito da saldare, filo da tagliare… per rispondere appieno a quelle istanze di libertà di cui il sintomo si fa portatore…
Rileva come le parole dette dopo tanti anni alla madre sembrino avere una tale connotazione
Ecco che diventa possibile un confronto, anche in sede terapeutica, con certe costruzioni e assunti teorici.
→ evidenzia la dinamica dialettica fra bisogni di appartenenza e bisogni di individuazione…
→ sottolinea come, tenendo conto dei vissuti emersi in relazione al non sentirsi considerata, acquisti un’importanza centrale il dare voce al proprio bisogno di individuazione, di cui si stanno vedendo, anche se solo “in nuce”, i primi frutti... i piccoli tentativi di un animale del bosco di uscire allo scoperto...
→ introduce una riflessione sulla polarità dovere/libertà…
Rita: “Secondo me tante cose hanno contribuito a frenare questa spinta all’individuazione... per esempio la situazione della famiglia di mio marito... che si sentivano come di sangue blu...
Anche in mio marito poi c’è stato come un percorso… piano piano ha capito certe cose… Lui all’inizio cercava di sfuggire dai problemi… poi l’ho spinto a chiarire…
→ chiede di eventuali evoluzioni nei vissuti di esclusione del marito rispetto alla seduta…
Rita: “E’ come se fosse stato superato… non lo sento più un problema… è venuto naturale… A volte mi sento di dirgli come mi sento in un certo momento e lui mi ascolta...
Prima invece minimizzava con una battuta, diceva: ‘E’ tutta questione di cervello!’ o ‘Sta tutto qua...’ Cercava di farmi superare le crisi minimizzando... Ora mi sento considerata...”
Ventesima seduta
Rita: “Le cose le prendo diversamente, le vedo sotto un altro aspetto, le affronto in maniera diversa... Cerco di ragionare su quello che mi succede... E poi ora mi conosco di più...
Ci sono dei momenti in cui è mi sentirei anche di affrontare certe situazioni... situazioni che in passato mi avrebbero fatto tanta paura... poi però mi freno... come se avessi paura di osare...
C’è come una parte che mi frena è una che mi dice: ‘fidati di te stessa!”
Comunque non sto in ansia come prima… so che in una certa situazione mi può venire l’ansia, ma cerco di stare tranquilla… mentre una volta avrei avuto ‘il cuore al cervello’...
In questo modo, affronto situazioni difficili, pesanti per me... a volte quasi me ne dimentico...
Prima mi dicevo: ‘Ce la devo fare!’ ...era come mettere benzina sul fuoco...”
→ porta l’attenzione al percorso fatto, al cambiamento di percezione del sintomo: da mostro che aggredisce e dal quale bisogna difendersi, a voce di una parte di sé sofferente e trascurata; da spada di Damocle continuamente in agguato, a stimolo verso una miglior conoscenza di sé.
Rita: descrive con entusiasmo un episodio che le è capitato ultimamente: una situazione che in passato sarebbe stata fonte di ansia e di angoscia:
“Ero in un supermercato e non scappavo! Non dovevo comprare più nulla e, invece di andare via, giravo per i corridoi... mi dicevo: ‘quasi quasi mi faccio un altro giro…’
A volte ho dei momenti di benessere interiore che non provavo da tanto tempo... o forse non so se ho mai conosciuto... Sono come delle sensazioni nuove... Comincio a provare piacere in quello che faccio... Ora sto bene, mentre prima stavo lì con l’ansia... per esempio in piscina...”
→ “Dev’essere una bella sensazione, di scoperta, come un bambino che inizia a camminare...”
Rita: “Mi viene in mente di quando ero fidanzata... andammo a nuotare... fu una bella sensazione... Io avevo paura dell’acqua… i miei mi dicevano di stare attenta a tutto… avevano paura per tutto… Ora sento il bisogno di nuotare, di camminare… anche di stare in mezzo alle persone… Prima invece provavo una sensazione di angoscia, di costrizione…
A volte mi vengono ancora - ma per un attimo - ...paure, come dei flash… che sono in mezzo alla gente... e tutti che corrono e mi passano accanto veloci… In questi casi provo anche quelle sensazioni fisiche che avevo quando mi veniva il panico: la tensione alle gambe, il cuore, la difficoltà a respirare... Ma è un attimo e tutto scompare da sé... è una cosa automatica che non so spiegare...”i concorda per una cadenza quindicinale dei colloqui, in funzione di un miglioramento nella condizione psicologica e dell’importanza di una “messa alla prova” rispetto alle recenti acquisizioni nelle modalità di pensiero e di gestione dell’ansia.
Ventiduesima seduta
→ domanda com’è la situazione relativa ai contesti più critici rispetto al sintomo…
Rita: “Provo a pensare ad altro per non pensare all’ansia… e spesso ci riesco… come se avessi messo da parte quella cosa, quella paura in maniera naturale e non forzata… L’altro giorno per esempio eravamo in centro e siamo stati per ore a passeggiare… era pieno di gente e sono stata bene... pensavo solo a passeggiare... Tempo fa era molto dura per me stare in mezzo alla gente... Certo a volte mi viene un po’ d’ansia, però tutto sommato sto meglio...”
Racconta che per le vacanze pasquali ha concordato con il marito di non scendere dai parenti: “Per telefono, quando l’ho detto a mia madre, lei c’è rimasta male e io mi sono irrigidita perché ho pensato - e glielo avrei anche detto, se fossi stata là - ‘Ma qualcuno se lo pone il problema se io ci rimango male che non posso andare giù? Ma a me ci pensa qualcuno?!!’” (il tono è molto intenso)
→ evidenzia come ci siano da rilevare due aspetti importanti:
- il dato reale del cambiamento rispetto al passato: la scelta di non passare le vacanze con i parenti: scelta che si pone come rottura rispetto a una consuetudine sentita talvolta più nel suo aspetto di “obbligo familiare” che nel suo aspetto di incontro con persone vicine e amiche;
scelta che riporta gli eventuali incontri futuri su un piano di libertà e non più di costrizione;
scelta determinata in particolare dalla sua evoluzione interna di questi mesi…
- il “dato interno”: l’evoluzione psicologica attraversata nel corso degli ultimi mesi, sembra aver determinato un importante capovolgimento in cui il rispetto di sé acquista un posto centrale.
Un cambiamento di non poco conto, se si pensa al modello di riferimento rispetto al ruolo di donna e madre (per cui una scelta di rispetto di sé può essere percepita come posizione egoistica di chi invece dovrebbe pensare prima agli altri) che pone nuovi, significativi scenari.
Rita: “Questo mi fa pensare a tante situazioni in cui me la sono vissuta male… in particolare con i parenti di mio marito… che sembra che hanno ‘il sangue blu’… ad esempio quando gli dovevo regalare qualcosa… o quando venivano a trovarci e io pensavo che doveva essere tutto perfetto… Forse se non mi fossi preoccupata tanto di farmi accettare… O il fatto che quando mi dicevano cose che mi facevano del male io non dicevo mai nulla… il fatto di dipendere così tanto dal loro giudizio…”
→ rileva come tutto questo sia riferibile proprio al concetto di rispetto di sé ed evidenzi il cambiamento di atteggiamento e, di conseguenza, di vissuti emotivi, che, negli ultimi tempi, grazie al “cambiamento interno”, si è potuto verificare…
Rita: “Sì, e il cambiamento non lo vedo solo nei confronti dei parenti, ma lo vedo in più cose... Per esempio mi viene in mente di un’amica che si confidava con me e aveva un atteggiamento un po’ ‘lagnoso’ che una volta avrei subito e invece ho saputo gestire... Oppure anche mia figlia... mi accorgo che ora la lascio anche più libera, le sto meno addosso, le dò più fiducia...”
→ rilevando i notevoli miglioramenti, pone l’attenzione sulla fase finale del percorso.
Ventitreesima seduta
Rita: “Devo dire che in questo periodo sono successe delle cose allucinanti! Venerdì sono andata addirittura in piscina da sola con mia figlia... ero felice, convinta di farcela... E poi anche al supermercato, a danza... anche se mi fantasticava un po’ il cervello, subito passava...
Stavo talmente bene che l’avrei voluto dire a mia figlia com’ero felice… ma poi ho pensato che era meglio di no… che forse non poteva capire… che avrebbe potuto pensare che un giorno sarebbero potute capitare anche a lei queste difficoltà...”
→ evidenzia come questo modo di comunicare solo aspetti positivi, cose che vanno bene, potrebbe far pensare alla figlia che le cose problematiche non si devono dire... E poi un bambino sente comunque queste cose, anche se non le sa perché non ne abbiamo mai parlato...
Rita: “Poi a volte penso che magari un giorno potrà capitarmi di stare male come prima, ma poi posso pensare che ce l’ho già fatta una volta a uscire da quella situazione… A volte ancora mi succede di sentire quelle vertigini, quel mal di pancia che non sai da dove arriva… Allora mi parlo… parlo a me stessa… e mi rispondo… Mi chiedo: ‘Cosa vuoi dirti? Cosa vuoi dirmi? Cosa c’è che non va?”
→ fa riferimento alla difficoltà incontrata a superare lo stereotipo che scoraggia la donna a pensare a se stessa… Che la “condanna” a pensare prima agli altri… fino al punto che “pensare a se stessa” viene sentito come modalità egoistica (da cui più o meno pesanti sensi di colpa) e non come condizione e prerequisito fondamentale per pensare anche agli altri… Una dinamica in cui volersi bene/voler bene agli altri è sentito in contrapposizione e non come movimenti complementari…
Rita: racconta di una telefonata ricevuta dalla suocera in cui, per il suo solito atteggiamento indisponente, avrebbe voluto riattaccarle in faccia... “Ma poi chissà cosa sarebbe successo..?!”
→ evidenzia come spesso la “soluzione” migliore sia l’ironia, amche se in effetti si tratta di una modalità di affrontare le cose molto costosa in termini di energia…
In questo caso ad esempio si sarebbe potuto usare un semplice espediente: riattaccare in faccia alla suocera e ritelefonare subito dopo facendo finta che fosse caduta la linea... dando modo alla rabbia di uscire e di non ritorcersi contro se stessa e, nello stesso tempo, non dare adito a...
Ventiseiesima seduta
Rita: “Mi sento abbastanza bene… anche se quando sono sotto stress mi vengono i miei soliti disturbi... Mi sento più forte… come se ora cominciassi a dirigermi… ho quasi paura a dirlo, ma mi sento più padrona di me stessa, più libera... penso meno alle conseguenze delle scelte che faccio, sento come una tranquillità di fondo, anche quando mi vengono questi attacchi...”
→ “…come una base sicura… dove tornare se le cose si mettono male…”
Rita: “Sì, riesco a gestirmi meglio, a gestire meglio le cose… anche se queste [i sintomi] sono comunque cose reali... Ultimamente poi mi sto accorgendo di riuscire a dire a mia madre cose che prima non avrei detto… ad esempio per paura di ferire o per vigliaccheria... E quando a volte succede che mi viene l’ansia, mi fermo e mi chiedo: ‘Cosa c’è?’…”
→ fa riferimento all’importanza di “ascoltarsi”, di prendersi cura di sé e delle proprie parti sofferenti, a contenuti emersi in un precedente colloquio: “Io non devo annullarmi per i miei figli… ci vuole rispetto reciproco…”
Rita: associa episodi in cui, per “rispetto” degli altri, “forzava” se stessa…
“…il fatto di non andare a Pasqua dai miei e soprattutto dalla famiglia di mio marito... certo che loro… abituati al fatto che comanda la famiglia del marito, chissà come l’avranno presa? Io non sono mai stata succube di loro, però non mi sentivo libera di dire quello che pensavo...
E questo mi ha spesso ferito, anche se io mi dicevo: ‘Ma chi se ne frega, poi ci restavo male...’
Ora questo lo ammetto… ma prima no...
Dei momenti difficili ci sono ancora… anche se vivo meglio… A volte ho paura di tornare com’ero… anche se mi rendo conto che molte cose le ho affrontate…”
Ho la possibilità di ricevere persone a diversi indirizzi:
- a Figline Valdarno in via della Vetreria, 73 int.16
presso la sede dell’A.Se.Ba. (Associazione Senza Barriere)
- a Rignano sull’Arno in via Mazzini, 7
presso la sede distaccata dell’Associazione
- a Firenze in via Arrigo da Settimello, 1 (zona Campo di Marte)
presso la Fondazione Istituto “A. Devoto”
- a Scandicci in via di Casellina, 31 - presso la mia abitazione

E questo è il mio recapito telefonico: 328/7620655
Per altre informazioni, inviami un'e-mail 
Copyright © 2003-2004-2005 Nicola Ghezzani - Roma - Tutti i diritti sono riservati. E' vietata la riproduzione totale o parziale senza il consenso scritto.

|