POESIE CONTRO LA GUERRA

di Nicola Ghezzani

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All’inizio di novembre del 2006 lessi su un quotidiano nazionale una notizia che colpì molto la mia immaginazione. Un disegnatore, che aveva lavorato per molti anni con la Polizia israeliana alla composizione degli identikit dei ricercati, aveva avviato una singolare ricerca artistica attraverso la memoria del suo popolo. Anziani parenti di deportati dei campi di concentramento tedeschi gli avevano commissionato il ritratto dei loro cari scomparsi. I committenti dell’artista s’erano rivolti a lui perché non possedevano più alcun ritratto, alcuna foto dei loro cari scomparsi. Essi potevano affidarsi ai soli vaghi ricordi della loro remota infanzia. Era questo il motivo per il quale s’erano rivolti a lui: egli, vecchio ebreo esperto di identikit, era forse l’uomo più adatto della terra, il più indicato fra tutti, per ricostruire da labili tracce un volto perduto, per risalire a una vita smarrita a partire dal nulla.

Mi si affollò allora alla mente un episodio della letteratura classica: nella sua discesa nel fosso dei morti, le Ombre dell’Ade si ammassano intorno a Ulisse, per rubargli notizie dei vivi e così continuare ancora a esistere, almeno per i brevi istanti che l’eroe dedicava loro. (Per gli antichi Greci le anime dei morti non erano eterne: esse duravano il tempo del ricordo dei vivi, poi scomparivano, un po’ alla volta, come nebbia al sole...). Dunque: nel caso del pittore di identikit, i vivi vogliono ricordare i loro morti; nel caso di Ulisse e della sua discesa nell’Ade, i morti vogliono avere notizie dei vivi, per essere ricordati e non scomparire. Il passato geme e preme per far parte della memoria. Le radici della nostra identità devono essere difese, conservate. Se non lo si fa, la pianta muore.

E’ sulla base di queste suggestioni che ho scritto le poesie che seguono. Poesie che oscillano su quel clinamen, su quel declivio, dove il nostro volto, la nostra identità, scivolano nell’amore per il volto altrui, nella nostalgia della sua fuggevole presenza. Poesie per tutti i volti perduti di questo mondo, contro la distruzione della vita e del suo ricordo. Occorre ricordare la molteplicità dei volti conosciuti, anche di quelli che non hanno preso forma o che l’hanno perduta. Solo così, forse, possiamo ammorbidire la nostra identità (dura come la pietra in cui vengono scolpite le leggi) e amare l’esistenza di altri dentro di noi, l’esistenza dell’Altro, del Diverso da noi. Solo così possiamo - forse - fare del nemico l’amico più caro, cioè quello perduto, quello che l’atto di una ostile separazione ha esiliato in un mondo opposto al nostro, tanto diverso da essere l’alterità assoluta, colui che è da sopprimere; ma verso il quale possiamo provare - se vogliamo - la pietas della nostalgia, il rimpianto di un’occasione perduta.

Nessuno è il nemico, se sappiamo intendere l’altro come parte perduta di noi stessi.



Il pittore dei volti perduti

1

Sono il pittore dei volti perduti
e per vedere ho il pianto dei vivi
ho solo il ricordo dei sopravvissuti,
di menti solcate come terre
dall’aratro dell’infelicità.
Chi semina piante in tempo di guerra
non avrà frutto dal suo destino.
Più l’uomo è vecchio più il compito è dolce,
molto più duro è fare il ritratto
del volto perduto d’un bambino.
Madri mi chiedono in ginocchio
di dare una forma a un seme predato,
una povera donna m’implora il viso
del figlio distrutto appena nato,
strappatole via dal grembo e ucciso 
con un sol colpo di pistola.
Ma la madre mi chiede di farlo
come se fosse giunto a giovinezza
(se non fosse andata persa...),
nel pieno della bellezza.
Ovunque i volti dei bambini
mi chiedono di nascere ancora.
Ma a me manca la forza di osservarli
tutti, in questa luce che li attraversa,
in questa luce che li scolora...

2

Il soldato che va in armi leggero
osserva con piglio sicuro
il confine da sorvegliare, la terra
da arare al mattino per poi lasciarvi
cadere il sonno dei feti, il seme
della discordia, il sangue di Caino.
Gli piace la guerra perché esprime
il dominio del figlio sulla madre.
Impugna il fucile e getta uno sguardo
che più azzurro non si può
sul cielo, sul mare e la terra
immersa nel suo dolore.
La madre langue e sospira.
E’ vecchia, è stanca.
Vorrebbe vedere un’ultima volta
il volto perduto del suo bambino.

3

Quante morti ha dovute vedere
il pittore dei volti perduti
quante volte ha dovuto morire
per sentire anche lui che si prova.
Una madre si sveglia al mattino
e ricorda, nell’arida alba,
d’aver massacrato
il suo dolce bambino,
d’averlo sacrificato
alla brama d’albergare
nel fondo del petto
un cuore d’acciaio
duro come l’aratro
che spinge la morte,
o la lama robusta del carnefice.
E poi piange la madre
e corre in preda al rimorso
e inciampa nel suo stesso orrore
dal pittore dei volti perduti
perché faccia cessare il dolore
che la cerca e la insegue ogni notte.

Il pittore la culla, la calma,
le pone sugli occhi uno specchio...

e dipinge il volto perduto.

4

Sono il pittore dei volti perduti
se un quadro dipingo non cerco un viso
cerco il silenzio e ricordi stracciati
e frutti marciti e il dolore profuso.

Sono il pittore dei volti perduti
un uomo triste, un uomo che sosta
negli orti conclusi della memoria,
che non cerca la gloria e nemmeno

desidera farsi pubblicità.
Rifiuta gli inviti dei potenti
e le magnifiche sorti progressive
di chi chiude i cancelli della felicità.

Non ama la forza del vincitore,
non scrive per farsi premiare
e la sera lo puoi trovare in casa
a bere, da solo, in compagnia dei morti.

5

Se non ci fossi sempre tu
figlio
con la sciabola sguainata
o la croce in pugno
a tener tutta la scena e il suono
lassù in alto in cima al monte Gòlgota
potrei vedere in piena luce
e dipingere ancora
da pittore qual io sono  
quella madre palestinese
quella donna sefardita
che piange ora pentita
d’averlo un giorno armato
pietrificata nel suo dolore
il dono dell’amore
l’amato

figlio suo
Gesù


(Nicola Ghezzani
Roma, novembre 2006)

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