UN RACCONTO
NON ESSER TRISTE COME UN ALBERO
Talvolta, anche una breve sosta
dal barbiere può produrre intuizioni e rivelazioni d'una portata e d'un rilievo
stupefacenti.
Sono seduto su una comoda poltroncina nera, nel salone del mio barbiere, in attesa che venga il mio
turno. Per le mani ho un giornale che urla i suoi titoli: Israele entra nei
territori; un diciassettenne palestinese si fa esplodere a Tel Aviv in mezzo a
una folla di madri e bambini all'uscita di una scuola: corpi straziati ovunque;
gli Stati Uniti si preparano a bombardare un paese accusato di terrorismo; una
coppia di ragazze ha picchiato brutalmente una coetanea, costringendola al
ricovero; una madre è accusata di aver assassinato il figlio, ma lo nega
pervicacemente: "Sono una persona normale", grida, e tutti hanno un
brivido, perché sanno che è vera l'una e l'altra cosa.
Sconfortato, sospiro sulle pagine spiegazzate: anche oggi, niente di nuovo sotto il sole. Distrattamente
sollevo gli occhi per osservare a che punto è il lavoro del barbiere.
Il cliente che mi precede è un
distinto e anziano signore: un vecchietto magro di media statura, piuttosto
pallido, i capelli bianchissimi. Lo colgo con un'occhiata trasversale, mentre
ignora la sua immagine allo specchio e non s'accorge d'essere osservato. In
questo frangente, la sua figura non evoca altro che ciò che è: un comune
vecchietto, forma pura della vecchiaia, concreta e astratta allo stesso tempo,
come sospesa nell'aura di un'indicibile malinconia, quella prodotta dalla sua
nuda innocenza, dallo sperdimento della sua fragilità, della sua più inerme,
inconsolata umanità.
Stupito da tanta dolcezza - che mi evoca altre figure dense di commozione: un bambino solo in un asilo, che
attende una mamma che non viene; una ragazza delusa nel suo amore, lasciata
sola ad una festa; un gattino agonizzante su una strada - percorro le linee del
suo viso, la sconfinata apertura sull'infinito generata dalla sua semplice
presenza. Benché non mi chieda nulla, essendo inconsapevole del mio sguardo
come lo può essere solo un animale ferito a morte che subisce la sua pena in un
rantolo cieco, il suo volto è per me un enigma ipnotico, che esige tutta l'attenzione
dello sguardo e tutta la pietà di cui sono capace.
Ed è proprio nell'istante della pietà che scorgo d'un tratto, nello specchio in cui d'un tratto si riflette, il
controsenso assoluto, l'impensabile: ciò che la Arendt, con felice ossimoro, ha
chiamato "la banalità del male". Sollevato il capo - che un istante
prima giaceva reclinato in una posa candida e mesta - lo sguardo del dolce
vecchietto incontra, come per caso, il suo stesso volto, riflesso nello
specchio. Vedo allora che il taglio richiesto al barbiere è la strana antitesi
di tutte le sensazioni che avevo sino a quel momento ricevuto dalla pallida
figura: si tratta di un taglio cortissimo, rigoroso, a spazzola, leggermente
asimmetrico e sgraziato, che mi fa pensare a un giovane punk, a uno skin head,
o forse a un ufficiale nazista risorto dalle ceneri di un lungo occultamento.
Ma ciò che più mi stupisce è lo sguardo che colgo negli occhi dell'incredibile
vecchietto nell'istante fulmineo della sua autocoscienza: c'è il giubilo di
vedersi e, insieme, un lampo di purissima malvagità, un ghigno d'esultanza e di
rabbia ferina e gioiosa, improvvisamente libera, dissepolta da chissà quale
remoto cimitero di tristezze e di malinconie. Vedo allora la sconnessione
istantanea fra il corpo e l'anima: lo spirito, duro come una lama, ha agito con
lucida, metallica violenza: odia quello stesso corpo che io un attimo prima
consideravo con pena e quasi con amore; e odia l'anima, che quel corpo ha
generato come una madre genera un bambino. Dall'istante in cui è saettato il
gelido sguardo, quel corpo non è più la sostanza animale, nuda e inerme, da me
contemplata un istante prima: è un mero supporto, materia debole da trasformare
in macchina per rapporti e trasporti d'odio. Trasceso nel taglio aggressivo dei
capelli e nel folle sguardo obliquo, quel corpo mostra in una luce tersa e
dolorosa l'odio che la mente dell'uomo prova per la sua stessa anima, l'anima
che ha la colpa di unire, col suo solo esistere, tutte le cose - gli esseri e
gli oggetti - in un'unica, infinita trama di rimandi e di consonanze. Vedo,
infine, che nel fuoco inceneritore di quello sguardo l'anima s'è ritratta,
lasciando l'immagine corporea dell'uomo arida e pura come le pietre e i solchi
di un deserto: svuotata d'ogni dolcezza o simpatia o semplice, umana
accessibilità. L'anima ha avvertito la sofferenza del corpo e, reagito al suo
appello, é scomparsa, quasi evaporando, fino a rendersi del tutto assente dal
campo percettivo... Ma - se ancora da qualche parte esiste - per finire dove...?
La risposta è fulminea quanto lo stupore della mia domanda. E' proprio qui, mi dico, s'è rifugiata nel mio sguardo!
E' qui che - in una sorta d'invisibile metempsicosi - l'anima è trasmigrata ed
è da qui che prova compassione di quello sguardo, di quella forma perversa e
futile di autocoscienza, condannata all'esilio permanente dal bosco luminoso
degli amori e dal giardino estatico delle stelle.
L'ha voluto lui, mi dico. Ma non lo sa: ha perso il diritto di saperlo. Io "vedo"; mentre lui ignora persino
d'essere visto. E' in questa indistruttibile presenza, in questa inafferrabile
trasmigrazione, in questa impercettibile inerenza con tutte le cose,
l'invincibilità dell'anima. Sopravvive ad ogni volontà, anche alla più
demoniaca e perversa, semplicemente perché la antecede e la determina,
riempiendo di senso tutto ciò che essa, la volontà, nella sua insuperabile,
intrinseca miseria, lascia di vuoto e di irrisolto.
Negli anni dei miei studi universitari alla facoltà di Psicologia di Roma, girava per le strade della
città un noto antipsichiatra d'antan. Era stato della corte di Basaglia quando
Basaglia era "vincente"; e garantiva lustro e visibilità. Era il 78
quando la legge 180 scarcerò folle di poveri malati psichiatrici per
riversarli, lunatici e stupiti, gioiosi e spaventati, nelle vie delle città. Poi,
lo psichiatra di cui sopra tradì Basaglia e l'intera cultura antipsichiatrica con
un gesto che fece scalpore; quindi, chiese e ottenne di accedere alla casta privilegiata
degli psicoanalisti ortodossi. Già non parlava più, nelle sue lezioni, dei vizi
e dei mali della società; alludeva piuttosto a una presunta ed eterna malvagità
dell'uomo, rifacendosi alla teoria freudiana della "pulsione di
morte". Girava ancora sulla sua moto sgangherata, con gli occhiali a molla
da pilota, come si usava quando l'identificazione col matto e col teatrante
alla Artaud era una moda culturale; ma i suoi pensieri avevano preso tutt'altra
direzione. La scelta si rivelò ancora una volta vincente; l'Italia aveva
bisogno di certezze, di una nuova stagione di yuppismo e di rampantismo, di
fiducia nei mezzi e nei fini del sistema: non voleva interrogarsi sui mali che
insidiavano l'anima da ogni margine e da ogni confine. L'ex antipsichiatra
pubblicò libri che parvero colti e complessi, stipulando patti con le più
grosse case editrici. Nei cenacoli dove si continuava a cercare ostinatamente
il rapporto fra il dolore morale degli uomini e le strutture della vita sociale
egli era ancora stimato, circonfuso da un'aura simile ad un culto della
personalità (benché qualcuno, in verità, cominciasse a nutrire dei dubbi).
Di recente, infine - silloge di un'estrema coerenza nel perseguire a tutti i costi le strategie della dominanza
- egli ha pubblicato un nuovo libro, che esprime con chiarezza il suo attuale
pensiero. Con questo passo decisivo, lo psichiatra è uscito dalle comode ombre
della villa padronale della Società di Psicoanalisi, dove ha vissuto con agio
negli ultimi vent'anni, per entrare con le carte in regola nella festa globale
del Grande Mercato. Il nuovo libro - edito da una nota casa editrice - è un
volumetto intitolato Depressione, ad
uso sia di tecnici che di gente comune colpita, in modo diretto o indiretto,
dalla cupa malattia. Ecco a volo d'aquila, alcune delle lapidarie affermazioni
ivi contenute:
"Da un terzo alla metà dei grandi scrittori e poeti e degli artisti di genio soffre di un disturbo
bipolare".
Bella constatazione, molto
suggestiva, alla quale potremmo aggiungere la precisazione che la strana
malattia tocca in verità nella stessa proporzione non solo l'artista, ma l'uomo
di genio in genere, anche di scienze astratte come la matematica, la fisica,
l'astronomia. Volendo confinarla nel ristretto ambito degli inquieti
patologici, lo psichiatra riesce solo a gettare un mantello di mistero sulla
strana malattia. Non di meno, lo psichiatra, questo eroe dei nostri giorni, fa
seguire altri perentori, terribili giudizi:
"Esiste un fattore
culturale particolare, che da un quarto di secolo contribuisce in Italia ad
allontanare i depressi da terapie efficaci. Esso è dato dalle ideologie ostili
alla biologia moderna, alla medicina e al metodo sperimentale. A partire dalla
metà degli anni '70 si diffusero varie correnti di idee che, in concorso tra
loro, trovarono un fertile terreno nella tradizionale mancanza di cultura
scientifica tra gli italiani e nel lascito della filosofia idealistica. Intorno
al 1975 un qualsiasi psichiatra, fosse pure schierato a sinistra, veniva
pubblicamente deriso quando aveva l'imprudenza di scrivere che la depressione
era legata a fattori genetici e che anche l'elettroshock poteva servire a
qualcosa. E' vero che le implicazioni politiche, di tipo spontaneista, che in
quegli anni erano proprie di un vasto schieramento di opposizione giovanile
persero rapidamente terreno con l'esaurirsi di quel decennio: in compenso,
però, tornarono subito a farsi sentire con più forza, e talora in forme nuove,
i tradizionali richiami spiritualistici circa i misteri della mente umana.
L'idea che ogni disagio psichico dovesse avere esclusive cause ambientali e
psicologico-esistenziali si legò, malgrado gli avvertimenti degli studiosi più
seri, al diffondersi di orientamenti eccessivamente psicologisti... In un
simile clima gli psicofarmaci antidepressivi, che ormai da molto tempo
rappresentavano il caposaldo del trattamento della depressione, cominciarono a
essere criticati sempre più frequentemente. Questa impostazione ideologica
permeò la media cultura degli anni '80 e di una parte degli anni '90... Il
prezzo sociale e umano (anche in termini di vite spezzate dal suicidio) di
questa forma di incultura clinico-scientifica è stato alto. Solo da pochi anni
la situazione è andata lentamente migliorando."
In cosa consistono i vantati miglioramenti? Eccoli:
"Soprattutto a partire dalla fine degli anni '70, studi accurati dimostrarono che
l'elettroshock è un presidio non solo utile, ma anche ineliminabile...
Sappiamo oggi che vi sono casi ben precisi in cui non vi sono altri trattamenti
adeguati, e dove il suo uso può dare miglioramenti non solo risolutivi ma anche
molto rapidi... L'Es [l'elettroshock] è attualmente usato soprattutto quando la
cura farmacologica della depressione maggiore non si rilevi efficace. Tuttavia
vi si ricorre anche in certi casi dove, invece, gli psicofarmaci non vengono
utilizzati per primi. L'Es è infatti il trattamento di prima scelta nei casi di
depressione molto grave con rischi immediati di suicidio... nelle depressioni in
gravidanza... nonché in molti casi di depressione degli anziani. Inoltre è
efficace nelle fasi maniacali, ed è indispensabile quando gli episodi maniacali
e quelli depressivi si succedono con frequenza."
Quanta acqua è passata sotto i ponti! E quanto frettolosamente!
Non pronuncerò il nome dell'illustre psichiatra: è indifferente. In effetti - come il vecchietto che
ho visto dal barbiere - egli potrebbe non avere alcun nome ed essere, alla
lettera, "chiunque". La compiacenza nel cercare la vittoria,
camminando su un tappeto di morti, lo rende tristemente simile a tanti. A lui
voglio opporre solo una breve considerazione morale (poiché ormai siamo al di
fuori di ogni ragionevole discorso scientifico): chi colpisce me, colpisce se stesso; uccide l'anima di cui è dotato, e
la costringe a trasmigrare altrove, sulla sponda opposta e complementare alla
sua.
Quindi gli contrappongo soltanto una breve poesia, scritta da uno psicotico manicomiale poco prima di
suicidarsi. Dalla sacra sponda della morte, il poeta malato suggerisce al suo
interlocutore una soluzione che con ogni probabilità l'altro, lo psichiatra,
non è più in grado di udire, né tanto meno di capire. Forse talvolta lo
psichiatra avvertirà la soluzione del poeta in un tacito sussurro, in una notte
traversata da incubi; o forse gli apparirà traslata nel ricordo improvviso di
un figlio; ma non riuscirà mai più - pensiamo - a intuire in essa i segni di
una grandezza che lo trascende.
Ho ripreso la poesia da un libro alla cui compilazione io stesso partecipai in prima persona, adoperando le mie
mani per ribattere pazientemente a macchina carte scomposte e disperse, e per
raccogliere i fogli in un volume coerente. Il poeta ha redatto il breve
componimento nella stessa lingua in cui sono scritti i pensieri del nostro
psichiatra. Eppure, l'immagine del poeta si profila dalla distanza di
un'irriducibile estraneità, dalla quale sembra giudicare con filosofica indifferenza
l'inumana follia del caso che pose l'illustre psichiatra in cima al trono, e
lui, matto e suicida, ai suoi piedi.
Ecco la poesia, s'intitola
Notte stellata
L'abete vicino al lago
trafigge il corpo della luna
e, sangue blu nero
si versa da quella signora
dalla faccia argentata
la cui immagine riflette
sui dorsi di pesci dormenti.
Non esser triste come un albero
non piangere dopo che la pioggia
ha smesso.
Non colpire il tuo simile - dicono i versi - non sentirti superiore. Non cercare di
salvare te stesso a scapito degli altri. Indurendoti in una solitudine
sprezzante trafiggerai la tua anima, madre del mondo, restando solo e triste
col pianto desolato del colpevole. Ciò che soffre uno, lo soffrono tutti; ciò
che soffrono tutti, lo soffri anche tu. Nessuno è diverso da un altro; nessuno può salvarsi da solo. Vedi
l'anima che hai cercato di uccidere come si riflette ovunque intorno a te? Vedi
l'immensità del suo pensiero? Il gesto di ucciderla, amico mio, la moltiplica
all'infinito.
Nicola Ghezzani
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