STARE INSIEME

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arrorHELPERS, VOLONTARIATO E BURN-OUT
arrorIL RISPECCHIAMENTO NELLA PSICOTERAPIA E NEI GRUPPI DI AUTO AIUTO
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PERCHE' STARE INSIEME?

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L'uomo è per natura sociale, dicono psicologi e antropologi. In verità lo diceva già Aristotele: il quale definiva l'uomo uno zòon politikòn, un animale politico. Lo intendeva nel senso della pòlis, cioè della città: quel tessuto dinamico e concentrato di confronti e di scambi che è proprio della società organizzata. Noi potremmo assumere l'uomo al suo livello minimo, e dire: l'uomo è un animale tribale: egli realizza la sua natura sociale entro una comunità materiale e/o ideale che abbia almeno la dimensione e la struttura coesa di una tribù. La tribù è l'unità sociale minima: mentre in una tribù possono convivere molte famiglie, una famiglia, isolata dalla sua tribù, è condannata alla miseria materiale e alla morte.

Ciascuno di noi, dunque, vive non solo in famiglia e in società; egli vive altresì - che lo sappia o no - in tribù. A quali e a quante tribù apparteniamo?

Io, per esempio, benché sia un individuo con attitudini introversive, riconosco di aver fatto parte volontaria e attiva di molti gruppi organizzati (tribù costruite dalla volontà di alcuni individui molto motivati): da quelli politici, artistici e sportivi della mia giovinezza, fino al gruppo di Psicopatologia Dialettica, alle Associazioni LIDAP e AMA, e ai gruppi di scrittura creativa. Questi gruppi e associazioni mi hanno caratterizzato non meno dei gruppi di amicizia spontanea, e solo un tantino meno di quelli di appartenenza familiare. Hanno completato la mia umanità.

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Ogni epoca ha sofferto di esclusioni: gli individui considerati inadatti al vivere sociale erano esclusi dalla comunità nelle forme più varie: alcuni erano ostracizzati, cioè cacciati fuori della cinta urbana - cosa che equivaleva pressoché alla morte o comunque alla vita raminga e selvaggia, perché fuori del cerchio magico della comunità non c'era nulla. Altri, in epoche successive, furono internati: chiusi in luoghi simbolicamente e materialmente estranei al vivere civile: lazzaretti, carceri, manicomi. In entrambi i casi, l'esclusione equivaleva ad una condanna a morte civile.

Tuttavia, mai come oggi la pratica dell'esclusione è una "libera scelta": gli individui del mondo contemporaneo si separano sempre più dagli altri, pensando di non poter fare altrimenti, o perché si sentono indegni e inadeguati, dunque inferiori; o anche perché al di fuori del rapporto umano (affettivo e sociale) si sentono più forti e più liberi, ossia superiori. Figura consueta del mondo moderno: l'uomo "mondano" che in apparenza sta con tutti, ma che in realtà coltiva interiormente la più radicale solitudine. E' infelice, ma non lo sa; è "cattivo" (dal latino captivus, prigioniero: in questo caso di se stesso), ma se ne compiace.

Non di meno, l'individuo che rifiuta attivamente la socialità, né più né meno di colui che è escluso dal mondo sociale per azione altrui, è impedito di realizzare la sua più vera e intima natura: che è umana in quanto è sociale.

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Dagli inizi dell'ottocento in poi viviamo in grandi Stati nazionali o plurinazionali, i quali hanno concentrato in poche mani il destino delle persone. Uniformare la società sotto la bandiera dell'unità di patria, lingua e religione ha comportato due conseguenze negative: ha ridotto le differenze individuali e culturali e ha inibito la creazione di gruppi operativi spontanei. Lo Stato è così divenuto un grande "Mostro Autocratico" che ha da una parte parcellizzato, atomizzato il tessuto sociale, facendo di esso un infinito e disarmonico collage di esistenze individuali; dall'altra ha canalizzato verso di sé tutte le richieste (e dunque tutti i bisogni) dei cittadini, sino al collasso della domanda e della risposta. Nuove forme di socialità, a questo punto, sono sorte spontaneamente per dar luogo a organizzazioni complementari e in parte concorrenziali alle strutture dello Stato, troppo lontano dalla vita quotidiana per comprendere le esigenze dell'uomo comune.

Spesso, sono gli stessi dipendenti pubblici - quali medici, psicologi, assistenti sociali, infermieri ecc, poco attenti e motivati - a sminuire e invalidare l'esperienza del cittadino bisognoso che a loro si rivolge. La cosa é stata ben descritta, in forma parodistica, da Valentina Cultrera nel libro L'anima in trappola (Mondadori), dedicato alla sua esperienza personale col panico e alla consapevolezza derivatale dalle molte esperienze altrui conosciute come Presidente della LIDAP.

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Poggiato sulla naturale socialità dell'uomo, il gruppo organizzato può rivelarsi molto funzionale.

Il "noi" di cui è costituito il gruppo, se interiorizzato, è in grado di modificare, potenzialmente in meglio, l'alienazione psicologica dell'individuo immettendolo in una nuova dimensione.

Nel gruppo, si attivano le attitudini empatiche individuali. Posso, per esempio, identificarmi con il paraplegico segregato sulla sua sedia a rotelle, disdegnato dall'universo sociale, intristito e rassegnato, e condividerne il dolore, parteciparne il senso di umiliazione per la sua dignità offesa - non solo dal vulnus naturale, ma anche da quello sociale, inflitto dagli altri esseri umani. Posso allora sentire dentro di me ciò che lui si proibisce di sentire: il valore della sua vita, la rabbia d'essere offeso, il bisogno di riscatto. Se sono in sintonia e se lui é in sintonia con me, io con il gruppo posso aiutarlo a vivere questi sentimenti, oppressi e tagliati fuori della sua coscienza.

A questo punto si assiste alla rinascita spontanea di ciò che Laing definisce come la sicurezza ontologica, ossia la sicurezza di base: il sentimento di dignità personale derivato dall'individuazione delle proprie motivazioni di base e nella loro effettiva messa in opera.

L'insicurezza individuale può derivare da diverse cause: da invalidazione sociale (la società in parte o in tutto nega la dignità di un individuo, danneggiando ciò che egli tenta di essere o di diventare); da accuse interpersonali (laddove un gruppo ristretto o una persona - madre, padre, coniuge ecc. - danneggiano l'individuo) o, infine, da autoaccuse interne (superegoiche), dove il soggetto danneggia se stesso. In tutti questi casi il "noi" del gruppo può condurre il suo membro patologico alla messa in discussione di questi tre punti (invalidazione sociale, accuse interpersonali, autoaccuse); alla promozione di un diverso sistema di giudizi intrapsichici personali; fino a farlo pervenire infine a un più adeguato grado di auto-accettazione.

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Cos'è il mutuo aiuto?

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Mutuo vuol dire reciproco, dunque solidale. Si é solidali perché s'intuisce che la propria essenza generica è meglio realizzata nella totalità umana, nell'umano in tutte le sue varianti e possibilità. Si é realmente auto-affermativi nella misura in cui nella realizzazione di sé c'é l'altro, l'altro come fine e non come mezzo.

Benché siano caratterizzati da un bisogno di natura imperativa, da un bisogno che si esprime come piena e libera energia vitale, entrambi i movimenti (verso l'altro e verso sé) costituiscono i due aspetti correlati dell'amore sano. L'auto-realizzazione sana si giustifica in senso etico perché se un atto é autenticamente personale, ossia inteso alla realizzazione di sé come persona, esso comprende il sentimento dell'altro, cioè la sensibilità.

In questo senso la sensibilità del gruppo (come in psicoterapia) non é empatia priva di direzione. L'empatia ha una direzione implicita, quella attiva e terapeutica data dalla sensibilità.

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Dunque il gruppo serve: A) a sostituirsi al noi interiore, quando questo difetta; e B) a offrire potenzialità sociali reali.

Dal punto di vista psicologico, il gruppo è in grado di favorire la critica al proprio super-io personale quando questo é disfunzionale (persecutorio, punitivo, ridicolizzante, sacrificale, alienante annichilente) restituendo al soggetto la sua attitudine ad essere sano. Essere sano implica dunque sia una capacità di intimo e amichevole dialogo con se stessi (solitudine dialogica), sia la capacità di relazionarsi in modo ricco e attivo (socialità dialettica), e per entrambe le cose è necessario avere un'opinione sufficientemente buona di sé. Dall'altra parte il gruppo è anche in grado di offrire strumenti pratici, i quali derivano dall'aiuto concreto che talvolta le persone possono offrirsi scambiando fra pari.

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(I tre articoli che seguono sono nati nel contesto del mio lavoro con la LIDAP, dove hanno rappresentato importanti momenti di riflessione e di maturazione).

HELPERS, VOLONTARIATO E BURN-OUT

Nell'incontro di Firenze del 9 Ottobre 1999 è stato attentamente dibattuto il problema della formazione degli helpers. Personalmente, ho espresso l'opinione che l'helper tenda a modellare il proprio "essere helper" sulla figura del terapeuta; perché il terapeuta è il "modello ideale" di riferimento talvolta anche per chi non ha fatto direttamente un'esperienza psicoterapeutica. Questa idealizzazione del terapeuta è stata probabilmente favorita, nelle prime fasi di vita della LIDAP, dall'Associazione stessa, per esigenze di efficacia e di sopravvivenza, nonché per una dipendenza implicita da modelli in grado di generare fiducia e offrire sicurezza. Ebbene io penso che, allo stato attuale della vita associativa, tale idealizzazione oltre che inutile è dannosa; e dico perché.

Intanto occorre spiegare che cos'è una idealizzazione. Idealizzare significa farsi un ideale, cioè un modello (un "eroe" più o meno ricalcato su realtà conosciute) con il quale un individuo in crisi gestisce "per interposta persona" i suoi problemi caratteriali. Il carattere del dappista è tale che egli è vittima di doveri di ruolo (doveri affettivi sacrificali, doveri di prestazione sociale) particolarmente esigenti, che soffocano la vita naturale della sua personalità. Di conseguenza, il dappista è costretto a evitare le situazioni che lo metterebbero in conflitto con questi doveri. Il modo più efficace per realizzare la schiavitù ai doveri di ruolo e l'evitamento del conflitto con essi è avere un modello di autocontrollo. Il modello del soggetto ansioso è sempre un modello di onnipotenza, estraneo e "superiore" alle cose di cui ha paura; in tal modo, riferendosi a questo modello, la persona ansiosa "controlla" le aree di conflitto e di sofferenza presenti nella sua personalità. Per questo motivo, il modello onnipotente della persona ansiosa è pervaso da ideali come la forza di carattere, il perfezionismo morale, l'oblazione sacrificale, l'efficienza lavorativa ecc. Questi ideali si auto-promuovono, si confermano, squalificando i loro opposti, che sono sempre stati emotivi importanti e significativi come il bisogno di solitudine, la delusione, l'insofferenza, la rabbia, ecc.: cioè stati emotivi che derivano da bisogni di autonomia insoddisfatti.

Ebbene, l'immagine del terapeuta, presa a prestito dal dappista helper, rappresenta per lui proprio a) l'obbedienza ai doveri di ruolo, sia affettivi che sociali, (si immagina che il terapeuta sia una specie di santo privo di debolezze) e rappresenta b) l'obbligo di evitare i conflitti (si immagina che il terapeuta sia un mostro di autocontrollo). Questa immagine purtroppo è favorita - spesso inconsciamente - dagli stessi terapeuti. Ma è dannosa. Affascinato da questa immagine l'helper fa col suo gruppo quello che spesso fa già con la sua famiglia e nella sua vita privata e sociale: diviene facilmente una persona schiava del dovere, piena di impegni, incapace di dire di no, angosciata dall'idea ossessiva di non essere all'altezza. Ebbene, insistere con questo "modello di perfezione" implica un rischio studiato dalla letteratura scientifica: il rischio del burn-out.

Cos'è il burn-out? Burnt-out in inglese significa "bruciato", e in termini tecnici indica il momento in cui un operatore sociale ha un crollo psicologico. Il crollo può manifestarsi con una crisi ansiosa, una depressione, o - molto raramente - con sindromi più gravi. Il processo che porta al burn-out è questo:

1. Per motivi affettivi o per senso del dovere, l'operatore si carica di responsabilità relative al suo servizio e agli assistiti (claustrofilia). In questa fase avviene la rimozione dei bisogni personali.

2. Per essere all'altezza del ruolo l'operatore occulta la propria "debolezza", cioè proprio i bisogni rimossi, che sono bisogni di liberazione relativa dal ruolo e/o di comprensione reciproca.

3. A questo punto l'operatore sviluppa rifiuto o addirittura odio inconscio per il ruolo (claustrofobia), e di conseguenza senso di colpa. La reazione che segue è "riparativa" e l'operatore si obbliga ad una superprestazione: cioè a fare ancora meglio e ancora di più.

4. In seguito a quest'ultima costrizione, l'operatore cede e "scoppia"; va cioè in crisi personale e/o sviluppa malevolenza e desideri di sabotaggio nei confronti del servizio.

E' evidente che una dinamica di tal genere fa male sia agli operatori che ai gruppi che all'intera Associazione. L'helper deve essere consapevole di questo grave rischio e deve sapersene difendere. In che modo? Egli deve sorvegliarsi e mettersi in allarme non appena avverte in sé i sintomi citati. Quindi: non dovrà correre alla "normalizzazione" di essi (non dovrà "far finta di niente"), ma al contrario cercare aiuto:

a) dal suo terapista (quando ce l'ha);

b) dal suo gruppo, delegando ai più competenti alcune sue funzioni.

Se è in grado di fare ciò l'helper è un vero helper, perché fa circolare la comunicazione. Le zone opache della sua coscienza vengono chiarite dal gruppo; la stessa legittimazione dei bisogni rimossi avviene nel gruppo, e ciò crea la circolazione implicita del ruolo e l'educazione degli utenti alla gestione dei problemi altrui oltre che dei propri.

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IL RISPECCHIAMENTO
NELLA PSICOTERAPIA
E NEI GRUPPI DI AUTO AIUTO

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Vorrei innanzi tutto riprendere e commentare le belle parole scritte da una collega - una psichiatra evidentemente "appassionata" - in un precedente numero della rivista (Flavia Valtorta, Newsletter Lidap, 2000, n. 4):

"Il panico è il tentativo di controllare, di tenere fuori un mondo emotivo intricato e pauroso. E così facendo ci si nega la totalità dell'esperienza.
... Il panico è evitare di esplorare il proprio mondo interno. La mente è impegnata a valutare la pericolosità delle situazioni che si sta vivendo, e tutto si riduce ad uno "star bene / star male" indifferenziato, una "notte in cui tutte le vacche sono nere".... Cosa si impara da questa esperienza?
... Interpretare i segnali di malessere non come presagi di catastrofi, ma come utili messaggi provenienti dal proprio mondo interno.
... Integrare natura e cultura."

Concetti del genere, così profondi in senso "filosofico" e così vicini all'esperienza conoscitiva e terapeutica del panico, scritti da una psichiatra, una persona che potrebbe essere lontana anni-luce dall'esperienza viva e concreta degli attacchi di panico, alcuni anni fa sarebbero stati semplicemente impossibili. Oggi quegli specialisti che un tempo avrebbero potuto essere fra i più lontani nel comprendere "dall'interno" l'esperienza fisica e psichica del panico sono messi nella condizione di comprenderla a fondo, e lo fanno. Questo è il segno più sicuro della straordinaria maturazione concettuale ed esperienziale realizzabile grazie allo strumento della rete associativa e implicitamente del gruppo di auto-aiuto, che promuove la cultura del confronto e dello scambio. Una "semplice" associazione di volontari ha fatto maturare questa coscienza (come ha fatto con la mia); questa coscienza, a sua volta, ha fatto e farà maturare i suoi pazienti, e attraverso la testimonianza scritta farà maturare l'intera associazione.

Il panico indubbiamente deriva da una scarsa consapevolezza del proprio mondo interno. Ci sono persone talmente alienate da se stesse, talmente estraniate dalla conoscenza del proprio mondo interno (mondo fatto di ricordi, di emozioni, di fantasie, di sogni, di desideri, in tanti casi mondo scisso e conflittuale, pieno di dubbi e contraddizioni) da non riuscire nemmeno a rivolgere uno sguardo su di esso. Il terrore di scoprirvi il negativo assoluto, nella forma di una debolezza vergognosa o di spaventose ed esecrabili cattiverie e perversità, è tale da tenere queste persone prigioniere di una maschera di inconsapevolezza, una maschera di fragile e dubbiosa "innocenza".

Ci vuole una sottile intelligenza per fingere di non avere intelligenza, ha scritto una volta R. D. Laing in un suo libro. Molte forme di inconsapevolezza nevrotica sono in realtà complessi sistemi di inganno e di auto-inganno.

L'approssimazione ad una guarigione (che è riconquista dell'integrità dell'io nella sua funzione di mediazione fra la coscienza e il mondo rimosso dei propri bisogni) non può non passare, allora, per la ritrovata capacità di dialogo fra le due metà separate della propria psiche.

In taluni casi la paura del dialogo diretto con se stessi è talmente grande che solo la mediazione di un "altro" può aiutare a realizzarla. Questo "altro" da cui dedurre la piena intuizione di se stessi e la fiducia nella propria umanità può essere rappresentato da un terapeuta, ma può egualmente esserlo da un gruppo. Il problema centrale di una terapia come di un'interazione di gruppo è, in parte, il medesimo ed è quello del "rispecchiamento".

Il soggetto genericamente "nevrotico", cioè con problemi dell'emotività, del carattere o della personalità, ha una terribile paura dello specchio interiore.

Un mio vecchio paziente ogni volta che incontrava i suoi occhi nello specchietto retrovisore dell'auto era folgorato dall'angoscia di sentirli come "occhi da mongoloide": inermi, vacui, da vittima. Un'altra paziente era tormentata da una dismorfofobia, la paura, irragionevole, di avere dei tratti somatici "mostruosi": e si era pertanto sottoposta a infinite cure dermatologiche che avevano, negli anni, reso la sua pelle una sorta di pellicola trasparente, fragile ed ipersensibile. Un'altra paziente, invece, in una fase positiva dell'analisi, sognò di vedersi riflessa in uno specchio nelle sembianze di un Frankenstein, e di piacersi: segno che stava cominciando a venire a patti con l'idea, fittizia, d'essere cattiva: Frankenstein è un mostro buono, che rivela d'esser vittima d'un pregiudizio, quindi migliore di tanti malevoli personaggi intorno a lui. Il sogno segnalava che il suo sguardo interiore andava dissolvendo la sensazione panica che personaggi interiori la accusassero di terribili colpe.

Allo stesso modo, in gruppo l'io è di fronte all'"altro" come di fronte a uno specchio. La prima reazione è, di solito, una volontà di fuga: e se lo specchio mi dicesse proprio quello che temo? Cioè che sono un essere informe, pieno di debolezza e di cattiveria? Ma presto le paure si incrociano e si riconoscono fra di loro: tutti hanno la stessa paura: possibile che il mondo sia una collezione infinita di mostruosità? Sorge allora il benefico dubbio che ci si sia posti, sinora, di fronte agli inganni di uno specchio deformante!

Il fatto stesso di stare insieme può a questo punto portare a due soluzioni possibili: o si organizza la totalizzazione massima dell'inganno e dell'auto-inganno reciproco - la collusione - per cui si sta insieme sulla base di comunicazioni fittizie o fatue e sulla base di false mete, per nascondere ciascuno i propri dubbi sulla propria reale natura, oppure il gruppo comincia finalmente a lavorare. Ed ecco che, allora, se il gruppo interagisce in modo sano, dietro le varie maschere sociali e dietro l'immagine negativa di se stessi si comincia a intuire l'esistenza di tutt'altra cosa: la voglia di riconoscersi nel simile, di illuminarsi attraverso di lui, di riconoscersi infine come essere dotato di bisogni naturali e di una ricca e sensibile umanità. E' un sospetto persino più grave di quello d'essere dei mostri: se ho dei bisogni, perché allora non sono mai stati soddisfatti? E che potranno fare questi estranei per me? Queste le domande che ci si pone. La rabbia da un parte, la delusione inerme e rassegnata dall'altra sono la prima forma di integrazione passionale, positiva, nel gruppo. Poi sorge l'angoscia: qualcuno può davvero aiutarmi a cambiare? E quanto mi farà soffrire questo cambiamento? E' qui che comincia la guarigione: nell'angoscia. Perché nell'angoscia ci si sente strappati alle proprie più antiche convinzioni, ai propri passivi adattamenti, ai propri compromessi con la realtà; e ci si sente "chiamati" a rispondere a una voce interiore, chiamati a realizzare la propria autenticità. Chi sono io veramente?

L'io originario, come lo chiama Laing, il vero sé, come lo chiama Winnicott, l'io vocazionale, come lo chiama Anepeta può ora cominciare a dispiegarsi. Questo è guarire: liberare l'io interiore, l'io intrinseco dalle accuse interne (i sensi di colpa) che lo hanno paralizzato e dalle angosce catastrofiche che lo terrorizzano. Si tratta di un processo di autocoscienza, che può - e talvolta deve - essere mediato dall'attiva partecipazione dell'"altro": il terapeuta nella sua funzione interpretativa e di transfert (gli affetti che scorrono nell'interazione col paziente); il gruppo nella sua amplificazione e analisi multipla delle immagine interne di ciascuno e nel processo graduale di approssimazione ad una verità espressa "democraticamente" dal "senso comune" del gruppo.

Nella mia esperienza ho scoperto che questi due processi (psicoterapia e gruppo di aiuto) possono interagire perfettamente fra di loro, aumentando le potenzialità auto-conoscitive, dunque auto-terapeutiche, del singolo individuo. Cosa che mi ha confermato nella mia convinzione che la "malattia" psichica è un prodotto sociale (in verità, uno dei peggiori), che solo un processo sociale può risolvere interamente.

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GIOCARE A INTERPRETARE

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A conclusione del corso di formazione per "facilitatori di gruppo" volontari (i cosiddetti helpers), tenuto nell'anno 2000 per conto della LIDAP, mi vennero alla mente alcune considerazioni, che diedero il via ad una ricca elaborazione, di cui tento ora di fare una sintesi riassuntiva.

Chi è l'aspirante helper? Che persona è, e perché fa un corso che lo abiliti alla conduzione di un gruppo? Cosa si aspetta da un simile corso di formazione? Qual è il suo livello di salute psicologica? A quale livello di competenza possiamo farlo pervenire? Fare il corso di formazione e condurre un gruppo aumenteranno anche il suo livello di salute? E infine: qual é in generale la funzione di un helper all'interno del suo gruppo e dell'intera Associazione?

Tutte domande che chiedono e meritano un'attenta risposta.

Il gruppo raccoltosi da noi a Roma per fare il corso aveva una composizione eterogenea. Alcuni dei candidati ricoprivano già "di fatto" il ruolo e le funzioni dell'helper; molti altri, invece, non avevano mai beneficiato di un gruppo né come promotori né come fruitori. La presenza degli "helpers di fatto" ebbe pertanto la massima importanza sia per il fluido scorrimento dei lavori, sia per la risoluzione di alcuni punti nevralgici che vennero, inevitabilmente, alla luce in importanti momenti critici. L'esperienza di questi helpers creò una ricca atmosfera di gruppo che finì per aiutare anche i meno esperti. Tuttavia, nonostante il validissimo aiuto avuto dagli "helpers di fatto", nonostante io fossi lì essenzialmente nel ruolo di formatore, mi trovai spesso nella circostanza di dover fornire interventi di tipo terapeutico. Il fatto mi colpì, e vi dedicai pertanto un'accurata riflessione.

Innanzitutto, occorre prendere atto che la figura dell'helper è perlopiù una figura "in corso d'opera". In questo, egli non è diverso da un qualunque essere umano; ma una sottile mistificazione sociale gli impedisce di vederlo e di accettarlo. Innanzi tutto, occorre notare che anche psicologi e psichiatri possiedono nuclei ansiosi e nevrotici, ma tendono perlopiù ad occultarli. Lo fanno per questioni di "immagine", dunque di "adeguatezza sociale". Nei fatti, essi spacciano l'ideologia che esistano individui onnipotenti, indenni dai conflitti psicologici, e individui im-potenti, i cosiddetti "malati", che devono pertanto essere oggetto di gestione e di cura. Ciò è falso: il conflitto psicologico colpisce chiunque; in una qualche misura esso fa parte del normale processo di vivere e mutare nel tempo.

Alcune scuole di formazione alla psicoterapia - in verità poche - includono il concetto di "malattia normale" nella loro ideologia (le scuole psicoanalitiche, che raccomandano analisi terapeutiche personali, eventualmente da rinnovarsi all'occorrenza; la psicoterapia umanistica esistenziale; e naturalmente la psicopatologia dialettica).
L'unica differenza tra uno psicoterapeuta e un helper è che lo psicoterapeuta è consapevole della sua "mancanza", e inserisce questa consapevolezza nella sua professionalità; l'helper al contrario benché conosca la sua mancanza, la aborrisce e vorrebbe espellerla dal campo della sua coscienza e della sua vita.

Dunque, anche l'helper, come lo psicoterapeuta, e come ogni essere umano, è preda di un conflitto interno, che può esprimersi in sintomi: dunque mentre conduce il suo gruppo può essere oppresso da angosce e da sintomi. Con una battuta potrei dire che ogni helper si porta addosso un cartello con su scritto: "work in progress", "lavori in corso": la sua guarigione è sul percorso dell'essere helper; non è un dato di fatto acquisito in assoluto. Raramente l'helper ha interiorizzato una salda sicurezza relativa al percorso evolutivo di guarigione effettuato; più spesso (anche se già conduce gruppi), ha un elevato grado d'insicurezza, dovuto ad almeno tre fattori:

1) non ha ancora completato il suo percorso psicoterapeutico o di autoguarigione;

2) ha preso l'impegno di mettere in gioco se stesso in una situazione che coinvolge la vita e il destino di molte altre persone con le quali è fortemente identificato;

3) non dispone di una teoria che lo sostenga intellettualmente nei momenti critici (ha cioè appoggi affettivi - p.es. lo psicoterapeuta o il gruppo -, ma non dispone di solidi appoggi concettuali).

Ebbene, il problema dell'insicurezza relativa all'identità di ruolo si ritrova identico, ma ovviamente più scoperto, negli aspiranti helpers dei corsi di formazione. Gli aspiranti helpers che già conducono un gruppo poggiano una parte della loro sicurezza sulla competenza esperienziale acquisita "sul campo", e sull'affetto così conquistato. Ciò nondimeno, essi sentono in modo acuto (benché talvolta nascosto) che per quanto salda sia la loro competenza, la loro sicurezza non lo é altrettanto. Di solito dichiarano l'esigenza che il corso li "addestri" semplicemente allo svolgimento delle funzioni proprie del ruolo, ma in realtà, più sottilmente, essi avanzano esigenze terapeutiche specifiche, cioè di gruppo. Per contro, gli aspiranti helpers che non hanno mai fruito di un gruppo sono invece scopertamente in ansia (perché il gruppo può mettere in gioco intense dinamiche emotive), e spesso manifestano l'esigenza terapeutica in modo palese.

Per tali motivi, avvertiti in modo empatico, l'esperienza che volli realizzare a Roma durante il corso fu di miscelare la formazione con dinamiche di auto- e mutuo-aiuto e di psicoterapia di gruppo. In quest'ottica, sovente richiesi i feed-back emotivi di alcune dinamiche (perché queste non fossero drammaticamente rimosse) invitando a un'interpretazione di gruppo (e sopperendo personalmente quando questa mi pareva carente o difettosa). Riscontrai allora importanti benefici a carico dei più bisognosi e solo in un paio di casi furono avanzate resistenze, peraltro non dannose; in più, riscontrai sempre la crescita globale del gruppo.

In linea con questa metodologia, nell'ultimo incontro del Giugno di quell'anno ideai e attivai un gioco interpretativo di gruppo. Invitai qualche volontario a raccontare la sua prima esperienza di panico e ciascun partecipante a prendere nota sul proprio taccuino di ogni particolare ritenuto di rilievo; poi, invitai i partecipanti a porre domande, cioè a fare una vera e propria intervista clinica; infine, chiesi a ciascuno di fornire un'interpretazione personale delle cause dell'attacco di panico. La conclusione fu di grande interesse. Come avevo previsto e verbalizzato, arrivammo non solo a concordare un'interpretazione di gruppo per ogni singolo evento, ma anche a formulare una teoria psicopatologica "implicita", embrionale, sufficientemente articolata. In sintesi (sintesi da me compiuta in qualità di formatore psicoterapeuta) si ravvisò in ogni singolo episodio l'insorgenza di un momento psicologico conflittuale, carico di valenze rabbiose, nei confronti di parenti importanti o di valori di riferimento; momento conflittuale rimosso, "annullato" dall'attacco di panico, il quale fu così individuato come una variazione psicosomatica del senso di colpa.

Quest'ultima considerazione apre una serie di conseguenze deduttive. A mio avviso, il lavoro di facilitazione dell'helper nei gruppi di auto mutuo aiuto dovrebbe essere inteso come "pieno" di contenuti. La mera facilitazione a stabilire legami collaborativi e a mettersi in azione su problemi "concreti" é valida soprattutto per i gruppi su tematiche mediche o sociali (handicap, divorzio, parentela con malati organici ecc.) Per contro, i gruppi di auto aiuto che si occupano di psicopatologie non possono prescindere dal facilitare anche contenuti interpretativi relativi alle cause dei disturbi; quindi non possono prescindere dal valersi di una teoria dello specifico psicopatologico (sia pure in una forma embrionale). Diversamente si rischia la confusione teorica (la Babele delle lingue) e un certo spontaneismo pragmatico, come il supporre che incitamenti, incoraggiamenti, "esposizioni", passeggiate guidate (pur utili per tanti aspetti) possano di per se stessi risolvere il problema.

In sintesi, la necessità di giungere insieme a un momento teorico e la possibilità di giungervi mediante giochi interpretativi pensati ad hoc è un dato di grande rilevanza espresso dal nostro corso, dato che sembra porre l'esigenza di un nuovo standard nella formazione dell'helper.

Per parte loro, molte Associazioni - come io stesso ho potuto costatare - sono ormai giunte alla maturità necessaria per sostenere quest'importante e implicita esigenza.

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