ATTACCO DI PANICO E TERRORISMO

newyork

Giovedì 7 luglio 2005 sui maggiori quotidiani nazionali è comparsa la notizia che qui in Italia è divenuta legge dello Stato la proposta di legge che chiedeva la punibilità della pratica rituale dell'infibulazione. Oggi, finalmente, l'infibulazione può essere punita con la prigione da 4 a 12 anni (e tale pena può essere aumentata di un terzo nel caso, non infrequente, che la vittima sia una minorenne).
Ricordo che si definisce col termine «infibulazione» una cruenta e arbitraria operazione di chirurgia rituale sul corpo femminile, praticata da numerose popolazioni del nord e del centro Africa. L'operazione presuppone due fasi. Nella prima, si recidono (e si buttano nella pattumiera) parti del genitale femminile (clitoride e ampie porzioni delle labbra vulvari). Nella seconda fase, dopo l'escissione di quelle parti, si ricuce col filo quanto rimane delle labbra vulvari; la cucitura - secondo il rituale comandato - deve essere a tal punto stretta da salvare solo un minuscolo forellino, necessario per orinare e consentire il flusso mestruale.
Non c'è bisogno di una complessa cultura antropologica per capire quale sia la finalità per la quale si perpetua tale orrenda pratica. L'operazione viene effettuata allo scopo, fin troppo trasparente, di erigere a valore assoluto la verginità femminile, che viene controllata nel modo più ferreo, e di introdurre la donna - sin da bambina - a una ideologia del dolore che la porterà con lo sviluppo a divenire la schiava dell'uomo. Oggigiorno, si calcola che un numero variabile tra i duecento e i trecento milioni di donne portino sul corpo queste orrende mutilazioni.
Ogni spiegazione più o meno «scientifica» tentata in occidente per motivare e persino giustificare la pratica non è valsa a ridurre l'orrore che essa provoca nel senso comune; ed è sulla base di questo orrore che si è giunti alla legge riportata dai quotidiani del 7 luglio.
La notizia della promulgazione della legge era tuttavia accompagnata da una nota a margine che riferiva l'astensione (e persino l'opposizione) di alcuni parlamentari. Una senatrice ha avuto il coraggio di esprimersi in questi termini: «La legge è troppo repressiva. La pratica è violenta e va contrastata, ma senza presunzioni culturali. Che dire delle nostre minorenni che si rifanno il seno per compiacere l'immaginario maschile? In entrambi i casi si tratta di pratiche che hanno un substrato culturale».
Che a esprimere tali concetti sia stata una persona cui è stato conferito il diritto di rappresentare le massime istituzioni politiche italiane fa vergogna. La senatrice non nota, infatti, la differenza che c'è fa una pratica imposta con la forza (una coercizione fisica) e la libera scelta di una donna di praticare o meno la chirurgia estetica. Non risulta che nel mondo dei paesi democratici le bambine di due, tre anni siano obbligate a interventi di chirurgia plastica per compiacere il maschio; e qualora ciò accadesse i responsabili sarebbero ovviamente condannati dalla legge.
Che dei politici italiani abbiano potuto opporsi a una legge così palesemente legata al concetto democratico di eguaglianza dei cittadini e di divieto dell'abuso della persona e quindi della violenza fisica e psicologica dà l'idea di quanto sia di fatto virulento lo scontro di civiltà, che tanto si dice di voler evitare. Per puro opportunismo politico e per strizzare l'occhio alle frange integraliste di una certa cultura, si chiude l'altro occhio sul significato dispotico e repressivo dell'infibulazione.
Con l'infibulazione, la metà maschile di determinate popolazioni (sotto la direzione della casta clericale) stabilisce un imperio sulla metà femminile, imponendole di fatto un regime di dolore e di terrore. Sin dalla più tenera infanzia, la popolazione femminile di queste società viene sottoposta per volontà condivisa a un intervento che ne violenta e ne mutila la dignità fisica e morale.
L'emancipazione della donna viene dunque impedita con lo strumento consapevole del terrore.
Ora facciamo un piccolo salto logico e parliamo di un argomento affine. Il 7 luglio del 2005 (lo stesso giorno della notizia relativa alla legge sull'infibulazione) abbiamo assistito in diretta televisiva a nuove, raccapriccianti scene di terrorismo internazionale. Londra è stata funestata da esplosioni che hanno ucciso decine di persone innocenti. Solo pochi giorni dopo, nella notte fra il 22 e il 23 luglio, nuovi attentati terroristici hanno devastato la località turistica egiziana di Sharm El Sheikh, facendo altre diecine di morti. In entrambi i casi si è voluto colpire simboli del mondo occidentale e del mondo democratico tout court: la capitale degli scambi finanziari e culturali del mondo e una località dove gente di ogni paese (uomini e donne insieme) va a fare il bagno - usanza tipica della nostra cultura, ma che provoca lo scandalo nella cultura integralista che fomenta e promuove gli attentati.
Anche in questo caso, le parti in gioco sono chiare. Una cultura religiosa (nella sua versione integralista), resiste alla trasformazione promossa dalla globalizzazione del mercato, delle merci e degli uomini, e colpisce col terrore l'altra cultura, quella che espande l'area del libero scambio. Per farlo, colpisce la popolazione inerme: vecchi, donne e bambini. E colpisce il futuro di quella popolazione: i suoi giovani.
Il desiderio che la porta a compiere i suoi atti mostruosi è quello di bloccare una mutazione culturale in corso su tutto il pianeta e di circoscrivere per se stessa un'area franca in cui perpetuare e ampliare il proprio dominio.
Secondo questa parte in lotta (ancora una volta sobillata dal fondamentalismo clericale) le donne devono vivere nascoste in abiti informi e lugubri, sotto lo stretto controllo dell'uomo; i bambini non devono essere introdotti al consumo né di merci, né di cultura (in un certo paese furono proibiti anche gli aquiloni); nessuno, né uomo né donna, deve poter leggere altri libri se non il libro sacro; infine, non devono esistere gruppi politici in libera competizione tra loro, perché il potere deve essere saldamente nelle mani della casta dei sacerdoti.
Al fine di scoraggiare sia il mondo democratico (in pratica: Europa, America e una parte consistente dell'Asia), sia le frange moderniste dei loro stessi paesi, i più spietati tra questi gruppi integralisti non esitano a rapire, assassinare, massacrare e fare stragi. Impongono la legge del terrore al fine di far indietreggiare la parte che ritengono nemica.

noterrorismo

Qual è l'affinità fra gli eventi citati e l'attacco di panico? Forse per capirlo meglio possiamo fare un altro breve viaggio antropologico e ricordare che anche il cristianesimo ha avuto epoche di tremendo fondamentalismo. Durante tutto il seicento e il settecento l'Europa e l'America si riempirono di roghi sui quali venivano arsi uomini e donne condannati (dopo tortura) per eresia e/o stregoneria.
Anche in questo caso, venne represso nel fuoco e nel sangue il libero procedere di una emancipazione del pensiero e della morale. Questi uomini e donne si battevano in fondo contro il peccato di «apostasia» - la proibizione a rinnegare la propria fede religiosa - e contro la minorazione della donna, e subivano per ritorsione atti punitivi di terrore e di morte.
In tutte le epoche, dunque, e sotto tutte le latitudini, la legge del terrore è servita a dissuadere le popolazioni e le singole persone dal modificare lo stato delle cose, dominato da caste.
La relazione fra questi eventi storici e sociali e il DAP (disturbo da attacco di panico) è quella che segue. Nella mia ipotesi, l'attacco di panico può essere considerato come una minaccia terroristica (e insieme un evento terroristico) intesa a minare l'evoluzione di una personalità.
Così come il terrorismo ha la funzione di minacciare e reprimere l'evoluzione o l'espansione di una civiltà.
Faccio un esempio semplice ma non banale. Una donna sta per sviluppare l'idea di sottrarsi alla segregazione domestica, cui è costretta dalla scarsa scolarità e dalla mancanza di un lavoro, e si avventura per il mondo con l'impulso a ribellarsi alla propria identità di ruolo e di genere. Non vuole essere più una donna sottomessa, una donna «castrata». Forse ha subito il fascino di attaccare il potere del marito (o del padre, o di una madre invidiosa e repressiva), e ha immaginato di avere delle relazioni sessuali libere, o di separarsi dalla famiglia, o di rinnegare la fede religiosa tradizionale. Potrebbe esser stata sedotta dalla fantasia di tradire il padre, o il marito, un giorno che ha avuto un contatto via chat con uno sconosciuto.
A questo punto, mentre è alla guida della sua auto e sta per uscire dal percorso abituale, ha un attacco di panico agorafobico o ipocondriaco. Non è difficile (per l'occhio allenato) vedere che anche in questa donna ci sono due parti in lotta: una parte è collegata a una tradizione morale che lega la donna all'uomo in un destino di perpetua soggezione; l'altra parte vuole l'emancipazione della donna, ma lo fa secondo modalità impulsive, poco riflessive, sulla base di una prassi ideologica che pecca di «onnipotenza» (come quei governi che mandano i ragazzi a spendere e consumare in modo indiscriminato e a fare turismo in paesi ad altissimo rischio, senza dar loro alcuna informazione sullo stato reale delle cose).
L'effetto è il terrore: la parte «fondamentalista», «reazionaria» genera nell'altra il terrore delle conseguenze delle proprie scelte. In breve, il panico porta l'individuo alla paralisi della volontà.

Non è curioso che nell'intimo delle nostre coscienze si svolga un dramma così simile a quello che si svolge nel mondo globale? Come si fa a risolvere una psicopatologia che somiglia così tanto a uno scontro di civiltà? Secondo me, si tratta di mediare e di superare le antitesi. Tuttavia, la mediazione fra le due parti in lotta non può esimerci dallo scegliere quale delle due vogliamo che abbia alla fine la meglio (secondo una scelta che deve avere ben chiari quali sono i nostri bisogni emergenti e le necessità cui deve sopperire la nuova morale che vogliamo forgiare). Se non vogliamo che alla fine vinca la forza bruta (il panico, il terrore) dobbiamo scegliere con matura consapevolezza quali sono i valori che vogliamo promuovere per noi e per i nostri simili. I valori che riteniamo più adatti a sviluppare la nostra idea di umanità.

Non vado oltre. A ciascuno le sue risposte. Ciascuno di noi deve saper elaborare soluzioni secondo la propria personale creatività. Mi limito a suggerire che la Psicoterapia dialettica, di cui io stesso ho scritto e pubblicato alcune delle opere maggiori, si cimenta proprio in questo genere di domande e di risposte: perché ritiene che il particolare della vita psichica individuale non prescinda mai, in nessun modo, dalla dimensione generale della società.
Allo scopo di superare l'angoscia provocata dal panico, sia di origine intrapsichica che dovuto ad eventi catastrofici di natura terroristica o comunque a traumi e disastri oggettivi, la psicoterapia dialettica segnala l'importanza della maturazione psicologica individuale, accompagnata dalla rielaborazione comunitaria che è possibile effettuare nell'esperienza sociale dei gruppi di auto aiuto.

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