Vicissitudini di R. D. Laing in Italia

di Nicola Ghezzani

 

1. Lo spirito di una diffamazione

Quella di Ronald D. Laing in Italia è stata una storia sfortunata. Troppo originale per essere accettato da una cultura psichiatrica conservatrice, egli fu anche troppo versatile e originale per essere compreso dalla cosiddetta “psichiatria alternativa”, la quale professava negli anni 70 un’ideologia politica unilaterale, tendente al dogmatismo, quindi tenuta a un giuramento di fedeltà dottrinale. Circostanza quest’ultima tipica della cultura italiana, che è sempre stata – allora come oggi – pesantemente regolata da fattori di convenienza politica. Portatore di un messaggio di critica culturale alieno a facili arruolamenti “di parte”, nonché uomo di cultura vasta e raffinata, Laing risultò antipatico a gran parte dell’establishment italiano di quegli anni, impregnato di un rozzo marxismo di stampo filosovietico, in taluni casi edulcorato da tortuose letture di Adorno e della filosofia francofortese del pentimento. Sicché, considerato di fatto (in quanto outsider) come un avversario politico, Laing subì anche qui in Italia, dopo averla subita già in patria, quell’ambigua e perversa forma di censura che è la diffamazione. Ronald David Laing, psichiatra scozzese di Glasgow che s’inserisce con naturalezza nella tradizione filosofica dello scetticismo anglosassone, ebbe il merito di introdurre nel campo della psichiatria e delle scienze umane categorie nuove e spiazzanti, in un’epoca in cui fortissima era, soprattutto in Italia, la battaglia ideologica di stampo politico. La sua mentalità non convenzionale lo rese attore di crisi e sommovimenti in gran parte dei sistemi culturali con cui venne a contatto. Sin dal primo dopoguerra (Laing era del 27) portò critiche radicali alle scuole psicoanalitiche ortodosse raccolte nella Società britannica di psicoanalisi, troppo impegnata a dividersi fra seguaci di Anna Freud e seguaci di Melanie Klein (cfr. 2 Grosskurth P. 1986) per accorgersi dell’impetuoso vento di ricerca empirica e d’innovazione concettuale che aveva cominciato a spirare dagli Stati Uniti sin dalla fine degli anni 50, a partire cioè dagli studi americani sulla diade madre-bambino (poi ripresi da Winnicott) e sui sistemi di relazione (la scuola di Palo Alto). La sua cultura aperta all’innovazione e la sua analisi critica, fatta con lo spirito caustico e diretto che era caratteristico del ceto medio-basso scozzese da cui proveniva, gli costò molto cara: il definitivo ostracismo da parte della Società britannica di psicoanalisi, che lo costrinse a ritirarsi dalla scena accademica e a “mettersi in proprio”. Ostracizzato dall’accademia psicoanalitica, poco dopo, egli fu osteggiato con acrimonia anche maggiore dall’accademia psichiatrica (che dominava, ieri come oggi, l’orizzonte globale della speculazione sulle sofferenze psichiche) alla quale contestò uno scientismo rozzo e volgare, privo di qualsivoglia onestà scientifica. Ciò gli guadagnò nemici e detrattori, sicché finì per essere sottoposto ad un fuoco di fila d’inaudita violenza. Gli avversari lo colpirono ciascuno a suo modo e secondo la cultura, più o meno sottile, di cui disponevano. La sua contestazione sociale e culturale, oltre che da un approccio epistemologico di tipo realistico e scettico, nasceva da uno spirito politico d’impronta liberale (con quel poco o tanto di anarchismo libertario presente in embrione in tale cultura) con una forte ascendenza nel repubblicanesimo inglese. Ma poiché negli anni 60 e 70 non ci si poteva considerare, in Europa, “intellettuali critici” se non facendo professione di fede marxista (che Laing non fece mai), visto “da sinistra” il suo lavoro teorico venne contestato e denigrato e infine ricondotto ad una connivenza con l’ideologia borghese (questa almeno fu la critica più consueta che gli provenne da parte della psichiatria alternativa). Allo stesso tempo, tuttavia, inviso all’intellighenzia conservatrice, la sua persona e il suo lavoro furono attaccati con mezzi più o meno raffinati sia da parte dell’establishment psicoanalitico, secondo il quale il suo lavoro teorico poteva essere ricondotto a vecchie ideologie romantiche sulla follia, sia da parte della “destra” psichiatrica, per la quale egli era semplicemente un pazzo (e questa fu senz’altro la critica più offensiva e trachant mossa da parte dell’establishment psichiatrico accademico). “Molti nemici molto onore”, verrebbe da dire. Furono molti a darsi da fare per offuscare la sua immagine. Segno sicuro che il successo “popolare” che lo psichiatra scozzese ebbe in tutto il mondo diede un gran fastidio a destra e a manca.

1. 1. Il mito dell’antipsichiatria.

Il comune denominatore di queste critiche, l’oggetto che le rese uniformi nella meta anche se difformi nello stile, fu il concetto di antipsichiatria, nonostante Laing avesse più volte negato la sua effettiva identificazione con esso. 3 In un’intervista a Bob Mullan dell’88 (Mad to be Normal, in italiano Follia della normalità, RED edizioni, 1998), pubblicata per la prima volta nel 95 (a sei anni dalla morte), Ronald Laing dice: “Pensai che non mi avevano fatto certo un buon servizio editoriale favorendo il mio presunto collegamento con l’antipsichiatria… Molti giornalisti... non hanno pubblicato quello che avevo veramente detto, perché erano determinati a conservare questa storia dell’antipsichiatria e di un movimento antipsichiatrico che non é mai esistito nel senso che dicevano loro. Consideravano Cooper, oppure Cooper e Laing, i due profeti dell’antipsichiatria. Più e più volte avevo detto a Cooper: <<David, é un enorme disastro mettere in giro questa espressione>>. Ma lui aveva un lato diabolico che lo portava a pensare che se lo meritavano... E questo a me non piaceva”. La storia – nota solo a pochi addetti ai lavori – é questa: il termine antipsichiatria fu coniato dallo psichiatra sudafricano David Cooper, persona di un estremo radicalismo ideologico, che “politicizzò” in un senso molto duro e aggressivo la critica alla psichiatria tradizionale già presente, ma in modo più sottile e articolato, nei testi del suo più noto collega Laing. I due psichiatri avevano scritto insieme un libro sulla filosofia di Sartre (1964), e da allora i loro due nomi erano stati sempre più associati, come se le loro idee coincidessero punto per punto. In tal modo le teorie di Laing poterono essere inglobate da critici faziosi nella vecchia categoria del “radicalismo politico” (forse adatta al suo meno prudente collega), e con ciò tacciate di “velleitarismo” psichiatrico e culturale. Ciò, come é ovvio, rappresentò un notevole danno per Laing, il quale aveva formulato proposte teoriche di alta e sofisticata complessità. Queste non furono mai realmente discusse perché associate in modo arbitrario al nome dello scomodo collega. Sicché ancora oggi si parla di Laing come di un antipsichiatra – cosa che egli non fu mai – non, come si dovrebbe, di uno psichiatra e ricercatore sociale che ha introdotto in psicoterapia il concetto di alienazione sociale e la necessità dello studio dei sistemi storici (non solo interpersonali) per la comprensione del funzionamento psichico e dei suoi disturbi. Più correttamente, a proposito di Ronald Laing si dovrebbe parlare di di Psichiatria e Psicoterapia fenomenologico-esistenziale, perché questa è la cultura che maggiormente si evince dai suoi primi e più famosi libri; o anche Psichiatria metapersonale o transpersonale, poiché una parte dei suoi studi – soprattutto quelli sulla psicosi – si cimentò nell’analisi dei sistemi transpersonali e delle distorsioni comunicative; o anche – secondo una locuzione da lui stesso coniata negli ultimi anni – di Psicoterapia Umanistica Integrata, una psicoterapia che incluse sempre di più tecniche che coinvolgevano il corpo e la ri-esperienza di fasi biologiche traumatiche o dimenticate. I campi di cui Laing si interessò furono vasti e molteplici e ognuno di questi fu attraversato in lungo e in largo e modificato alla radice. Tuttavia, nonostante il grande contributo dato alla storia della psichiatria e della psicoterapia Laing non ebbe mai una cattedra universitaria.

2. Laing e l’Italia.

Psichiatria “all’italiana” Sulla scia dell’aggressione culturale subita un po’ dovunque nel mondo occidentale, Laing poté essere emarginato dal dibattito attivo anche qui in Italia. In questo senso, una trattazione a parte meriterebbe la vicenda delle “introduzioni” italiane ai suoi libri, perlopiù ambigue se non del tutto improntate ad una mal dissimulata invidia sociale. Spirito troppo libero per essere accettato dall’establishment psichiatrico anglosassone, dominato dal corporativismo medico e dall’imperialismo farmaceutico, Laing ebbe la colpa, di fronte all’establishment intellettuale italiano, di non prendere una posizione politica “all’italiana”, ossia nelle linee di una professione di fede partitica. Sicché, dopo aver preso botte “da destra” (dalla psichiatria “forte”, quella delle università, assoggettata agli interessi economici della corporazione e alle multinazionali farmaceutiche) finì per prendere botte anche “da sinistra” (da parte di noti esponenti della cosiddetta “psichiatria alternativa”). In particolare, da parte della psichiatria alternativa italiana egli fu mal sopportato proprio per la sua ostinata ricerca di azione culturale prima che ideologica. Ne é prova il fatto che, mentre gli italiani non riuscivano a far emergere dalle pur ricche esperienze sociali relative alla famosa legge 180 nessun modello scientifico di psichiatria che fosse realmente alternativo, Laing studiava l’alienazione nei sistemi familiari, microsociali e microstorici molto prima che ciò divenisse una moda corrente anche da noi. Va notato – per inciso – che Laing realizzava quest’azione innovatrice interamente da solo, non essendo né David Cooper né Aaron Esterson partners di statura intellettuale adeguata all’impresa; mentre gli operatori alternativi italiani ebbero, da un certo punto in poi, un governo nazionale che li sostenne con una legge fatta ad hoc e molti fondi a disposizione. E’ Laing stesso a ricordarlo in una risposta a Bob Mullan, nell’intervista Mad to be Normal: “Se gli italiani avessero deistituzionalizzato del tutto la cosa, credo che avrebbero fatto meglio. Kingsley Hall era una cosa che avevano messo in moto alcune persone senza nessuna disponibilità finanziaria, soltanto una casa abbandonata a nord di Londra. Basaglia aveva dietro di sé tutto il governo a sostenerlo... e invece niente. Eppure la partita non é finita” (p. 202). La differenza sostanziale fra la psichiatria alternativa italiana di quegli anni e la pratica lainghiana consistette in quello che fu l’interesse specifico italiano: fare della psichiatria una questione politica. In sostanza, l’azione della psichiatria alternativa non fu tanto intesa a creare una cultura dello specifico, quanto piuttosto a porsi in qualità di propaggine medicopsichiatrica dell’ideologia comunista – e in particolare dell’ala massimalista –; ideologia propria a tutti i gruppi e i partiti nazionali che si contendevano l’egemonia della sinistra. Essa doveva pertanto inserirsi nel progetto politico della “lunga marcia verso le istituzioni”, o – per chi non trovava il modo o il gusto di inserirsi – della contestazione radicale del “sistema”. Avveniva, in sostanza, nel campo psichiatrico e psicologico quanto già accadeva in ambito di politica culturale: il radicalismo politico, mentre egemonizzava l’educazione delle giovani generazioni, impediva allo stesso tempo, ope legis e con la violenza di piazza, la nascita di una cultura riformista. La ricchezza culturale inerente l’analisi delle patologie della mente (ricchezza in senso lato antropologica) doveva pertanto cedere il passo al proclama politico, pena l’esser tacciati di intellettualismo borghese, cioè di “revisionismo” o, peggio, di “fascismo”.

2. 1. Il nemico di classe

Tutto ciò avveniva senza rendersi conto del limite aberrante insito in ogni politicizzazione radicale della cultura e maggiormente della psichiatria. Nella campo culturale disegnato dalla psichiatrica politica non si tratta più – come accade ormai da tempo nel dibattito scientifico, almeno dacché è stato sottratto alla teocrazia, quindi da Bruno e Galilei fino a Copernico, Newton, Laplace o Darwin – di vivere o morire per una verità. Trattandosi di lotta politica, l’oggetto della contesa non è la verità, sono le persone. Nella lotta della psichiatria politica si può vincere o perdere solo a mezzo di quella “posta in gioco” che sono le persone. Il primo ad essere attaccato è allora lo psichiatra di diversa impostazione, il quale viene visto, né più e né meno, come un nemico di classe. Non le sue teorie, lui personalmente. Ma subito dopo l’attacco è rivolto, con maggior violenza, allo stesso malato. Infatti, quando l’ideologia massimalista si esplicita nella sua radicalità, non solo lo psichiatra del campo opposto, nel suo essere persona fisica, è considerato parte attiva della classe avversa, ma lo è – in modo solo un po’ più sottile – anche il paziente. In sostanza, il malato mentale è considerato vittima dell’ideologia politica opposta, ma lo è in un senso particolare. L’ipotesi psico-politica che si faè che egli stia male – sia appunto malato – perché ha interiorizzato le strutture psicologiche dell’ideologia nemica, le quali essendo alienate (estraniate) dall’“essenza umana naturale” sono la causa diretta della sua sofferenza psicopatologica. Egli sta male perché troppo “borghese”, o “individualista”, o perché non ha saputo riconoscersi parte di un “liberatorio movimento di classe”, perché nega l’“istanza rivoluzionaria” contenuta e celata nei suoi sintomi. E con una crudeltà anche maggiore rispetto a quella che porta il critico letterario o cinematografico di fede comunista ad affermare che Pirandello, Moravia o Fellini erano dei borghesi (dei “fascisti”), perché non avevano riconosciuto nella crisi dei loro personaggi la crisi della borghesia, lo psichiatra politico accusa – attraverso la diagnosi e l’approccio terapeutico – il malato psichiatrico di essere a metà strada fra la falsa e la vera coscienza, che è appunto e non può essere altro che una coscienza di classe. Il malato, dunque, è - in quest’ottica - una vittima connivente, una sorta d’inconsapevole “collaborazionista”. In una simile concezione della psichiatria, il malato finisce per cadere nella categoria del nemico di classe, anche se si ammette che lo è in modo inconsapevole e dunque incolpevole. La psichiatria politica, vedendo il deviante psichiatrico come la vittima di un condizionamento ideologico e comportamentale “borghese”, si candida, in sostanza, alla “rieducazione” del paziente e, con esso, alla rieducazione dell’intera “società malata”. Per capire affondo quali fossero i presupposti ideologici di questa singolare interpretazione del campo psicopatologico offerta dalla psichiatria alternativa italiana degli anni 60 e 70 occorre ampliare il quadro dell’analisi storica e tornare a osservare il bipolarismo del dopoguerra. Occorre ricordare che la psichiatria alternativa italiana di quegli anni era ancora impregnata dell’ideologia leninista e gramsciana dell’intellettuale organico, secondo la quale il leader culturale deve servire la classe “rivoluzionaria” in funzione della futura liberazione. Sulla base di un analogo programma ideologico (secondo il quale l’intellettuale sano e integro collabora con la dittatura del proletariato e, dunque, col Partito Comunista che la rappresenta), in Unione sovietica era consuetudine decennale affermare che l’intellettuale dissidente fosse un malato di mente e che di conseguenza la nevrosi (qualunque nevrosi) fosse null’altro che una “malattia borghese”. Le due proposizioni andavano di pari passo: se la dissidenza è una forma di malattia mentale, la malattia mentale a sua volta è una dissidenza più o meno volontaria, tipica della borghesia, quindi impossibile nello Stato Comunista perfetto. La presa del potere da parte della psichiatria politica in Italia avveniva nella stessa epoca in cui, nell’impero dell’Est, il filosofo marxista Gyorgy Lukàcs affermava con apocalittica violenza che quasi tutta la letteratura occidentale, dal seicento in poi, era affetta dalla “malattia borghese” dell’individualismo, dell’intimismo e del settarismo di classe. In nome dell’Internazionalismo comunista, Lukàcs giungeva a condannare senza appello fratelli di disgrazia come Kafka e Adorno (ebrei come lui), non diversamente da come era già accaduto nel regime nazista, anch’esso a indubbia vocazione internazionale. In sostanza, sia il cittadino di stampo liberale (il “borghese”), sia il dissidente politico erano fatti ricadere nella categoria del malato, riprendendo, in forma adattata al contesto, la vecchia categoria positivista del “degenerato”, in modo tale che essi potevano venire trattati da pazzi ed essere segregati nei manicomi. Questa pratica conduceva in URSS alla sistematica detenzione psichiatrica del dissidente in quanto individuo “malato”, pericoloso per il regime. La psichiatria politica sovietica aveva ricreato in tal modo l’incubo del Grande Internamento di cui parla Foucault: manicomi come lager nei quali segregare tutti: nevrotici e psicotici accanto a politici riformisti e liberali e a intellettuali e artisti dissidenti, perché giudicati tutti alla stessa stregua come malati di mente da perseguire e controllare. La pratica fu talmente generalizzata che nel 1970 (secondo dati diffusi dopo il crollo del muro di Berlino) erano rinchiusi nei manicomi sovietici ben 3.350 noti dissidenti politici. In Italia, rifiutata questa pratica come reazionaria, contraria allo spirito della democrazia che si intendeva conquistare dall’interno, ci si orientò piuttosto verso una soluzione di tipo cinese. In Cina in quegli anni il paziente psichiatrico, il malato di mente, non era considerato un malato meritevole di cure mediche, perché lo si considerava dal punto di vista politico come un deviazionista borghese. Ma in una radicale inversione rispetto al comunismo sovietico, egli non era da condannare (come invece accadeva in URSS dove erano condannati e quindi “curati” come malati mentali anche i dissidenti); in Cina il malato di mente, considerato un deviazionista, era da rieducare. Dunque, mentre in URSS il liberale, il social-democratico e il dissidente venivano messi in manicomio e lì dimenticati per decenni, in Cina il malato mentale – dal nevrotico allo schizofrenico – era considerato un dissidente politico e perciò affidato al dirigente locale di partito, il quale lo metteva a lavorare nei campi o nelle città allo scopo di rieducarlo. In sostanza, in entrambi i casi, sia in URSS che in Cina la proposizione ideologica comune era: “Schizofrenico o dissidente, per noi tu sei la stessa cosa: un pazzo. Sei malato in quanto non sei abbastanza comunista. Dimostrerai di essere sano di mente solo quando accetterai di vivere 8 secondo la giustizia sociale e l’equilibrio morale del comunismo”. Ma mentre in URSS la soluzione era rinchiudere, in Cina la soluzione era quella di immettere i devianti nel territorio per rieducarli. In modo simile, in Italia si pianificava – senza nemmeno la coscienza ideologica propria della realtà cinese – la psichiatria come strumento di una rivoluzione culturale permanente, che aveva individuato nella categoria dei disagiati mentali le prime cellule della trasformazione generale! Ebbene, Laing fu sempre contrario a questa politicizzazione radicale della cultura e della pratica psichiatrica. Egli non solo diede sempre maggior importanza all’elaborazione teorica e alla professione di critica intellettuale sistematica, ma la sua posizione politica fu inequivocabile proprio nello stigmatizzare il rischio della colonizzazione da parte della politica. Dice ancora Laing nell’intervista citata: “David Cooper era un comunista rivoluzionario ed era iscritto al South African Communist Party. Fu mandato ad addestrarsi come rivoluzionario professionista in Polonia, in Russia e in Cina… Al tempo di Cuba, David fu invitato ad andarvi e credo che conobbe Castro... Mi chiese se volevo andarci e io risposi <<No, grazie!>>… Io non avevo nessun attaccamento sentimentale per nessuna delle due parti. Allora io non mi sarei sognato di accettare il suo invito, perché tutto era congegnato in modo troppo politico" (ibid. p. 216). Al contrario, in Italia, molti degli antipsichiatri svolgevano politica attiva, occupando ruoli di rilievo nei partiti, nelle università e nelle case editrici. Tutti o quasi tutti finirono per lavorare nello Stato.

3. Atto politico contro competenza tecnica

L’ideologia e la prassi comportamentale portate avanti in Italia era, dunque, il semplice rovescio della medaglia dello statalismo liberale classico. Mentre relegavano nell’ambito della retorica argomentativa quel poco o quel tanto di utopismo romantico che era in loro, gli operatori di punta antipsichiatrici si rivolsero, nella loro azione reale, alla legiferazione e al dialogo privilegiato con le parti sociali. In sostanza, con la loro ambigua identità di psichiatri-sindacalisti, giunsero ad occupare posti-chiave nella sanità pubblica. Chiaro che una linea netta li separava da Laing. Essi non potevano perdonargli almeno due sue caratteristiche eminenti: la prima era la competenza tecnico-professionale, la seconda il successo di mercato. Entrambi questi fattori erano estranei alla cultura italiana dell’epoca. Laing eccelleva nella competenza tecnica: padroneggiava per intero lo scibile della psicoanalisi e della psichiatria fenomenologica e navigava del tutto a suo agio nella cultura filosofica come in quella antropologica. Questa eccellenza culturale conferiva a Laing una identità multidisciplinare e competitiva. Pertanto, egli era inviso sia agli psicoanalisti, che erano rinchiusi nelle liturgie settarie dei loro gruppi di appartenenza (freudiani contro junghiani, kleiniani contro bioniani, persino annafreudiani contro kleiniani e contro freudiani ortodossi, ecc.), sia agli antipsichiatri che ad un’ideologia politica a tratti leninista a tratti anarco-socialista non riuscivano ad accompagnare nessuna vera cultura dello specifico. Laing, inoltre, aveva uno straordinario successo di mercato. Cosa odiosa per personalità che avevano come riferimento autoritativo da una parte (quella degli psicoanalisti universitari) la retorica accademica, ma nessun successo tra la gente, dall’altra (quella degli antipsichiatri politici) il potere dello Stato (da combattere o da occupare), ma nessuna cultura dello specifico. Laing ebbe allora il destino di non pochi psichiatri italiani esclusi dai giri del potere politico, cui tutti in Italia, se volevano far cultura, dovevano genuflettersi. Risultò così odioso ai diversi gruppi d’interesse che in quel momento si contendevano da noi il potere in materia di salute mentale: sia agli psichiatri di base, che si riconoscevano per intero nella corporazione medica, senza accampare – come avrebbe dovuto – diritti culturali; sia alle scuole psicoanalitiche, che si accontentavano di lavorare sulle elites economiche, senza avanzare orgogliose – e doverose – prese di posizione in favore di una cultura umanistico-scientifica complessa; sia infine e soprattutto all’ideologia comunista, che esigeva come unico interlocutore lo Stato, non la competenza tecnica espressa secondo le pur dure leggi del mercato. Questo fu il clamoroso errore compiuto dalla psichiatria alternativa italiana nei confronti di Laing. Tuttavia, fu possibile commettere quest’errore perché già l’intera strategia della sinistra italiana aveva fallito il suo compito storico. L’errore strategico della cultura italiana di sinistra, e segnatamente di quella comunista, fu quello di credere all’esistenza e all’eterna permanenza dello Stato nazionale. L’illusione che lo Stato nazionale esistesse e avesse ancora un lungo futuro aveva radici socio-politiche. Essa derivava da una valutazione erronea dell’importanza dell’Italia come Stato nazionale: ma l’ombrello protettivo (militare ed economico) fornito agli Stati nazionali europei da Stati Uniti e URSS, durante il mezzo secolo di “guerra fredda” era un’illusione di breve durata. In realtà, il mondo degli anni 70-80 si muoveva già da un paio di decenni sulla scia del mercato, generando nuove aggregazioni multinazionali sia economiche sia ideologico-culturali. L’Europa, tuttavia, non era ancora in grado di accorgersene: era sotto tutela. Sicché la sinistra italiana poté illudersi che la conquista dello Stato (la cui economia dipendeva, in realtà, dall’assistenzialismo americano) avrebbe comportato automaticamente la conquista dell’egemonia culturale. Ciò fu vero in un senso molto provinciale: editoria e cinema italiano ruotarono intorno all’ideologia della sinistra, ma non furono mai competitivi all’estero (tranne il cinema del breve periodo neorealista). Sicché un fenomeno culturale come fu Ronald D. Laing, intrinsecamente imbevuto dei valori liberali della competenza professionale e del successo mediatico, rappresentò uno schiaffo morale molto imbarazzante e perciò da rimuovere drasticamente. Con grave danno: da allora la cultura psichiatrica e psicologica italiana, privata dei salutari apporti di una cultura critica, si è piegata alle esigenze delle case farmaceutiche e delle corporazioni delle scuole di psicoterapia, cedendo così su ogni piano agli aspetti più “pragmatici” del mercato. In sostanza, rifiutandosi di confrontarsi col mercato secondo le sue leggi (competenza tecnica, successo culturale), la cultura alternativa ha ceduto il passo da una parte all’ideologia organicista, che nella sostanza è rimasta ancorata a una rudimentale epistemolgia positivista, dall’altra allo strapotere della corporazione psicologica, che ormai filtra la pratica sul disagio psichico attraverso gli schemi libreschi caratteristici delle scuole di formazione. In entrambi i casi, la degradazione culturale è stata devastante. Prova di ciò è anche il fatto che, a questa specifica condizione culturale italiana, fa riscontro l’assenza clamorosa di una comunità scientifica, che ovunque nel mondo si riconosce attraverso centri di ricerca e riviste scientifiche basate sulla validazione consensuale di comitati di referee. In Italia, la promozione dei cervelli subisce il diktat delle logiche politiche, corporative e castali (necessarie al “vecchio regime” per confermarsi) e punisce e mortifica gli spiriti più brillanti. A conferma di ciò è sufficiente considerare il fenomeno della fuga dei cervelli dall’Italia verso il Nord America e ora anche verso la Gran Bretagna e la Spagna, fenomeno che, avviato dalla fine degli anni trenta per via delle leggi razziali, non è praticamente mai terminato.

4. Le parole avverse. Introduzioni come calunnie

Per capire quanto l’establishment italiano sia stato ostile nei confronti di Laing basterebbe una "Storia delle introduzioni all'opera di Laing in Italia". Sarebbe sufficiente un’analisi - anche sommaria - di quei testi introduttivi commissionati dagli editori agli intellettuali “influenti” per presentare al pubblico italiano l’opera di autori noti all’estero. Ebbene, in questi testi si avverte tutta l’acrimonia dell’intellettuale di provincia a confronto con l’autore di respiro internazionale, e il tentativo di riportare il pubblico alla propria personale e partigiana versione dei fatti. Esplicito in questo senso il primo testo di tal genere dedicato a Laing in Italia, l’introduzione dell'edizione einaudiana di The divided Self (L’Io diviso, 1969). Scrive fra l'altro Letizia Jervis Comba (autrice del testo): “Laing ... non ci dice ancora nulla dei rapporti di potere che sono stati esercitati attraverso i ruoli istituzionali della famiglia. ...La famiglia... non é struttura neutrale. Essa non può essere considerata malata tout court... Anche la famiglia si colloca in una struttura sociale determinata, in un contesto politico non generico... "E ritroviamo infine, di contro alla scelta di Laing, la possibilità per lo psichiatra di riscattarsi non più (soltanto) sul terreno del rapporto personale bensì nel rapporto istituzionale e, ancor più, politico” (Jervis Comba, cit., p. 11). Innanzi tutto, occorre premettere che era impossibile per Einaudi – la maggior casa editrice “di sinistra” dell’epoca – non pubblicare il libro di Laing The divided Self (licenziato poi col titolo, abbastanza fedele, di L'io diviso), e questo per due ragioni. Primo, perché era un testo-base della nuova psichiatria; secondo, perché nei soli paesi di lingua inglese aveva venduto – sino a quel momento, cioè nel 1969 – poco meno di mezzo milione di copie. Chi curava la collana psicologica e psichiatrica einaudiana – credo fosse Giovanni Jervis – non poteva non tenerne conto. Tuttavia, secondo una prassi poi diventata di moda, l'introduzione si trasformò in un processo. Nel testo, Laing viene accusato di essere in sostanza un piccolo-borghese affetto dal vezzo narcisistico del '"tecnicismo": egli non si occupa di politica - dice la Jervis Comba - bensì di famiglie, e questo é detto col tono saccente di chi mostra di avere nelle mani una scienza di ordine superiore. E' notizia comune che questa scienza superiore la psichiatria alternativa italiana - soprattutto a quell'epoca - era lontanissima dal produrla, poiché di fatto rimase confinata nell'ambito del "politico" in senso stretto, solo talvolta elevandosi al rango sociologico, senza mai tuttavia toccare in profondità lo specifico psicologico e psicoterapeutico, che avrebbe dovuto rappresentare per essa la preoccupazione principale. Alla Jervis Comba, peraltro, non difettò l'aperta mistificazione: non erano forse già stati pubblicati (in lingua inglese) negli stessi anni in cui redasse la sua introduzione i testi "metapsichiatrici" di Laing (Ragione e violenza, 1963, La politica dell'esperienza, 1964, La politica della famiglia, 1969 ) nei quali egli rilanciava, ulteriormente arricchita, la possibilità di un'analisi dell'alienazione sociale nella mente individuale? Cito a caso: "La nostra é una società pluralistica in molti sensi. Ciascuno potrebbe appartenere ad un certo numero di gruppi, e questi gruppi potrebbero avere non solo tutt'altri appartenenti, ma addirittura diverse forme di unificazione. "Ogni gruppo richiede una più o meno radicale trasformazione interiore della persona che vi entra a far parte. ...Non conosco alcuna teoria sull'individuo che riconosca pienamente ciò: vi é sempre la tentazione di partire da qualche nozione di una supposta personalità di base.... "La gente si trascina dietro da un contesto all'altro, spesso vistosamente contraddittori, non già un'unica serie di oggetti interiori, ma vari modi sociali di essere interiorizzati" (1964, p. 97-98). "Siamo stati pure indotti a studiare quelle che si potrebbero definire modificazioni micro-storiche, che si estendono a numerose generazioni, nelle piccole reti sociali, specialmente nelle famiglie. Questo terreno é situato tra la biografia individuale e la storia su più vasta scala. E' un'area curiosamente trascurata da sociologi, antropologi e storici. "...Quanto più si studiano le famiglie nei particolari, tanto più evidente diventa il fatto che gli schemi sono disseminati attraverso le generazioni. "...La famiglia é anche il co-dominio delle applicazioni introiettive provenienti dai domini esterni ad essa. Queste introiezioni familiari sono infine il dominio dal quale il neonato e il bambino vengono condizionati... Il bambino é il co-dominio finale comune, per così dire, in cui convergono e si trasformano tutte le introiezioni" (1969, pp. 56, 94, 128). Difficile a quell'epoca essere più chiari e complessi di così. Nessuna ideologia della "famiglia schizofrenogena", ossia che la famiglia generi di per se stessa psicopatologia (l'attribuzione a Laing di questa ideologia é un'altra diffamazione che egli pubblicamente sconfessa proprio nel libro del ‘69, edizione italiana Einaudi pagina 23). Al contrario: studio dei contesti storici e sociali per campi sempre più estensivi nel tempo e nello spazio. Non credo che la cultura psichiatrica (o antipsichiatrica) italiana dell'epoca avesse questo tipo di interessi, troppo presa com’era da una teoria del potere di stampo vetero-comunista, nella quale potenti e im-potenti, cattivi e buoni, apparivano divisi da una linea spartitoria chiara e distinta come in un fumetto di Tex Willer. Occorrerà attendere la Microfisica del potere di Michel Foucault (1971), pubblicata in Italia nel 1977 (Einaudi) per comprendere quanto Laing avesse ragione. La controprova che esistette una vera e propria diffamazione culturale a danno dello psichiatra di Glasgow é la pubblicazione, più tarda, di recensioni di elevato livello culturale e morale, che non nascondono l'apprezzamento e la lode nei confronti di Laing. Si vedano ad esempio la bella recensione di Leo Nahon a Nascita dell'esperienza, 1982, e quella ricca e direi quasi affettuosa di Stefano Mistura all'edizione Einaudi di Conversando con i miei bambini. Del resto, quanto all'onestà della teorizzazione in psichiatria e psicoterapia in Italia, altro discorso meriterebbero gli anni recenti, che – liberati dall'incubo ideologico degli "anni di piombo" – possono finalmente esprimere un potenziale creativo che va abolendo la vecchia distinzione politica fra psichiatrica tradizionale e psichiatria alternativa. Una psichiatria biologica complessa (si pensi ai lavori di Andreoli), non riduzionista nel senso di un piatto genetismo, va coniugandosi a una acuta indagine sociologica (vedi la Psicoterapia dialettica). Inoltre, la Psichiatria esistenziale e fenomenologica – con nomi che spiccano a livello internazionale, quali Borgna, Callieri, Cargnello, – va coniugandosi sempre più con il ricchissimo plafond filosofico maturato negli ultimi anni e dimostrato dai lavori di ermeneutica del soggetto e di psicofilosofia di Bodei, di Rella, di Rovatti e, naturalmente, di Galimberti. Questo però è tutto un altro discorso…


Bibliografia
Foucault M. (1971), Microfisica del potere, Einaudi, Torino 1977.
Jervis Comba L., Introduzione a L’io diviso di R. D. Laing, Einaudi Torino
1967.
Grosskurth P. (1986), Melanie Klein, Bollati Boringhieri, Torino 1988.
Laing A., R. D. Laing. A biography. Peter Owen, Londra 1994.
Laing R. D., (1959), L’io diviso, Einaudi, Torino 1967.
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